LA CAMPANA DI TORQUATO TASSO

LA CAMPANA DI TORQUATO TASSO

Sul versante settentrionale del Gianicolo, là, dove il colle digrada verso la Lungara, vi è una salita che porta al convento e alla chiesa di Sant’Onofrio che gode di una vista panoramica unica di Roma.

La chiesa è stata eretta nel 1439 su disegno del beato Nicola Forco Palena; è costituita da una sola navata e due cappellette per lato e fu completata nel XVI secolo. E’ adorna di pregevoli sculture e dipinti del XVII secolo, fra i quali sono degni di rilievo, alcune pitture del Domenichino, raffiguranti vari episodi della vita di Sant’Onofrio nella sua più saliente umile virtù; la rinunzia assoluta all’uso dei calzoni.

Il piccolo chiostro del convento è forse la parte più antica del fabbricato costruito nel XV secolo, ha anche una galleria con portico nel piano superiore.

L’interno della chiesa, si potrebbe chiamare una piccola Santa Croce, perché vi accoglie le ceneri di parecchi uomini illustri. Vi sono tumulati il celebre poliglotta cardinale Mezzofanti, il poeta lirico Alessandro Guidi, il letterato scozzese Barclay, il pittore Bernardo Celentano e, più grande fra tutti, l’autore dell’Aminta e della Gerusalemme liberata, al quale Pio IX eresse un monumento in marmo che si vede entrando nella chiesa.

La chiesa di Sant’Onofrio, si sarebbe confusa, quasi inosservata fra le altre centinaia di chiese sparse dentro e fuori le mura della Città eterna, se essa non fosse depositaria dei resti mortali di Torquato Tasso, al quale deve la grande notorietà e il pellegrinaggio di molti visitatori.

Tutto parla del poeta; sembra che lì intorno tutto viva dei ricordi del grande scomparso, che si senta la malinconia triste dei suoi ultimi anni dolorosi.

La stanza dove Tasso visse quando arrivò da Napoli a Roma dietro la promessa di Clemente VIII di incoronarlo poeta in Campidoglio, come era stato secoli prima per il Petrarca. La laurea non ebbe luogo, perché il poeta vi morì il 25 aprile del 1545. E poi la tomba che chiuse il tormento della sua anima e della sua mente esaltata, sono le cose che più ricordano il grande ammalato. In omaggio al Tasso, Sant’Onofrio divenne luogo di pellegrinaggio di artisti e letterati in visita a Roma.

Poco distante dal convento è stata conservata, ormai secca, la “quercia del Tasso”, sotto la quale si dice che il poeta andasse a contemplare e meditare.

Ma accanto a quei ricordi ve n’è un altro, che non molti conoscono, e forma una pagina triste dell’esistenza che il Tasso condusse in quel rifugio.

Sul campanile della chiesa vi è una modesta campana dal suono pacato e lento come un’eco di stanchezza per un senso di nostalgia senza fine. E’ “la campana del Tasso” perché questa fu l’amica dolce e costante dei suoi giorni, la consolatrice della sua anima scossa ed ammalata. Il suono di quella campana lo destava all’ora della mattina dai suoi brevi sonni popolati di fantasmi e gli rasserenavano lo spirito; alla sera lo richiamava alla sua dimora dalla quercia, quando vi si recava a fantasticare. Il suo suono, perché il Tasso così volle, chiuse l’ultimo giorno dei suoi dolori, confortando la lenta agonia.

Alla sua morte, i frati del convento, per rendere pietoso omaggio all’infelice ospite, chiamarono quel bronzo “la campana del Tasso” che continuò nei secoli a spandere per i dintorni solitari e tranquilli l’eco pacata, stanca e suggestiva.

Ma nel 1849, durante i fortunosi eventi che si svolsero a Roma dal marzo al giugno, mancò poco che la campana non andasse perduta per sempre.

La sorte della breve Repubblica Romana era decisa; essa doveva cadere, sia pure avvolta nella gloria di battaglie eroiche e di sacrifici sublimi. Dalle mura di San Pancrazio sino a Porta Cavalleggeri e alle mura della città Leonina, attraverso i combattimenti epici del Vascello, di Villa Spada, della Torre dei Quattro Venti e di Villa Pamphili, Giuseppe Garibaldi contendeva la vittoria della libertà di Roma ai soldati francesi, mandati da Luigi Bonaparte per riconquistare la Città eterna. La situazione militare si aggravava, i difensori si assottigliavano, mancavano i cannoni e le munizioni per tenere testa ai soldati francesi del generale Oudinot che più numerosi e dotati di molta artiglieria, si apprestavano a spazzare la resistenza dei difensori di Roma.

Il triunvirato romano , fra gli altri provvedimenti, ordinò la requisizione  delle campane, di cui abbondavano le chiese della città, per fabbricare cannoni e proiettili. Le campane della chiesa di Sant’Onofrio furono le prime ad essere requisite, ed un graduato, con un picchetto di soldati, si presentò per notificare l’ordinanza al superiore del convento, che non fece obiezioni che del resto sarebbero state inutili. Questi pregò soltanto che fosse risparmiata una campana che era per il convento una memoria religiosa.

– Le prenda tutte – disse il frate – ma ci lasci quella là – aggiunse indicandola al campanile, – e’ la campana di Torquato Tasso! –  Il graduato sorpreso ripeté: – La campana di Tasso! Che significa – Il frate costernato disse: – E’ tutto un valore storico che andrebbe distrutto – riprese il frate: – Quella campana suonò l’agonia del poeta! – Il soldato pensieroso ripeté: – Comprendo, comprendo, ma non posso farci nulla, reverendo, perché sono l’esecutore di un ordine. – 

Il dialogo si svolgeva nell’orto del convento, vicino al muro della chiesa, sul quale si prolungava il campanile. I frati e i soldati guardavano in alto la modesta campana che attendeva il suo destino. Vi era negli uni e negli altri un certo turbamento. Il frate insistette perché fosse risparmiato quel bronzo, ma il soldato troncò il dialogo. – Io eseguo l’ordine ricevuto – egli concluse – prendo in consegna la campana, lei da domani può rivolgersi … – ma non poté finire il discorso.

Un rumore di passi si udì dietro di loro e tutti si voltarono. I soldati si irrigidirono sull’attenti, i frati si posero in atteggiamento di ossequio di fronte al nuovo venuto. Era Giuseppe Garibaldi seguito da diversi ufficiali. Il generale ispezionava la zona d’operazioni. Egli guardò il graduato con espressione interrogativa, ma prima che questi avesse potuto rispondere, il frate si avvicinò  e gli disse: – Signor generale, chiedo una grazia! … abbiamo fra le campane da consegnare una campana che ha una storia, un passato; essa è legata alla memoria d’uno dei nostri più grandi poeti, a Torquato Tasso … Garibaldi mostrò la sua sorpresa ed esclamò: – Torquato Tasso? Ebbene? – Ce la lasci, eccellenza, daremo in cambio quello che ci vorrà chiedere; non ce la tolga … essa ha suonato l’agonia del Grande Poeta … vede, è quella là, la più piccola delle tre …  Garibaldi levò gli occhi azzurri al campanile, poi rivolgendosi al graduato disse: – Sia risparmiata la campana che suonò l’agonia di Tasso! – Il frate si slanciò verso il generale, e con le lacrime agli occhi, fece l’atto di voler baciare la mano al sacrilego, allo scomunicato di Pio IX, ripetendo: – Grazie, grazie, eccellenza, Dio, la benedica! – Garibaldi si schermì e sorrise alla benedizione del modesto frate.

Tuglie, 20 giugno 2017

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L’ANTICO SPEDALE DEI CROCIATI A MOLFETTA

L’ANTICO SPEDALE DEI CROCIATI A MOLFETTA

Alle porte di Molfetta, in terra di Bari, lungo la spiaggia, sorge la chiesa della Madonna dei Martiri, alla quale è addossato l’antico Spedale dei Crociati, che memorie storiche del passato pongono in relazione con le spedizioni dei cavalieri cristiani in Terra Santa. La chiesa di Santa Maria dei Martiri annessa allo “spedale” venne fondata nel 1162 da Guglielmo I, re di Napoli, sulla tomba di quei crociati che ivi erano morti tornando affranti dalle sofferenze e dalle ferite procurate dalla guerra contro i saraceni in Terra Santa. Non va dimenticata l’importanza della costa pugliese durante il lungo periodo delle crociate per salpare con le proprie navi verso l’Oriente. Per la sua posizione geografica, essa era lo sbocco più naturale, come lo è ancora di più oggi nel senso inverso per le migliaia di immigrati che arrivano ogni giorno in Italia dall’Africa e dall’Oriente per fuggire dalla morte e dalla guerra sotto gli attacchi dell’ISIS e del terrorismo. Gran parte della gioventù cristiana vi fluiva dai paesi occidentali per unirsi ai giovani italiani diretta alla conquista dei luoghi santi per l’onore di Cristo. E per testimoniare la fede di questi valorosi giovani, Guglielmo il Malo volle costruire un cimitero per la loro sepoltura (la carnaria), e in seguito la chiesa in onore della Madonna, sotto il titolo di Regina dei Martiri.

Durante la prima crociata predicata dal papa Urbano II (1095) partiva dalla Puglia Bremondo figlio di Roberto il Guiscardo (primavera del 1097) con settemila cavalieri, lasciando il fratello Ruggero al governo di quella regione e della Calabria. Sorsero così nei paesi costieri pugliesi alloggi ed ospizi con ospedali, cappelle e cimiteri tenuti anch’essi da monaci ma ad uso esclusivo dei crociati che stremati dai disagi e dalla pratiche del lungo viaggio nel recarsi al Sepolcro di Cristo, oppure tornandosene vi trovavano ospitalità e cure.

A Santa Maria dei Martiri, nell’estremo lembo di mare di Molfetta, dolcemente lambito dalle onde, doveva esservi un rifugio o un ospizio sin dalla fine del secolo XI dove molte giovani vite persero la vita, perciò lo chiamarono “carnaio”. Non fu però un vero e proprio ospedale, come vuole il Salvemini nella sua storia di Molfetta, pel fatto che  ad un istituto di tal genere non sarebbe mancata la chiesa e non sarebbe stato necessario che più tardi ve ne fondasse una Guglielmo il Malo. Iniziata da quel principe nel nome e nel ricordo dei primi crociati, ecco che accanto alla chiesa, col tempo,  si è visto sorgere l’ospedale di cui è rimasto un notevole avanzo.

Una tradizione vuole che nella terza crociata bandita dopo la presa di Gerusalemme per parte di Saladino (1187), i cristiani portassero dall’Oriente e lasciassero in quel luogo come simbolo di riconoscenza, la tavola con la Madonna e il Bambino oggi venerata sull’altare maggiore della Chiesa. Nell’occasione di quell’impresa in cui perì il Barbarossa (1190), il luogo dovette funzionare per caritatevole ufficio; soprattutto per quel poco che ancora restava agli abitanti di Molfetta.

La descrizione lasciata dal Damiani dell’intero “spedale”, lo mostra più come una fortezza, avendo una grande mole quadrata con l’alta torre esplorativa. Nell’interno – sempre secondo il Damiani – vi era un grande cortile con due ampi reparti esposti rispettivamente a mezzogiorno e a tramontana. Sopra il secondo, vivevano i cappellani mentre presso il primo e dal lato di ponente si trovavano le abitazioni dei crociati, particolare notevole per supporre che all’ospedale fosse unito un ospizio. La parte che si conserva tuttora va identificata per la sua forma e spartizione, come una infermeria. E’ una lunga sala divisa in tre navate da solidi pilastri quadrangolari sui quali si svolgono sei archi a pieno centro.  Dalle facce che guardano le navi sporgono fuori lesene ripetute nei muri di lato, e da esse muovono archi tondi un po’ ribassati a consolidare le volte a botte di cui le navi stesse si coprono. L’ambiente è illuminato di scarsa luce da poche finestrelle ad arco tronco. Qualche porta si apre nelle pareti, ed una conserva gli antichi cardini di pietra. Nei muri longitudinali poi si addentrano piccoli vani arenati a poca altezza dal suolo destinati a contenere quanto poteva servire agli ammalati. Da ognuno di quei scaffali di pietra sporge una mensola rudimentale sulla quale si posava, alla sera, un lume a olio.  Questi particolari fanno pensare che i letti erano allineati nelle navi minori, mentre la mediana serviva come corridoio di passaggio. Nella descrizione del Damiani, all’esterno la semplicità è ancora maggiore: sul muro bugnato si vedono strette feritoie e una finestrella del piano di sopra, con l’architrave sorretto da mensole.

Tale era la Fabbrica che il popolo cristiano indicava con il nome di spedale dei Crociati. Essa con le sue volte e i suoi sottarchi presentava analogie con le chiese francesi dell’epoca, ma nel semplice organismo e nella sua distribuzione, richiamava certi edifici civili dell’Oriente, come le così dette stalle di Salomone a Gerusalemme. E poiché durante il periodo del regno latino (1099-1187) si mescolarono nei paesi orientali, forme proprie dell’arte francese con tendenze orientali, lo spedale dei Crociati di Molfetta è da reputarsi un raro esempio d’architettura esotica importato dalla Terra Santa nella costa pugliese.

Nei primi anni mille, furono i Benedettini provenienti da Anzi (Potenza) a costruire nei pressi di Molfetta una piccola chiesa con il monastero di Santa Maria e San Giovanni. Nel 1095 Ruggero, figlio di Roberto il Guiscardo, ampliò il monastero per farne uno spedale per i Crociati e per i pellegrini che tornavano ammalati e feriti dalla Terra Santa. La chiesa e il monastero presero il nome di Santa Maria, mentre l’Ospedale, del quale sussiste ancora una corsia, prese il nome di San Giovanni.

Tuglie, Giugno 2017      

GIULIANA

GIULIANA

Giuliana passò leggera sotto lo sguardo di lui da un capo all’altro del banco, facendo scivolare dalle mani sul tappeto verde delle consumazioni i piattini da caffè con un sorriso che sapeva di gioia e che l’animava tutta; ed eccola tornare indietro per posare accanto a ognuno di essi il cucchiaino, e, ultimato questo servizio, sostò qualche attimo di fronte al giovane che stava in piedi dall’altro lato del banco a incontrare quello sguardo che l’attraeva e lasciarsi penetrare; e quando le vampe di rossore tinsero le sue guance allora la ragazza si voltò di scatto verso la macchina da caffè senza abbandonare il sorriso che metteva in risalto i suoi denti bianchissimi.

   Con un colpo secco del palmo della mano sulla macchina svitò la parte inferiore del gruppo, colmò il colino di macinato di caffè e riattaccò. La mano destra azionò una leva e dal beccuccio la bevanda calò cremosa e fumante nella tazzina che ella sollevò dal piccolo piedistallo e la porse a lui gentile, rimanendo immobile nell’atteggiamento di poco prima.  Anche Massimo – questo era il nome del giovane –  non si era mosso dalla sua posizione, tenendo lo sguardo fisso su Giuliana in attesa di rivedere quegli occhi che ora ammirava ancora più luminosi. Per lui la ragazza non aveva nulla da nascondere del suo intimo. Irraggiava candore e naturalezza. Il buon aroma di caffè saliva caldo dalla tazzina non ancora toccata sopra il banco.

   Massimo non era un ballerino, ma gli piaceva sostare di quando in quando ai bordi della pista da ballo del grande albergo che lo ospitava, posto di fronte al mare del golfo di Gallipoli, a godersi lo spettacolo delle coppie di ballerini che al suono dell’orchestra di musica leggera, si esibivano con passione e bravura per tutta la sera. Massimo, seduto al suo tavolino, sentiva il profumo del mare e le onde che leggermente s’infrangevano sulla riva. Lontano si vedevano le luci delle lampare che i pescatori usavano per pescare di sera quando il mare era calmo. La sala, perfettamente illuminata, era già gremita di ospiti eleganti e sorridenti che chiacchieravano tra loro, l’ambiente era fresco e l’orchestra suonava in sottofondo canzoni nostalgiche.

Ancora i ballerini non si erano presentati, quand’ecco uscire dallo scenario della pista una ragazza che indossava un bellissimo vestito da ballo di colore rosso. L’orchestra attaccò con una bella canzone per rallegrare l’ambiente. Le luci della sala  ravvivarono la forte tinta del vestito e diedero spicco alla figura snella della giovane donna dal bel volto sorridente; i capelli neri e fluenti ricadevano vaporosi sulle spalle. Incominciò a presentare lo spettacolo e le coppie dei ballerini che con eleganza prendevano posizione per iniziare le danze. Fu allora che Massimo riconobbe nella presentatrice la ragazza del bar che gli aveva offerto il caffè la mattina. E mentre anche lei si preparava a ballare ci fu un rapido incrociarsi di occhi, aspettando l’invito a partire. Dall’altoparlante allora irruppero le note musicali di un fox-trot e i ballerini partirono con vigore acquistando subito velocità. La ragazza lanciatasi nella danza si sentiva libera e provava una dolce ebbrezza muovendosi sulla grande pista dove sembrava rimpicciolirsi; e danzava agile e creava figure e passaggi con maestria nella luce forte dei lampadari. Una esplosione di vitalità e un fluire di poesia. Cessò la musica e i ballerini e le ballerine si fermarono in atteggiamento plastico. Gli applausi furono tanti e molti furono i fasci di fiori consegnati alle ballerine.  Mentre uscivano dalla scena, un nugolo di persone irruppe vivace, gioioso, vociante, sparpagliandosi chi a sinistra, chi a destra, chi verso il centro della pista, pronto per dare inizio alle danze. Una festa di colori in movimento. Alla ragazza fu giocoforza abbandonare il campo non più suo e dirigersi alla panchina di partenza. Era stanca per lo sforzo sostenuto. L’altoparlante iniziò a trasmettere la musica che lei avrebbe voluto danzare.

Sedette riabbracciando con lo sguardo la superficie percorsa. 

“Brava!” – disse lui.

“Non tanto!” – rispose lei.

“Mai soddisfatta?” – Lei lo guardò con una certa attenzione.

Massimo non disarmò.

“Dunque lei ama la vita!” 

“Certo, ma per quello che offre!”

“Cerca dell’altro?” – Lei tacque.

“Ho capito!” – disse lui per rompere il silenzio.

“Che cosa?”

“Poco fa sulla pista il suo essere mi parve vibrare oltre le cose. Era quella una sintonia con l’infinito?” – La ragazza lo guardò meravigliata a lungo.

“Che strano incontro!” – diceva a se stessa. E portò sotto il mento due ciocche di capelli incorniciando il volto chiaro e un po’ abbronzato.

Lui continuò: “Accogliere l’infinito nell’anima non è cosa semplice. Prima bisogna conoscere quello che è dentro di noi.”

La ragazza questa volta arrossì senza parlare. L’universo – era sempre lui a parlare – nel suo infinito propagarsi ha spazi luminosi, altri bui e poi l’inconoscibile.

La giovane donna si sentì pervadere da un sentimento di nullità. Non era la prima volta e le capitava quando la mente abbandonava le cose quotidiane per spaziare in pura astrazione, arrivando al limite delle sue conoscenze. Quel sentire non era di smarrimento, ma piuttosto un toccare il fondo di se stessa. Allora sbocciavano dal suo animo delle invocazioni. Ora ebbe una reazione vivace, tutta femminile.

Disse: “L’amore è luce che guida!

Massimo fece una riflessione ad alta voce: “Già, anche quando la realtà delle cose attanaglia la mente, il pensiero e l’anima, possono librarsi nella purezza della danza.”

Le note dolcissime della musica, si spandevano in quella pista meravigliosa e le coppie ballavano emozionate sotto la luce splendente dei lampadari.

Lui dimostrò di volersi interessare della ragazza in modo particolare.

“E’ di queste parti, signorina?”

“Ancora per una settimana, sì!” Il respiro si era fatto calmo nel petto.

“Mi piace questa terra – proseguì – mi piace il mare, il cielo azzurro di qui, e poi la gente, la gente del Salento, tanto brava, accogliente e laboriosa. Nel mio paese d’inverno fioriscono i limoni!”

E con tocco femminile precisò : Qui lavoro e mi diverto; nel mio paese soprattutto lavoro.”

E si alzò per rientrare nel retro della pista.

“Il suo nome?” – chiese Massimo.

“Giuliana!” – rispose lei.

“Creatura del sole!” – E lei “Alleluia!”

Lo pronunciò con brio e fece strada al bar rustico di pochi metri quadrati.

Ora si vedevano sulla riva del mare e lei era lì davanti a Massimo non più nelle vesti di barista e ballerina. Lui capiva di essere corrisposto. Laggiù presso la sponda del mare di Gallipoli era scoccata una scintilla. Si erano cercati con lo sguardo, preso ognuno dal desiderio di conoscere l’altro, e nel contempo si era alimentato un sottile piacere interiore di parlarsi. Le brevi parole del dialogo non si erano rivelate momenti di stanca, ma dolci silenzi, significativi al riaffiorare di nuovi zampilli musicali.

Con voce educata ora le rivolse la parola:

“Vorrei dirle una cosa, signorina, che non le ho detto nello chalet vicino al mare.”

Lei assentì con un leggero cenno del capo. Era graziosa in quella camicetta a fiorellini di primavera che si apriva un poco sotto la fossetta del collo ben tornito, mettendo in risalto una medaglietta d’oro col segno zodiacale.

Massimo affermò: “Lei è una brava ragazza.”

Scandì le parole con voce virile, calda e ferma. L’effetto riuscì magico e il petto di lei si sollevò più volte. Allora ebbe uno scatto, si girò verso la parete appoggiandosi al lavabicchieri dove si arrestò, immobile. Pensò che doveva rispondere. Si sentiva sotto lo sguardo di lui e ne gioiva. Con vigoria replicò: “ Lo credo bene!” e premette il bottone che mise in moto il congegno per la pulizia delle tazzine. Il grande specchio, appeso alla parete, rifletteva in quell’ora i tavolini vuoti del bar e la vetrata attraverso la quale appariva il porticciolo delle barche. Lui, con la bella testa eretta, stava lì vicino al banco. Di Giuliana gli piaceva il brio e la scioltezza dei movimenti che la rendevano agile, e il sorriso di ragazza priva di sottofondi. Intanto lei aveva aperto lo sportello del lavabicchieri e stava estraendo il contenitore pieno di stoviglie. Dentro di sé commentava: “E’ un bel giovane!”

La voce di Massimo arrivò all’improvviso con timbro nuovo e fresco. 

“Ho una’altra cosa da dirle, signorina!”

Lei si sbloccò all’istante e rimase sospesa nell’azione.

“Sentiamo!”, disse a incoraggiamento.

“I suoi occhi sono luminosi!”- disse Massimo.

Giuliana abbandonò il contenitore su un tavolino, si voltò sciolta e poggiando le mani sul rialzo del mobile a parete, con una emozione indicibile, lasciò libero lo sguardo in quello di lui, definitivamente. Trillò il telefono. Non ci fece caso. I loro sguardi si compenetravano senza parlare.  Negli occhi della giovane donna c’erano riflessi di color verde bottiglia e una pigmentazione ora grigia ora marrone. Il richiamo ritmico del telefono continuò nel bar vuoto. Era evidente che non la riguardava, perché non si mosse. Allora dal retro del bar si affacciò un signore. Era il titolare. Capì. Sollevò la cornetta e parlò a bassa voce. Quando riattaccò rimase un po’ assorto a guardare fuori le antenne delle imbarcazioni che dondolavano nella luce del meriggio al riparo nel porticciolo. Poi si ritirò scomparendo dietro la tenda che si richiuse. Loro due continuavano il muto colloquio. Giuliana sentiva che quello era l’amore a lungo sognato e per la prima volta in cuor suo tremò. S’accorgeva che i suoi pensieri, i sentimenti, i palpiti più nascosti, andavano a lui direttamente. Si annunciava chiara una realtà che l’avrebbe fatta felice.

Con rumorosa allegria entrarono nel bar dell’albergo dei giovani. L’incanto sembrò spezzarsi. Giuliana rivolse lo sguardo a loro che conosceva, chiese a lui permesso e si avviò a uscire dal banco per raccogliere le ordinazioni da servire. Si accostò al tavolo attorno al quale avevano già preso posto. La testa di lei china di tanto in tanto si girava a lui. Vestiva una gonna ampia che ricadeva ricca di pieghe al polpaccio della gamba. Il piede si infilava in un mocassino a tacco basso. Giuliana non era una ragazzina ma ne aveva la grazia, e lui provava il piacere tutto intimo di rilevarla nel suo spirito. Tornò al banco spigliata e sorridente, mettendo mano a varie cose. Ma il suo sguardo correva a lui mai sazio di goderselo. Entrò un nuovo cliente. Era un uomo anziano che ordinò come al solito un bicchiere di vino da centellinare in piedi, e trascorrere così più tempo possibile.

Massimo decise di muoversi, andando a sedere al tavolo della vetrata. Aperse il giornale, che stava sulla sedia, abbandonato, scorse la terza pagina leggendo qualche titolo e qualche riga, e non trovando nulla che lo interessasse, lo richiuse mettendosi a guardare fuori. Da qualche giorno l’aria si era fatta tiepida. Erano fioriti i mandorli: uno spruzzo di candore quaggiù. Massimo posò lo sguardo sulla superficie del mare e seguì l’onda che rinnovandosi correva verso la riva e si frangeva lungo la spiaggia o sugli scogli. A volte si frantumava contro il muretto del porticciolo, trasformandosi in uno spruzzo che ricadeva sulla passeggiata di porfido lavandola come acqua di primavera. Il pensiero si mise a considerare il candore di Giuliana. Il piacere delle cose pulite era innato in lei; e i sentimenti conservavano una freschezza nativa. Era veramente una ragazza meravigliosa.

Nei primi tempi per Giuliana doveva essere stata una tortura servire dietro il banco, dovendo sopportare certe frasi allusive che la confondevano e la offendevano nell’intimo, e le molte volgarità che però non erano riuscite a travolgere l’equilibrio del suo animo. I lazzi non la mordevano più. Infatti erano cessate anche quelle prevaricazioni psicologiche sottilissime tendenti a frantumare il suo netto rifiuto a un genere di amore che non accettava; e aveva lottato per allontanare da se quelle volontà che volevano irrompere nell’intimo a dominio della sua. Aveva temuto in quei momenti, quando l’urto non le dava pace, di uscire controvoglia, o per liberazione, con qualche parola che venisse subito raccolta a consenso e lei si trovasse prigioniera di ciò che non accettava per libera scelta. Dietro il banco c’era andata dopo la maturità in attesa di una sistemazione secondo il titolo di studio. Massimo la sentiva una trasparenza d’amore, ed era perciò tornato per la terza volta, e quegli incontri anche se di poche parole, erano tutti significativi.

Lui fu attratto dal rumore che fa la monetina quando cade nel jux box; e dopo quel clik avvertì il leggero rollio del congegno che cerca il disco, ed eccolo ascoltare con attenzione le prime note. Erano di sassofono. Fu allora che egli si accorse che il bar doveva essere vuoto. Quei ragazzi pieni di allegria se ne erano andati e non c’era neanche l’altro signore anziano in piedi al banco intento a vuotare lentamente il suo bicchiere di vino. Massimo si girò, stando seduto, e vide lei,  Giuliana, al jux box. La guardava con tenerezza. Si alzò dalla sedia per avvicinarsi. Anche lei si mosse di qualche passo. Furono presto a tu per tu e Massimo serrò tra le palme delle mani la testa di lei. I capelli erano soffici, puliti, lucenti. La sentì sua e l’accolse – un sentimento improvviso questo – come dono per la sua esistenza. Si guardarono sereni per alcuni attimi con il più grande silenzio. A lui quella testa che serrava tra le mani e quel volto apparvero come una creta viva da plasmare a nuovo. I suoi pollici vollero posarsi quasi impalpabili sul mento, sulle guance, sulla fronte a rimodellare ogni parte del volto. Accarezzarono con levità le palpebre degli occhi che si richiusero docili al tocco.  E la trasse ancor più a sé e sulle labbra posò un bacio tenerissimo.

Il cuore di Giuliana accelerò i battiti. Parve volesse scoppiare. Ma lo dominò e con sguardo fermo disse, fissandolo: “Sarò tua!” – Negli occhi esultavano iridescenze delicate e una luce mobile. Al sassofono e al pianoforte era subentrata la tromba che cavava note su note dal petto del suonatore. Era un a solo meraviglioso che di per sé dava emozioni, commuoveva, rapiva. La sordina poi comprimeva quelle note che si liberavano con dolcezza di pianto. Il sogno d’amore lungamente cullato usciva puro dalla mente, dal cuore e dall’anima di Giuliana per divenire finalmente realtà. Dal suo ciglio scendevano lacrime che andavano a bagnare la camicetta a fiorellini di primavera.

Il mare del golfo di Gallipoli era già calmo e sulle cime dei pini, lungo la riva, si allungavano strisce di nubi rosa contro un azzurro bello e luminoso.

Tuglie, 8 luglio 2018

IL CAMPANARO DELLA CHIESA DI SANTA MARINA

IL CAMPANARO DELLA CHIESA DI SANTA MARINA

La chiesa di Santa Marina è la più antica del paese ed è stata costruita proprio al centro dell’abitato, nel punto più alto della collina che degrada dolcemente verso il mare. I gradini del vecchio campanile sono centododici e tanto tempo fa Pietro, il campanaro, li conosceva uno a uno, come si conoscono dei vecchi amici. Per  più di trent’anni si era arrampicato su per la scala consunta fino alle campane che dominano il paese, perché la gente potesse ascoltarne il suono. Quel concerto rappresentava il suo dovere, ed era il suo orgoglio. Al cinquantesimo gradino Pietro si fermava per riposare un poco. Si sedeva ansando e poi riprendeva a salire fino alla cima. Quella mattina di Pasqua del 1956 fece lo stesso: salì su per la scala fino al cinquantesimo gradino, poi si fermò per riposare. Aveva il fiato grosso. Si sedette e lasciò cadere le mani sulle gambe. Si guardò le mani: mani di campanaro, robuste e vigorose; mani capaci di far suonare quelle grosse campane di bronzo da tanti anni. Poi accarezzò i vecchi gradini consumati dall’uso e dal tempo e pensò a tutti quelli che prima di lui li avevano saliti: suo padre, suo nonno e prima ancora i Lisandri, i Filoni, i Sanna e tanti altri: campanari per generazioni e generazioni. Era una lunga serie di compaesani che risaliva certo fino al 1612, l’anno in cui era stata costruita la chiesa. Pietro non poteva assolutamente rassegnarsi al pensiero che una simile tradizione dovesse interrompersi. Ma era vecchio e si sentiva molto stanco. Quei centododici gradini cominciavano a pesargli. Un giorno non ce l’avrebbe fatta più. E suo figlio Antonio era all’estero, in Germania, a lavorare in una fabbrica di automobili. Povero Antonio, era partito una mattina di tanti anni fa giurando che non sarebbe mai più tornato al paese. Lui il campanaro non lo voleva fare e in paese si moriva di fame perché il lavoro non c’era, così diceva.  Ogni tanto Antonio telefonava dalla Germania per sapere come stava suo padre e per convincerlo a non salire più sul campanile; quell’impegno ormai  doveva passarlo ad altri… “Passarlo ad altri!… A chi poteva passare quel lavoro?”… pensava Pietro fra sé. Di giovani  ne erano rimasti pochi in paese perché quasi tutti erano emigrati all’estero per lavorare e poi chi voleva fare il campanaro di Santa Marina?… Si levò stancamente e si rimise a salire, adagio. All’ultimo gradino si fece il segno della croce e mormorò una preghiera. Si ricordò del vecchio campanaro che nel 1724 era morto la domenica di Pasqua. Suo nonno raccontava sempre quella storia: s’era levato dal letto ammalato per andare a suonare le campane; era arrivato fin lassù, solo, e lì era morto. Si ricordò di suo padre, che spesso lo portava sul campanile per fargli vedere come suonava le campane. Pietro lo guardava, con grande ammirazione: era forte suo padre ed era contento per quel concerto. “Senti Pietro, senti come cantano?… Che musica!… Non ne fanno più di così belle!”, gridava nel frastuono del battaglio che batteva pesantemente sui bronzi. “Mio padre…lui sì che era un campanaro!”… disse Pietro ad alta voce. Poi spinse l’uscio di legno ed entrò nel vano quadrato del campanile. Si guardò attorno e dalle arcate ammirò il paese che si stendeva verso la campagna. All’orizzonte, oltre gli alberi d’ulivo ed i vigneti, splendeva il mare azzurro dello Ionio. Mancava poco a mezzogiorno e Pietro doveva prepararsi per il grande concerto di Pasqua. Si fermò un attimo per guardare le case intorno alla chiesa. Le conosceva tutte, una a una, e conosceva le persone che in esse abitavano.

Quanti anni erano passati!… Quanti ricordi!… Ecco lì, in fondo… il palazzo di don Raffaele, il Sindaco che nel novembre del 1918 lo svegliò in piena notte per  festeggiare la  vittoria con un grande concerto di campane. Ed ecco, verso destra, le case di Vincenzo,  di Rocco e di Santo: avevano perduto i loro figli in Belgio per un crollo nelle miniere di carbone. Aveva accompagnato i funerali di quei poveri giovani suonando “a morto” per tutto il pomeriggio e piangeva, come se fossero figli suoi… Pietro si  scosse e guardò l’ora con attenzione. Poi prese le corde che pendevano dal campanile e tirò con forza una, due, tre volte e, finalmente, le campane suonarono a festa con voce acuta e forte. Le loro note si diffusero nell’aria e cantarono la gioia, l’amore e la pace per tutti gli uomini di buona volontà in quella splendida domenica di Pasqua. Pietro si smarrì nel frastuono, e quel senso di stanchezza e di tristezza che l’aveva preso dalla mattina si attenuò e sorrise contento, come suo padre, guardando il cielo azzurro e le bianche case intorno. Prima che finisse quel concerto aveva ritrovato la pace. Si fece il segno della croce e lentamente  ridiscese i centododici gradini del vecchio campanile. Nella piazzetta della chiesa lo aspettavano gli amici ed i parenti per gli auguri pasquali. Si fece avanti anche Don Giovanni, il notaio, e sorridendo disse:

   “Tanti auguri, Pietro, a te ed alla tua famiglia. Oggi le campane hanno suonato proprio bene! Sembravano felici! Speriamo che sia di buon augurio per tutti in questo mondo di odio e di violenza, di guerre e di rancori!… Comunque bisogna andare avanti e sperare sempre nel futuro!”

   E si allontanò verso il paese salutando calorosamente i presenti. Pietro ringraziò gli amici, abbracciò i parenti e lentamente prese la via di casa. Aveva fatto pochi passi quando si sentì chiamare da Angela, sua figlia, che gli veniva dietro col piccolo Francesco. Pietro si fermò e nel voltarsi indietro avvertì un leggero capogiro che gli stava facendo perdere l’equilibrio. Fece appena in tempo ad appoggiarsi al braccio della figlia per non cadere.

   “Papà… che hai!… Non ti senti bene ?… Sei pallido!… Vieni, appoggiati a me!” – disse Angela preoccupata, guardandolo in viso.

   “No… No… Non è niente. Non ti preoccupare… Ora passa…” – rispose Pietro sorridendo, mentre con la mano libera accarezzava la testa del nipote che s’era avvicinato per abbracciarlo. Francesco aveva sette anni ed era un bravo ragazzo; voleva molto bene al nonno ed ascoltava con piacere le strane storie che gli raccontava.

   Pietro pregò la figlia di accompagnarlo a casa e lungo la strada le disse con voce sommessa: “Angela,  non sono più giovane. E’ tempo che cominci ad insegnare a qualcuno che prenda il mio posto!” Mentre parlava prese per mano il nipote che lo guardava con occhi chiari ed intelligenti  e… “Vieni Francesco… So che ti piace molto la musica e che vorresti imparare a suonare l’organo della chiesa…” – gli disse facendo l’indifferente. Poi, rivolto alla figlia,  aggiunse, con un mezzo sorriso sulle labbra: “Angela, mi faresti un grande piacere a mandarmi Francesco domani o dopodomani mattina, perché devo parlargli di cose molto importanti… Mi raccomando!”

   Angela lo guardò sorpresa ed egli aumentò il passo guardando dritto di fronte a sé e stringendo forte la mano del nipote. 

       Pubblicato su “Il Galatino” del 18 giugno 1999.

ECHI DELLA GRANDE GUERRA

ECHI DELLA GRANDE GUERRA

In pattuglia a Borgo Valsugana

 

Borgo Valsugana è un centro molto importante della Valle del Trentino sud orientale dove scorre il fiume Brenta. Nel 1915, allo scoppio della Grande Guerra, la Valsugana si trovò sulla linea del fronte. Per vari mesi quella zona fu terra di nessuno. Nel 1916 gli abitanti furono costretti a sfollare in parte verso l’Austria in parte verso l’Italia. L’intera zona fu sottoposta a furiosi bombardamenti che provocarono la distruzione del paese. Alla fine della guerra Borgo venne annesso all’Italia assieme al resto del Trentino, all’Alto Adige e all’Ampezzano.

 

S’era ai tempi che Borgo, paese della Valsugana, nel trentino, dormiva fra due trincee sonni agitati e tormentati dall’incubo. La notte le pattuglie austriache e italiane vi si scontravano talvolta, per le strade, e gli abitanti, svegliati all’improvviso dal crepitio delle fucilate o dai tonfi sordi delle bombe a mano, correvano a sbarrare più fortemente porte e finestre, poi si ricacciavano sotto le coltri tirandole ben sulle orecchie per non sentire, per ignorare. Era bene per loro ignorare tutto. In quell’estate del millenovecentosedici era prudente non sapere nulla, non mettere mai il naso fuori di casa e uscire soltanto per comprare qualcosa e sbrigare le faccende più urgenti. 

Molti soldati in quella guerra avevano vissuto anni in trincea, erano stati decine di volte sotto i bombardamenti, avevano sentito passarsi sulla faccia l’alito caldo della morte violenta, rapida, vertiginosa. Ma i più sapevano che il combattimento o l’attesa del combattimento, mentre esplodevano le granate, non facevano una impressione così paurosa e strana come il cadere dei proiettili in una città nella quale si aggiravano ancora borghesi, ombre cioè di vita e di pace.

Per i soldati, nomadi del ventesimo secolo, la città era il focolare di tutti, il riposo, il letto soffice, la donna che aspetta, il bimbo che sorride, le vetrine luccicanti, il ristorante con le tovaglie pulite, il caffè con i tavoli di marmo, i tram, le automobili, le vetture o i carri. Certo era bello tutto questo, un ricordo che sonnecchiava un po’ a tutti nel cuore! E quella città dava loro, anche nel moto della vita quotidiana, un senso di pace, di riposo. E la guerra in città sembrò, quando venne, una profanazione orrida, spaventosa.

Quando in trincea i soldati sentivano arrivare il terremoto, stringevano un po’ i denti e si preparavano a giocare a rimpiattino con le granate. Se non era necessaria la loro presenza fuori, si mettevano in un ricovero o in un angolo morto. Se bisognava andare fuori si andava con il passo svelto e si diceva mentalmente: speriamo che non tocchi a me! Se si doveva attraversare una lunga zona battuta, con le truppe mandate all’attacco, ci si raccomandava l’anima a Dio o alla fortuna, e si andava avanti, sotto la spinta del dovere, un po’ inconsci e un po’ abbrutiti, fatti insensibili dalla fatica, dal persistere del rombo, dalla furia del combattimento che travolgeva anche i pensieri e che, certe volte, nel suo uragano uccideva anche l’istinto di conservazione. Lassù, per i soldati, la guerra era a casa sua.

C’è tanto posto per ammazzarsi. Perché proprio in città? La città è l’ultimo baluardo della convivenza sociale, è il simbolo di infinite cose. La guerra del cannone, del rombo, del crollo, delle macerie, distrugge le città, le fa scomparire e restano le rovine. E un giorno sulle rovine arate dalla guerra, prima di rifiorire il pesco il mandorlo il ciliegio, sarà il deserto. E sul deserto passerà l’uomo solo.

I soldati scendevano dal monte Asolone dopo due mesi di battaglie. Due mesi sembravano tanti. Un battaglione, una brigata restavano a volte in linea anche tre mesi senza requie senza un solo momento di pausa. I bombardamenti si succedevano ai bombardamenti, gli attacchi ai contrattacchi, le pattuglie alle pattuglie, i colpi di mano ai colpi di mano. La vita camminava sempre sul filo del rasoio e la morte di sotto invitava sghignazzando.

Il povero Antonio scendeva dall’Asolone con i suoi commilitoni, aveva la febbre. Gli erano morti attorno gli amici più cari, aveva pianto per il terrore che con loro morisse la patria, la sola cosa che gli era rimasta a trentatré anni, l’età di Cristo. Dall’Asolone scendeva a Bassano e credeva di trovare nella città il riposo e la pace. Aveva bisogno di quiete. Aveva la febbre.

La popolazione s’era diradata. Già il giorno prima erano cadute alcune granate e la notte erano passati gli aeroplani austriaci. Tre case erano squarciate. Gli abitanti se le mostravano con orrore, sostavano muti davanti alla grande voragine che aveva inghiottito i piani i tetti e i mobili. Poi proseguivano a capo chino pensosi. Alcuni passavano in fretta senza guardare senza voltarsi come se il luogo fosse maledetto. In quelle povere case s’era vissuto, c’era stata la commedia e la tragedia di tutti i giorni, la verità e la menzogna, il riso e il pianto. Sul selciato c’erano mattoni rotti spaccati polverizzati e vetri infranti che luccicavano al sole freddi taglienti maligni.

Antonio camminava come trasognato. Aveva nelle narici uno strano odore di ospedale, le ossa indolenzite, il pensiero pesante torpido. A lui, in fondo, di quella rovina importava poco. Aveva visto ben altre rovine ormai. Ci aveva fatto il callo. E poi era abbrutito, il pensiero gli faceva male. Mentre scendeva si godeva il sole. Gli pareva strano dopo due mesi di rombi di non sentire più il cannone, di poter camminare senza che tutti i suoi nervi aspettassero l’arrivo di un proiettile e lo scoppio di una granata. Gli pareva strano. A un tratto sentì passare sulla cittadina l’urlo acuto di una sirena. Trasalì. Non poteva credere a sé stesso. Come, anche qui?, domandò l’anima. E rispose uno scoppio secco fragoroso. Era il cannone austriaco, il suo vecchio amico dell’Asolone. Antonio impallidì. Ed era tanto che il cannone non gli faceva né caldo né freddo. Ma capì subito che il cannone di lassù, sui monti, non era il cannone di Bassano.

Era in una piazza popolosa. Donne e uomini chiacchieravano prima che sparasse il cannone. E parve a un tratto che un vento di follia passasse su quella povera gente, che una folata fredda di orrore s’abbattesse sulle case. Una fuga rapida di donne piangenti, un fuggi fuggi improvviso di uomini spaventati e fu intorno ad Antonio il deserto. E l’ululo della sirena tagliò ancora l’aria. Gli scoppi seguivano gli scoppi a intervalli regolari precisi con la metodica perfidia dei bombardamenti austriaci. Antonio si addossò a un muro e rimase solo, così, perplesso, senza pensiero, ma in preda a uno sgomento vago, a un malessere indefinito.

Gli austriaci bombardavano la città… perché? Che cosa aveva fatto la città? Combatteva essa forse? Antonio aveva ancora negli occhi la faccia spaurita di una donna nel buio di un androne, negli orecchi il piagnucolio di un bimbo. La morte passava sulle case. A ogni scoppio a ogni fracasso di vetri infranti ad Antonio sembrava di sentire un urlo. I soldati non urlavano quasi mai. Feriti si abbattevano con una bestemmia, con una smorfia, se perdevano troppo sangue perdevano i sensi. Stringevano i denti, ma non urlavano. Gli inermi urlavano. I soldati sapevano quale era il loro destino. Dicevano sempre: oggi o domani… qualcuno per troppa fatica diceva meglio oggi che domani. Ma i non combattenti? E’ povera gente sorpresa sulle strade della vita d’un paese, quasi senza agguato, dalla morte. E non capisce, non si spiega, non sa. Si trova piagata stracciata annichilita d’urto, senza attesa, senza meditazione, senza preghiera, senza rassegnazione. E allora urla…

Il piccolo paese viveva quella vita da mesi. Le trincee austriache erano trecento metri a occidente, quelle italiane un chilometro a oriente. Il cannone austriaco vomitava fuoco da occidente, quello italiano da oriente. Morte da due lati e silenzio perché non c’erano padroni non c’era autorità e nessuno sapeva se si sarebbero decisi prima gli italiani o gli austriaci a prendere possesso delle case sbocconcellate, a scavare trincee nelle strade, a porre un comando nella cantina. Nella povera gente l’attaccamento al poco che posseggono sembra quasi più forte che non l’attaccamento alla vita. Rimangono nella loro casa anche sotto i bombardamenti e se il cannone gliela distrugge si aggirano attorno alle rovine come cani scacciati dal padrone a pedate.

Sta di fatto che Antonio una notte dovette tornare a casa sua. Era un tipo di montanaro magro ossuto biondo, con grandi occhi turchini e una calvizie precoce completa. Quando si toglieva il cappello mutava fisionomia e sembrava un altro. Antonio rideva sempre. Rideva cantava e beveva. Non era mai triste. Portava all’attacco il suo plotone raccontando barzellette una dietro l’altra. Quando dopo quattro settimane di fatiche spaventose e di combattimenti lo portarono via da una trincea con una febbre di esaurimento che pareva dovesse morire, raccontava ancora barzellette nel delirio. Un giorno Antonio ricevette l’ordine di andare a casa sua.

Il comandante di battaglione, in Valsugana, mandò a chiamare un ufficiale che avesse conoscenza dei luoghi, fegato sano, e tutte le altre qualità necessarie per compiere incarichi di fiducia nei quali si richiedeva audacia e prudenza nel tempo stesso.

Fu quel colonnello a chiamare Antonio nel suo ufficio, in Caserma.

– Mi hanno detto che lei è di Borgo in Valsugana.

– Si, signor colonnello, sono nato a Borgo.

– Allora, lei, stanotte torna a casa sua.

Quel pensiero gli stringeva il collo: era il capestro. Eppure andò. Egli sapeva che i suoi non erano più nel paese, che la sua casa vuota era stata colpita, che sarebbe andato di notte e non avrebbe rivisto nessuna faccia nota. Tornare è il verbo più bello e più triste d’ogni umano linguaggio. Tornare vuol dire rivivere, riamare. E a lui, che tornava nella sua bella valle, in un paese sospeso tra due patrie, dopo mesi di guerra e di sventura dovevano certo piovere sul cuore infinite lacrime del “non c’è più”. 

Partì dal “Casermone” ch’era il tramonto. La conca era rossa di sangue e azzurra come il mare. I giardini e i frutteti delle colline emanavano profumi da far perdere la testa. Il sole andava a cacciarsi giù tra le catene dentate dei monti bianchi di neve. Dopo tanta strada, finalmente vide il suo paese: Borgo si trovava rannicchiato, accucciato, silenzioso, tra i monti.

Antonio aveva disposto i suoi uomini in ordine di pattugliamento: punta, fiancheggiatori, grosso del plotone. Passò il monte Maso, tenne a sinistra per trovare la riva del fiume Brenta, si cacciò tra i vigneti. Verso Trento le montagne parevano galoppate dalle nuvole blu sotto pennellate di zafferano e di rubino. Il Brenta scorreva tranquillo riflettendo le ultime luci del tramonto. Si vedevano lontano lumini di baraccamenti che palpitavano. A un tratto il tenente perse un fiancheggiatore. Ci fu, nella piccola truppa, un rimescolio. Si fermarono, si strinsero, si contarono. Cercarono il disperso. Con il fucile impugnato, l’indice sul grilletto, gli alpini avanzavano cauti, rovistavano i cespugli. Finalmente Antonio lo trovò. Era sotto una pianta d’uva che mangiava tranquillamente:

– M’ero fermato, sior tenente, a mangiare un po’ d’uva. Era così bella!

– Animale! Non vedi che non è ancora matura? E poi non è grappa…

E ripresero la strada, rimettendosi in ordine. Dovettero fermarsi più volte a causa dei piccoli incidenti che capitano alle pattuglie. La pattuglia è una caccia all’uomo nella quale il successo si ottiene con la prudenza. Cacciati fra due linee sono soggetti a tutte le imboscate. Se sono essi i primi a scoprire il nemico ne hanno quasi sempre ragione, se sono invece scoperti loro sono quasi sempre irrimediabilmente perduti. Anche quella notte una pernice parve un austriaco, una lepre mise in allarme tutta la pattuglia. Eppure a passo, a passo, con infinite giravolte e allungamenti, seguendo i fossi e i filari d’alberi, sempre al coperto, a mezzanotte, arrivarono al paese.

Antonio era a casa sua. Le strade erano deserte. Gli abitanti dormivano d’un sonno pesante simile alla morte. Ma gli alpini dovevano scivolare sulle strade senza rumore sui selciati. E con i loro scarponi chiodati non era facile. Il Colonnello aveva dato ad Antonio un compito ingrato. Si trattava di rovistare il paese da cima a fondo, di accertarsi bene che gli austriaci non vi fossero nascosti; d’andare anche oltre la cittadina, vedere se dalla prima trincea austriaca alle prime case ci fossero camminamenti; parlare anche, se era possibile, con qualche abitante rimasto tra le case per completare le osservazioni, dovevano rendersi conto di tutto. E nella notte gli alpini procedevano nell’ombra della luna, incollandosi ai muri.

Antonio arrivò a una villetta bianca, e si fermò. Disse agli uomini: ci siamo. Scavalcò un cancello, scosse le imposte d’una finestra, spinse le vetrate, saltò dentro: era in casa sua. Gli alpini lo avevano seguito. Pensò a loro. Accese un mozzicone di candela.

– Figliuoli andiamo. Se mi hanno lasciato in pace la cantina stanotte offro io, come se fosse venuta la stelletta di capitano. Ci devono essere giù delle bottiglie di vino speciale!

Scesero. Dovettero scassinare la porta. Le botti erano intatte. Le bottiglie anche. Agli alpini sfavillavano gli occhi nella semioscurità.

E li lasciò in compagnia delle bottiglie. Egli andò a masticare il fiore dolceamaro dei ricordi, come diceva suo padre. A rivedere le sue stanze, i suoi mobili, i suoi libri. Oh! se ricordava!… Quando era bambino, quando era adolescente… Là aveva riso, qua pianto. E forse quell’alpino ossuto, con quel cranio pelato, forse, quella notte ridiventò bambino. E pianse.

Tornarono fuori. Le case erano fantastiche. La luce dell’alba metteva sulle muraglie toni freddi di biacca e d’azzurro. Dovevano cercare l’abitante fidato che confermasse con la sua esperienza, le loro osservazioni di quella notte. Il risveglio non batteva ancora a nessuna imposta. Andavano silenziosi di nuovo rasente i muri.

Gli alpini erano tranquilli e non erano ubriachi. Avevano bevuto, sì, molto, ma non erano ubriachi. Un alpino non è mai ubriaco. Avevano bevuto silenziosi. Religiosamente. E quando si beve si beve. E basta.  Uno degli uomini di punta cominciò a balzare di qua e di là, a volte strisciando lungo una viottola ancora incerta fra notte e alba. Un balzo, un ritorno strisciando.

– Tenente, ci sono i cecchini austriaci!

– Quanti?

– Mi pare una sessantina.

La pattuglia era di dodici uomini. Gli austriaci sbarravano ormai la strada dell’Italia. Antonio sentì ancora quel suo pensiero vecchio stringergli il collo… guardò i suoi alpini; erano calmi.

Disse: Bisogna passare. Risposero: Passeremo, sior tenente.

Gli altri avanzavano. Erano sicuri che all’alba le pattuglie italiane avessero già sloggiato. Andavano per quattro, in bell’ordine, con il passo cadenzato.

Gli alpini aderivano al muro nella penombra dove il bianco dell’alba non arrivava ancora. I più si erano fermati in un androne. Antonio era fuori, steso per terra, con la pistola in pugno. Tutte le baionette erano innastate. Egli dava istruzioni a denti stretti, soffiando:

– Lasciarli venire fino a venti metri, poi sparare tutto un caricatore, addosso con la baionetta e, approfittando della sorpresa, passare in mezzo. Intesi?

Gli uomini avevano capito. Nascosti, immobili avevano l’anima negli occhi, miravano già.

Ma allora… si schiuse anche quella via di scampo. Sboccavano austriaci anche da un’altra strada a tergo. Nascevano come d’incanto. Ad Antonio girò la testa. Era finita. Prese un’altra decisione rapida. La fece capire agli uomini con un gesto. A poco a poco tutti scomparvero nell’androne. La porta fu socchiusa, piano. Tutti trattenevano il respiro. Fuori, con passo cadenzato, sfilavano gli austriaci. Nell’androne c’era una porticina interna. Antonio picchiò con le nocche piano. Attimi di silenzio che parvero eternità. Poi la porticina s’aperse. Una donnina di trent’anni, sonnolenta, trepida, pallida, ravvolta in uno scialle, con i capelli scomposti comparve nel vano. Antonio aveva l’indice in croce sulla bocca. La donna si ritirò sul letto rassegnata. Piagnucolò per la paura che gli austriaci venissero dentro. – Stai buona – disse Antonio – non verranno!

Tutti gli alpini erano entrati silenziosi. La porticina s’era rinchiusa. Fuori, con passo cadenzato, sfilavano gli austriaci. Dentro tredici anime in pena non fiatavano. Gli alpini rimasero ad aspettare. Antonio si grattava il cuoio capelluto. Ormai l’aurora era alta e fuori passavano gli austriaci. Si vedevano dalle griglie: passavano a plotoni, a gruppi, ma ce n’era sempre.

– Cristo, se occupano Borgo proprio oggi siamo in trappola! – disse Antonio.

La donna si fece coraggio. Si ravviò i capelli. Si buttò lo scialle sul collo, uscì.

Quando tornò disse buttando lo scialle sul letto:

– Sono più di due compagnie. Dicono che non restano qui. Ma ce n’è dappertutto. Non potete uscire. Dovete restare qui almeno fino a sera. Sia fatta la volontà di Dio.

Si sedette. Prese un ricamo. Si mise a lavorare. Soltanto se sentiva rumore di fuori trasaliva, guardava la porticina con l’occhio fermo un po’ pallida, con le labbra strette. Gli alpini s’erano seduti sul pavimento e sbadigliavano.

La donna si chiamava Ornella. Una povera maestrina di bambini di tre o quattro anni. E questo costituiva il maggiore impiccio. Cosa devo dire ai bambini quando arriveranno? Si spaventeranno e si metteranno a piangere. Antonio la consolava dicendo che se voleva che andassero fuori i suoi alpini andavano subito via. Tanto per loro non era un problema. Si sarebbero nascosti nella boscaglia. Ma non c’era da spaventarsi. I bambini avrebbero giocato con gli alpini, si sarebbero divertiti. Poi la sera sarebbero tornati nell’androne più tardi per far dormire i bambini. E rimasero d’accordo così. Ogni bambino che arrivava, vedendo la piccola scuola trasformata in caserma, faceva gli occhi grandi e la bocca tonda, poi, passata la sorpresa, si riprendeva, si sedeva sulle ginocchia d’un alpino, gli tirava i baffi, e si metteva a parlare con lui. E la maestra quel giorno ebbe dodici aiutanti meravigliosi. E quei babbi soldati s’erano scordati che fuori c’erano gli austriaci; s’erano scordati ch’erano a Borgo; s’erano scordati che si trovavano in guerra! E stavano bene così.

E il sole come Dio volle se n’andò. E i bambini anche. Allora Antonio s’accostò alla maestrina. E le disse:  – Può darsi che si sappia, più tardi, che siamo stati qui. Venite con noi.

L’altra scosse la testa, fissò gli occhi nel vuoto. Rispose: – No, resto!

Antonio le pose una mano sulla testa, senza carezza. La ringraziò e poi dodici ombre scivolarono fuori, si gettarono nei campi, e presero la strada per ritornare in caserma.

LE EROINE DEI CAMPI NELLA GRANDE GUERRA

LE EROINE DEI CAMPI NELLA GRANDE GUERRA

Per l’Italia, tra i tanti problemi della Grande Guerra del 1915-1918, quello agricolo prese il primo posto. Con la partenza dei soldati al fronte, si accesero dispute interessanti: si incrociarono le proposte più disparate, fino a quella arditissima per la cessione delle terre incolte ai contadini. All’epoca il Bilancio dell’Agricoltura, insieme a quello dell’Istruzione, erano i più trascurati, d’ora innanzi quel Bilancio doveva essere oggetto di cure particolari. O l’Italia si avviava ad essere un paese preminentemente agricolo o avrebbe dovuto rinunciare alle sue più importanti tradizioni alimentari. La crisi degli approvvigionamenti che travagliava i paesi belligeranti andava imputata innanzitutto alle imprevidenze del passato. Con la proclamazione del blocco sottomarino tedesco ad oltranza, l’Inghilterra non possedeva provviste per più di sei settimane. Si doveva alla singolare energia del suo popolo ed ai mezzi superiori di cui gli inglesi disponevano, se le speranze tedesche di ridurre l’Inghilterra alla fame non ebbero successo. Essa ricorse senza alcun indugio ai modi più opportuni per favorire lo sviluppo dell’agricoltura in tempo di guerra. Per la soluzione dell’importante problema dovette provvedere da sé medesima alla produzione dei generi di prima necessità. In assenza degli uomini chiamati a combattere il nemico nelle trincee, contribuì validamente la mano d’opera femminile. Nell’ora del bisogno si gettarono le basi di un vero e proprio Esercito della Terra (Land Army), e si istituirono corsi preliminari di istruzione pratica per donne di ogni condizione sociale, di umili origini e di alto lignaggio, studentesse e massaie, cittadine e campagnole che si iscrissero volontarie. E moltissime donne che avevano fino allora ignorato ogni sorta di lavoro si dimostrarono adatte all’uso del badile e del tridente, esperte nel guidare l’aratro. 

Ma nella benefica opera dei campi la donna inglese ebbe come degne sorelle la francese e l’italiana. La pittoresca fantasia popolare le designò “eroine dei campi” e i Governi ed Enti pubblici offrirono loro diplomi di benemerenza e medaglie d’onore. Tredicimila proposte di premi conteneva l’Albo d’Oro italiano e per “motivazioni” che onorarono la Patria e fecero ben sperare per il suo avvenire.    

Alcune di esse, nel periodo in cui urgeva la mietitura, essendo scarsa la mano d’opera per la mancanza di uomini partiti al fronte o morti e feriti in guerra, contrariamente alle abitudini che prevalevano nei nostri paesi, diedero per la prima volta l’esempio e si presentarono al lavoro come operaie e contadine distinguendosi nella raccolta del grano con grande zelo.

Ecco le testimonianze di alcune lavoratrici che in quegli anni di guerra si districavano tra campi da arare e le bestie da scuoiare:

Angelina, svolgeva tutti i lavori che facevano gli uomini nei campi di famiglia. Il marito era in trincea e combatteva contro gli austriaci. Andava persino a spargere i covoni, a scaricare il grano, ad aiutare a trebbiare quando veniva la macchina. Spesso andava ai vicini che avevano le bestie e aiutava a scuoiarle. La sera si ritirava a casa stanca e piena di dolori e doveva pensare ai bambini.

Ernesta, essendo partiti al fronte il marito e il fratello nel 1915, dovette dedicarsi alla coltivazione di un podere di cinque ettari tenuto in affitto dalla famiglia, aiutata solo dalle figlie minori e da alcune parenti. Con grande sforzo, concedendosi solo poche ore di riposo, riusciva a compiere tutti i lavori agricoli. Lavorava con l’aratro, seminava il grano, falciava il prato, mieteva il grano, caricava i prodotti sui carri, governava il bestiame tra l’ammirazione di tutti.

Né mancò, nella balda schiera di lavoratrici dei campi che sfidavano la sferza del sole e il rigido inverno, la vittima gloriosa. Avvenne nella zona di Macerata, dove il Comitato Tecnico dell’Agricoltura segnalò all’attenzione del Ministro dell’Agricoltura e degli italiani in guerra, l’esempio virtuoso della buona signora Celeste, che avendo il marito richiamato alle armi  fin dal 1915, rimasta sola con due bambine, provvedeva a tutto con abilità ed energia. Il fondo che la famiglia coltivava, di ettari cinque, procurava come sempre prodotti in più per sé e per la Patria. Una mattina, colta da malore per l’eccessivo lavoro, cadde come una eroica combattente, immolando sé stessa alla famiglia e all’Italia. Alla memoria di quella valorosa donna il Comitato concesse la Medaglia d’Oro.

Nel periodo bellico vi erano piccole industrie agricole, le quali, a differenza del lavoro dei campi, richiedevano più pazienza che fatica e potevano quindi essere affidate con successo alle cure femminili: come la coltura delle api, l’allevamento dei conigli, del pollame, dei bachi da seta, la piantagione delle melanzane, la preparazione delle conserve alimentari, del burro, la disinfezione delle viti, ed altro.

Quelle industrie, prospere nell’Italia Settentrionale, erano trascurate a causa della guerra e dalla mancanza di manodopera maschile in altre regioni, ma per il fervente impegno di donne energiche e volenterose, andavano ormai diffondendosi dappertutto.

A iniziativa della signora Consolo e con l’adesione del Governo, sorse a Roma una Lega Nazionale Italiana Femminile Agricola che portava per emblema una fanciulla che seminava ed aveva lo scopo di intensificare la produzione agraria con la istituzione di appositi corsi pratici d’insegnamento per le giovinette e i ragazzi al di sotto di 17 anni. I risultati ottenuti furono lusinghieri e tutti capirono che non si trattava di un capriccio del momento, ma rispondeva alla certa convinzione di un bisogno fortemente sentito per il rafforzamento economico delle imprese italiane.

Nel frattempo la guerra andava avanti a ritmi incessanti e i servizi svolti dagli uomini, che erano lontani ad impugnare i fucili nelle trincee, dovevano continuare. Toccava alle donne guidare gli autobus e i tram, consegnare la posta e spazzare le strade, a lavorare negli uffici e nei magazzini. Contemporaneamente migliaia di lavoratrici fecero il loro ingresso nei reparti delle fabbriche. Le donne italiane furono costrette a partecipare alle sorti del conflitto, uscendo dalle loro case in cui per anni erano state confinate. Nell’agosto del 1916 già 198.000 donne erano state inserite negli stabilimenti di produzione bellica. I turni di lavoro erano massacranti, soggetti a controlli molto rigidi che sfiancavano le lavoratrici. Mentre gli uomini morivano al fronte, nelle città e nelle campagne la penuria di approvvigionamenti era grande: il burro, lo zucchero e la carne non bastavano più a sfamare le famiglie. Nell’estate del 1917 esplose il disagio e il malcontento quando nei negozi delle città incominciò a scarseggiare il pane. Vennero improvvisati cortei, a cui parteciparono uomini e donne, che improvvisamente, al grido di pane e pace, assaltarono forni, negozi e caserme. La protesta coinvolse le donne del sud che lavoravano nei campi, occupando i posti dei contadini ed operai che furono lasciati vuoti per essere coperti da chi era restato e non sarebbe mai stato chiamato al fronte: le donne. Si trattò di un momento molto importante per la storia sociale italiana. Per la prima volta migliaia di donne presero parte attiva nell’economia e nella società collettiva di un intero Paese. Non che le donne fossero del tutto nuove a questo tipo di esperienza: molte di loro, specialmente nel sud, erano già abituate a lavorare nei campi mentre, a livello industriale, la loro presenza era già registrata nel settore tessile. Ma adesso il loro numero era aumentato considerevolmente e furono presenti in settori del tutto nuovi per loro.

Ovviamente questo processo non fu indolore perché le donne erano obbligate a compiere gli stessi lavori dei maschi, anche quelli più pesanti. Nei campi era necessario spostare il fieno o i sacchi di grano, accudire il bestiame e utilizzare tutte le macchine agricole. Sei milioni di manodopera femminile fecero sì che nell’intero periodo della Grande Guerra, dal 1915 al 1918, la produzione agricola non scendesse mai al di sotto del 90% del totale di prima della guerra.

I salari, dalla fine del 1915 erano bassi o aumentavano di poco rispetto all’aumento dei prezzi, quindi le famiglie vedevano dimezzarsi il potere di acquisto della lira. Molti generi di prima necessità in realtà erano inaccessibili rispetto a prima della guerra. I prezzi della lana, del pane, della carne, del latte e dei fagioli, aumentavano a vista d’occhio. Anche le donne che lavoravano in fabbrica non riuscivano a sfamare i figli con il loro stipendio. Spesso le merci risultavano introvabili. Erano le donne, allora, ad organizzare scioperi, a manifestare con lunghi cortei e a protestare per l’aumento dei salari e per porre fine alla guerra. 

 

Il 3 novembre 1918 l’Italia firmò il trattato di pace con l’Austria che finalmente decretò la fine delle ostilità sul fronte italiano. Oltre ai circa 600.000 uomini caduti al fronte, la guerra lasciò un’eredità drammatica al paese, con l’economia messa in ginocchio, lo sconvolgimento dei flussi commerciali, il debito pubblico alle stelle e l’inflazione incalzante. A tutto questo si aggiunsero i problemi del reinserimento dei reduci nel sistema produttivo e della riconversione industriale. Un processo che andò ad investire soprattutto la manodopera femminile e minorile impegnata nella produzione bellica, pesantemente colpita dall’ondata di licenziamenti seguiti alla smobilitazione del dopo guerra.  Migliaia di donne e ragazzi dovettero uscire dalle fabbriche, lasciando spazio agli operai specializzati che nelle officine ritornarono a ricoprire un ruolo di primo piano.

Un passaggio che segnò un’impietosa diminuzione della manodopera femminile che aveva lavorato con grande impegno e sacrificio per portare avanti la produzione bellica dal 1915 al 1918.

ASSUNTINA

ASSUNTINA

Quel sabato mattino di dicembre, pieno di freddo sole, molta gente si raccolse davanti alla chiesa del paese. C’era molta curiosità nei paesani, sia per la notevole differenza d’età che intercorreva tra i due sposi, sia per le voci, piuttosto maligne, che erano corse negli ultimi tempi sul conto di Assuntina Linoci. Quando gli sposi uscirono dalla chiesa, gli amici più intimi di don Oronzo Casciaro, ricco proprietario terriero, effettuarono un nutrito lancio di confetti. Poi gli sposi salirono su una lucida berlina nera che si allontanò tra frizzi e schiamazzi. Il pranzo nuziale fu ricco e prolungato. Tuttavia si ebbe subito la sensazione che il matrimonio avrebbe riservato più spine che rose a don Oronzo. La sposa si abbandonò ad una eccessiva euforia, non rigettando gli scherzi e le allusioni degli invitati più allegri. A don Oronzo non piaceva essere tenuto fuori da questa atmosfera di confidenza, ma non poteva prendersela con Assuntina che in un certo modo lo sfuggiva lasciandogli un senso di amaro in bocca. Tale amarezza aumentò alla fine della festa, allorché la sposa confermò che non aveva intenzione di partire in viaggio di nozze. Glielo aveva già detto, perciò fu irremovibile. Don Oronzo dovette cedere e soltanto dopo il tramonto, con un’auto a noleggio, partirono per trascorrere pochi giorni alla villetta che aveva al mare, a otto chilometri dal paese. La stagione non era certo indicata per festeggiare la “luna di miele” al mare d’inverno, la zona era deserta, desolata, ma la casina non mancava di comodità. Scesi dalla macchina, insieme con Rosaria la donna di servizio, si avviarono verso la breve gradinata di accesso alla villa, che lasciava fondere gli ultimi bagliori del sole con l’incipiente tramonto. Mentre l’autista aspettava, don Oronzo e l’inserviente entrarono in casa spalancando porte e finestre. Assuntina rimase sulla piccola rotonda antistante l’ingresso. Muta e immobile si mise a fissare il mare freddo e sconsolato come lei. Chiuse gli occhi e stette a pensare così per lungo tempo. Quando aprì gli occhi sentì un po’ di movimento in casa, gli ultimi saluti. L’inserviente salì sulla macchina che, rombando, s’allontanò verso il paese. Don Oronzo e Assuntina rimasero soli.

 

Non c’era luce elettrica nella villa (la marina ne era ancora sfornita) ma in compenso vi erano dei bei lumi a petrolio, ottocenteschi. don Oronzo ne accese uno e lo pose sul massiccio tavolo ch’era nel soggiorno. Indi andò a bussare ancora, lievemente, alla camera da letto. Assuntina, che era rimasta a lungo chiusa in camera, sdraiata sull’alto e gonfio letto, si scosse e si decise a uscire. Non si era quasi accorta del buio che ormai si era fatto nella stanza: l’unica percezione materiale che aveva avuto durante quel tempo era stato il rombare frusciante delle onde, ad intervalli uguali, cadenzati, come una musica fatta d’acqua e di vento, contro la bassa scogliera. Raggiunse il marito (come suonava strana quella parola riferita a don Oronzo!) e capì che doveva pur dire qualcosa.

– Mi ero quasi addormentata. – Egli ebbe un lampo di ingenua gioia, come una timida speranza.

– Se vuoi possiamo andare anche subito a letto. Ma prima prendi qualcosa di caldo. Annetta ci ha acceso un bel fuoco in cucina ed io vi ho messo a riscaldare un po’ di brodo. Ella non rispose. Si diresse, lentamente, verso la porta-finestra che dava sulla rotonda e dalla quale, di giorno, si godeva la vista del mare. Ora il mare lo si sentiva soltanto e lo si indovinava, inquieto, nel buio al di là dei vetri. Sentì il marito armeggiare in una dispensa con bicchieri e bottiglie. Si voltò e vide che stava posando sul tavolo due coppe di cristallo, limpido e freddo come quella sera di dicembre, e una bottiglia di champagne. Ella sorrise, stranamente, poi disse: – Non devi essere buono con me… Non so se io lo sarò con te… – Egli divenne di fuoco; il respiro gli si appesantì. Dopo un poco disse: – E’ vero, non sei buona con me! Ma preferisco soffrire vicino a te che impazzire lontano da te… – e aveva negli occhi la fedele rassegnazione di un cane bastonato. Ecco: forse don Oronzo aveva colto nel segno, sarebbe stato infatti per lei un continuo agguato, uno di quei agguati contro i quali ella nulla sapeva fare… Eppure doveva vincere lei! Altrimenti perché avrebbe rinunciato ai suoi sogni sposandolo? Tornò a guardare l’invisibile mare. Mentre gli passava accanto, diretta in cucina, don Oronzo tentò una carezza sul suo braccio tornito, ma Assuntina gli si sottrasse con un brusco movimento. Egli ne restò male, ma non disse nulla. Dopo un po’, entrambi, in un silenzio che il rumore del mare sottolineava, sorbivano il caldo brodo fumante. – Non vuoi bere? – le chiese don Oronzo. E siccome ella non rispose, con un gesto quasi rabbioso prese la bottiglia di champagne e la sturò. Il secco colpo con cui il tappo saltò fece sussultare Assuntina. Egli riempì le due coppe, ne prese una e gridò: – Don Oronzo Casciaro brinda lo stesso! – E bevve con foga, bagnandosi la cravatta. Quando finì la guardò: ansimava ed era tutto un fuoco. Ella allora prese la sua coppa e cominciò a bere. – Brava! Così devi fare. Quello che lasci è perduto! E non devi lasciare neanche il resto… Pensaci!… – Assuntina posò la coppa sul tavolo poi prese un lume e disse: – Vado a letto. – Non ebbe il coraggio di raggiungerla. Accese una sigaretta e rimase a fissare le incisioni del lume.

La raggiunse dopo un’ora circa, un’ora trascorsa come una belva in gabbia, a rodersi di tenerezza e di rancore, di desiderio e di odio. Tuttavia sapeva che nulla era più forte della sua passione per quella ragazza dagli occhi verdi, che aveva voluto fosse sua moglie. Sua moglie! Come suonava amara quella parola. Ecco , ora l’aveva a fianco, nel letto, ma lei era lontana, lontana come un sogno tormentoso. Voleva avvicinarsi a lei ma non ne aveva il coraggio. Sua moglie! Il mare ruggiva mentre il vento sbatteva le onde contro gli scogli. Le prime luci dell’alba, un’alba livida, ventosa, filtravano dalle imposte e don Oronzo aveva, sì e no, dormito per due ore appena. Guardò Assuntina che, al suo fianco, dormiva d’un sonno che appariva inquieto. Tese le orecchie: tra il ruggire delle onde gli era parso di sentire il lontano brontolio di un tuono. C’era da aspettarselo il temporale, fin dalla sera prima. Si stava sistemando di nuovo sotto le coperte per dormire, quando un tuono ancor più forte fece vibrare i vetri della stanza. Assuntina con un grido si voltò stringendosi a lui. Sentirne il caldo corpo teso e rispondere freneticamente a quell’abbraccio fu tutt’uno per don Oronzo. La mattina non si parlarono: si sentivano come due amanti nemici. Il temporale aveva lavato il cielo e il mare, che apparivano ora più limpidi e freschi. Il sole, risalito dall’oriente un po’ sfocato, ritinse la sabbia d’un oro giallino e riaccese i colori dei villini. Verso le dieci don Oronzo si allontanò, sentiva il bisogno di camminare un po’ e se ne andò lungo la spiaggia. Assuntina rimase sola. Avvertiva un’inquietudine strana che somigliava un po’ alla paura. Sul tardi, mentre finiva di nettare un po’ di verdura sulla soglia di casa, vide una strana figura dirigersi lentamente verso di lei. Capì solo che era una vecchietta che girava per raccogliere legna su quella desolata marina. Appena fu giunta davanti a lei, la vecchia salutò:

– Buongiorno, figlia. –

– Buongiorno, nonna. – rispose lei, con un tremito che inutilmente cercava di reprimere.

– Il temporale ha portato freddo… Non avresti un po’ di legna? –

– Mi dispiace, nonna: non ne ho.

La vecchietta la guardò con attenzione e poi disse: – Sei bella figlia, ma non sarai felice!… –

Assuntina ebbe un tremito di paura, improvvisamente si alzò lasciò cadere il coltello di cucina che aveva in mano e corse in casa. Si gettò sul letto e pianse, chiamando il marito. Dopo un po’, spinta da un forte desiderio di sapere, tornò fuori. Ma la vecchia non c’era più. Si guardò intorno, terrorizzata, e vide la sagoma stanca, tormentata del marito che tornava. Lo chiamò a gran voce e quando egli giunse gli si gettò tra le braccia singhiozzando. – Quella vecchia… quella vecchia… diceva. E don Oronzo la stringeva, senza capire.