LA PASSIONE DI COSTRUIRE VELIERI IN MINIATURA

LA PASSIONE DI COSTRUIRE VELIERI IN MINIATURA

Fernando Pino, artigiano in pensione di Tuglie (Lecce), non è più con noi da qualche mese; non costruirà più velieri in miniatura. Dopo una lunga malattia ci ha lasciati per sempre con la sua bontà, la sua modestia, e il suo mite sorriso di persona sofferente e bisognosa di aiuto.

Puntuale, prima di farsi intervistare alle mostre di artigianato locale, scandiva perfettamente il suo nome e cognome. Si vedeva subito che la precisione faceva parte della sua natura di infaticabile lavoratore. Grazie a questa indole, gli vennero conferiti, giustamente, i titoli di Cavaliere dell’Ordine della Repubblica, nei primi anni Ottanta, e di Maestro del Lavoro nel 1986.

Fernando Pino era molto conosciuto a Tuglie e nei paesi vicini perché costruiva meravigliosi modellini di velieri antichi. Una passione che aveva radici lontane! Fernando aveva sette anni quando per la prima volta intagliò un modellino di nave in legno e si trovava in colonia, al mare, con altri bambini bisognosi di aria e di sole come lui. Con un temperino aveva realizzato un piccolo veliero. La maestra  lo vide e gli chiese se poteva regalarglielo. Molti anni più tardi, Fernando, dopo aver lavorato vent’anni a Torino ed essersi trasferito a Lecce, ritrovò la maestra e scoprì con grande piacere che conservava ancora il suo piccolo veliero. Da allora, sono passati tanti anni; una lunga vita, durante la quale Fernando era passato da operaio specializzato a impiegato senza mai tralasciare la passione per i velieri in miniatura.

 

Nel 1954 dovette lasciare il suo paese natio, Tuglie, per trasferirsi a Torino. Qui incominciò a lavorare presso gli stabilimenti delle Costruzioni Impianti di Mirafiori come operaio specializzato. Tre anni dopo si sposò ed ebbe due figli. Nel 1972 tornò a Lecce per andare a lavorare come impiegato tecnico alla Fiat Macchine Movimento Terra di quella città.  Ma fu a Torino che realizzò il suo primo modellino di nave, seguendo uno schema acquistato in un negozio specializzato. Si trattava del disegno della Santa Maria, una delle tre caravelle che Cristoforo Colombo utilizzò nella traversata oceanica. Fernando impiegò circa sei mesi per costruirla.

Aveva costruito una cinquantina di modellini, forse anche di più, una ventina dei quali li aveva regalati. Gli altri non volle venderli perché li aveva promessi ai figli e ai nipoti.

Il modello più grande è quello della “Sovereign of the Seas”, lungo due metri e venti. Fernando Pino costruiva tutto da solo, qualche volta lo aiutava la moglie, sarta, che cuciva le vele: dal tagliare e piegare il fasciame dello scafo, al sartiame, alle statuine dei marinai che si vedono a bordo dei modellini. Ore ed ore dedicate a questa sua passione; erano poche quando lavorava in fabbrica o in ufficio, intere giornate da quando era in pensione. Fernando si rinchiudeva nella sua cantina e lavorava ai suoi modellini ascoltando la radio.

La “Sovereign of the Seas” (Regina dei Mari), era la più grande nave da guerra dell’epoca. Varata nel 1637 da Carlo I d’Inghilterra, fu anche la nave più decorata del suo tempo: costata 66 mila sterline, ce ne vollero sei mila solo per realizzare armamenti ed abbellimenti. La nave, che imbarcava 860 uomini, era lunga 71 metri e pesava 1.540 tonnellate. Portava 24 cannoni sul ponte inferiore, 20 sul ponte di coperta, più un gran numero di cannoni leggeri sul castello di prora e sul cassero di poppa. La “Sovereign of the Seas” finì bruciata in un incendio nel 1699.

Una delle ultime opere di Fernando Pino è il “Bucintoro”, l’antica nave del Doge di Venezia. Questo modello è lungo un metro e settanta. E’ davvero un’opera meravigliosa. Fernando aveva girato per più di 35 anni intorno a questo progetto. Del “Bucintoro” non esistevano disegni precisi, ma solo descrizioni. Alla fine trovò quello che gli serviva per costruirlo in miniatura e fu felice quando portò a termine questo lavoro dopo più di quattro anni d’impegno assoluto.

Il “Bucintoro” era la nave che ogni anno, all’Ascensione, il Doge di Venezia usava per celebrare le simboliche nozze tra la città e il mare. Un lavoro di grande precisione fatto di intagli, dorature e velluti. A Venezia furono costruiti quattro esemplari di “Bucintoro”. Il primo risale al 1311, l’ultimo al 1728. Era lungo quasi 35 metri ed era mosso da 168 rematori, quattro per remo. Era governato da tre Ammiragli con 40 marinai. I rematori stavano nella parte inferiore, le Autorità si fermavano a quella superiore. Questa parte era coperta da un baldacchino che formava una grande sala rivestita in velluto rosso con 90 sedili e 48 finestre e culminava a poppa con il fastoso trono del Doge.

Del “Bucintoro” oggi rimangono solo presunti frammenti conservati nel Museo Correr di Venezia e un pezzo d’asta di bandiera conservato nel Museo Storico Navale dell’Arsenale  di Venezia.

Un 1° Maggio, festa dei lavoratori, Fernando Pino fu premiato dai suoi concittadini in Piazza Garibaldi per il lodevole lavoro svolto in tanti anni alle dipendenze della Fiat e per i suoi magnifici modelli di antiche navi che hanno fatto la storia dell’uomo e del mare.

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LA LANTERNA MAGICA

LA LANTERNA MAGICA

Marcello aveva pensato di trascorrere l’inverno all’estero e di dedicare quel periodo di tempo allo studio delle meraviglie antiche e moderne. Durante il viaggio decise di fermarsi in una piccola ed antica città della quale aveva sentito decantare le bellezze e gli sembrava quindi un dovere includerla nell’itinerario. Già nel corso del viaggio voleva raccogliere sensazioni e ricordi per conservarli nella propria anima e custodirli per sempre gelosamente. 

   Si era ai primi di settembre. L’autunno si affacciava col suo mutevole volto: vento, sole e pioggia alternavano sorrisi, lacrime e scudisciate. I giorni incominciarono ad accorciarsi: l’inverno si avvicinava a gran passi. Sulle strade, fiancheggiate da ampi portici, calava rapida l’oscurità. La tinta rossiccia dei muri che la sera rendeva quasi violacei gli dava la sensazione del sangue e del vino, infondendogli nell’anima una vena di malinconia.

   Egli aveva già visitato chiese e palazzi di quella città, aveva ammirato insomma tutte le meraviglie artistiche che gli erano state tanto decantate.

   Aveva l’abitudine di cenare tutte le sere in un’osteria rinomata per i suoi vini prelibati. Una sera però, dopo una cena abbondante e succulenta, si sentì solo. Rigirò lentamente il bicchiere tra le dita e s’indugiò ad osservare i riflessi color rubino che si rifrangevano sul candore della tovaglia. Sollevò il bicchiere,  e guardò attraverso il cristallo: sì, effettivamente era solo. Provò acuta la mancanza di una persona con la quale scambiare sguardi e parole. Acutissima sentì la nostalgia di questo qualcuno e in pari tempo fu scosso come da un brivido di presagio. Non fu che un lampo, ma sufficiente a fargli sentire che in quella città c’era qualcosa, o qualcuno, che aspettava lui, lui solo.

   Fece schioccare le dita. L’oste accorse premuroso. Conosceva naturalmente un luogo dove un giovane forestiero avrebbe potuto trascorrere qualche ora piacevole. Sì, certamente gli avrebbe indicato dove avrebbe potuto trovare ciò che cercava, alla Lanterna Magica. Tutto ciò gli fece intendere mediante una mimica intelligente, con rapido ammiccare degli occhi pieni di furberia e con sorrisi colmi di compiacenza. Il giovane capì a volo le parole non pronunciate, ringraziò l’oste e senza porre indugio di mezzo si avviò verso quel dedalo di viuzze che l’oste gli aveva indicato.

   Il vicolo che Marcello doveva raggiungere era situato dietro altissimi palazzi antichi. Il popolino maldicente l’aveva soprannominato “via pia”: la strada della pietà caritatevole. Noncurante del cammino che stava percorrendo, non osservava nulla, era sicuro che il destino avrebbe guidato i suoi passi verso la mèta che gli era prefissa.

   D’un tratto si trovò di fronte a un portone illuminato da una vecchia lanterna ad olio. Una porta s’aprì prima ancora ch’egli avesse lasciato ricadere il battente. Entrò in un ampio locale, privo di finestre, che un tempo doveva essere stato un cortile. Lampade ad olio pendevano dal soffitto, formato da grosse travi di legno. In fondo, contro la parete, s’accatastavano delle vecchie botti, la cui esalazione fermentativa impregnava l’aria, intorbidiva la vista, quasi bastasse essa sola ad annebbiare la mente e a generare un senso di ebbrezza sottile.

   I tavolini e le sedie erano per lo più disposti dietro le colonne del porticato; alcuni erano occupati da coppie amorose.

   Un uomo strimpellava sopra una specie di pianoforte, accompagnato da un violinista che voltava le spalle ai clienti mentre una donna dalla voce argentina cantava una canzone sguaiata. Ondulando le anche, a mo di danza, ella si allontanò dal tavolino che stava sfiorando, e protendendo il busto, sollevando la gonna pieghettata con rapido gesto fece in modo che il giovane potesse scorgere uno dei suoi ginocchi e un lembo di coscia denudato; quindi raggiunse il centro del locale e fece un bell’inchino al nuovo ospite che andò a sedersi a un tavolino libero. Nessuno parve notare la sua presenza. 

   Soltanto tre giovani, che sedevano al tavolino dal quale la cantante s’era poco prima allontanata, l’osservavano con insistenza. La giovane cantante aveva lunghi capelli neri e vestiva un abito tradizionale ornato di bottoni e frange colorate. Terminata la canzone, Carmela, così la chiamavano nella sala debolmente illuminata dalle lampade, inviò baci in tutte le direzioni. Scoppiarono gli applausi e siccome anche Marcello applaudì gli si accostò chiedendo cosa desiderasse. Il  giovane forestiero ordinò del vino bianco e soggiunse di portare un bicchiere anche per lei. Un sorriso illuminò il bel viso della ragazza che s’allontanò per ritornare quasi subito con una bottiglia verde-chiaro e con due bicchieri. La donna si appoggiò al tavolino, posò una gamba sulla sedia e si sedette sopra. Con dita gracili e affusolate prese il bicchiere di vino bianco ch’egli le offriva. Dopo aver bevuto un sorso cominciò a parlare guardandolo negli occhi:

– Non ti ho mai visto da queste parti. Sei un forestiero di passaggio? Da dove vieni? Ti trattieni ancora in paese? –

– Ehi!… Quante domande. Vuoi sapere troppe cose e molto in fretta anche! –

   Marcello le rispose sorridendo. Bevve lentamente il suo vino e poi aggiunse:

– Sto facendo un lungo viaggio per dipingere paesaggi e belle ragazze di questa terra. Mi fermo solo qualche giorno e poi parto. – La ragazza lo fissò con gli occhi spalancati come colpita da un incantesimo. Trasse un profondo sospiro.

– Come sarebbe bello poter viaggiare, partire ed andare lontano da questo schifo di posto! – disse.

   I tre giovani del tavolino di fronte cominciarono a battere le mani reclamando la presenza di Carmela. Ella sorseggiò ancora una volta il vino, posò il bicchiere sul tavolino e si diresse lentamente verso i clienti che l’avevano chiamata. Si accostò a uno di essi e affondò tutt’e cinque le dita in quei ciuffi castano-chiari e si lasciò attirare sulle sue ginocchia. Gli bisbigliò qualcosa all’orecchio e terminò baciandogli a lungo il lobo dell’orecchio, poi si liberò dalle mani di lui che la tenevano stretta per la vita. In quell’attimo si decisero il senso ed il significato della serata per il giovane forestiero. Valeva la pena di tentare il giuoco? Sì, probabilmente esso sarebbe stato piacevole, se gli fosse riuscito di spegnere la fiamma che sembrava divampare nella testa di quel biondo giovanotto.

   La musica riprese a suonare. La cantante, sempre a passo di danza, ritornò al tavolino di Marcello e si sedette sopra una sedia accanto a lui in modo da voltare le spalle ai tre giovani. Gli porse il bicchiere da riempire. Volle sapere come si chiamava e a che cosa pensasse. 

 –    Mi chiamo Marcello – rispose il forestiero sorridendo senza saperne neppure lui il perché.

 –   Penso a quel giovane con i capelli castani, seduto lì di fronte, in mezzo a quei due. E’ il tuo amante? –

   La ragazza assentì brevemente.

– Fai tutto quel che vuole? E’ geloso? –

   Carmela sollevò le spalle e premendo le labbra dilatò la bocca.

– Sì, geloso come un pazzo. Sono la sua prima avventura amorosa. Se sapesse che un altro mi ha abbracciata o anche solo sfiorata mi ucciderebbe. –

   Marcello la guardò con attenzione e poi chiese: – E tu?… cosa fai? –

   La ragazza rispose sopra pensiero: – Io?… Oh, io!… – si piegò sul tavolino protendendo verso di lui il petto e le braccia.

– Prendimi con te e portami via da questo paese. Ti prego… Non voglio stare qui… Non voglio… Se mi porti via farò tutto quello che vuoi!

   Marcello la fissò con attenzione, poi le chiese sorridendo: – Proprio tutto? –

   Dopo un poco, ritornato serio in viso, aggiunse: 

– Non dire fesserie… non posso prenderti con me… non ti conosco neppure e poi non so se mi piaci!

  La ragazza incalzò quasi con rabbia:

– Se ti piaccio… mi porti via con te? Per favore rispondimi, mi porti via?… Portami lontano da qui. Voglio scappare da questo posto. Ho paura!

  Egli la fissò, quasi a frugarla fin nelle più intime fibre.

– E se dopo tre giorni sono già sazio di te… che succede? –

– Me ne vado. Te lo giuro. Non rimango nemmeno un’ora di più. Prendimi con te. Appena sarò lontana da qui…

– Musica! Musica! – richiesero a gran voce i tre giovani che sedevano dirimpetto.

– Musica vogliamo! Fuori la cantante! Noi paghiamo per sentirla cantare! –

– Va, canta! – le disse Marcello ridendo.

   Rimasto solo egli pensò alla sua famiglia, alla gente alla quale era stato raccomandato egli parve di vedere i visi che avrebbero fatto vedendolo in quella compagnia. Questo pensiero lo divertiva..

   La ragazza cantava un’indiavolata canzone popolare e terminò lanciando grida di giubilo.

– Bis!… bis!… – gridarono i tre giovani. Anche le altre coppie parvero scosse da tanta giocondità

e applaudirono come se quella voce non turbasse affatto la loro intimità, anzi tutt’al contrario.  

   La cantante scomparve un attimo nell’angolo dei musicanti e ricomparve col capo avvolto in un fazzoletto. Prese le due cocche e le tirò fino alla cintura trattenendovele con le mani. Scivolò quindi nel centro del locale a piedi nudi e riprese a cantare con voce appassionata e con gli occhi fissi in quelli del giovane dai capelli castani. Questi, in un attimo, balzò in piedi e, battendo ritmicamente le mani, le si mise al fianco per ballare insieme a lei. In pochi minuti l’atmosfera sembrò infuocata, il violino impazzito, il ballo frenetico. Infine quando la canzone stava per terminare, il giovane strinse forte a sé Carmela in un abbraccio amoroso; mentre la teneva stretta fra le sue braccia, non s’accorse che lo sguardo di lei, celato dietro il fazzoletto, fissava insistentemente il volto di Marcello. Finita la musica, Carmela si staccò dall’abbraccio del giovane amico ed invitò tutti i clienti a ballare al centro del locale. 

–   Qui, tutti! Avanti! Cantiamo, balliamo insieme! – Gli strumenti ripresero a suonare con ritmo frenetico. Carmela cantava muovendo il suo fazzoletto nero e saltellando leggera a piedi nudi. Trascinate da quel richiamo caldo e irresistibile le coppie abbandonarono i loro rifugi nascosti dietro le colonne e raggiunsero il centro del locale per imitare la danza di Carmela e del suo compagno. Il violinista suonava senza interruzioni, facendo gemere, ridere, fremere le corde del suo strumento che sembrava esso pure impazzito. Le coppie ballavano e gridavano eccitate; sembravano prese da un vortice diabolico che non voleva più fermarsi. Anche Marcello, pur stando seduto, si sentiva attratto da quella musica straordinaria e cominciò a muoversi con le spalle e a battere ritmicamente le mani. Affascinato dalla voce di Carmela ci mancò poco che non le andasse incontro per abbracciarla in presenza di tutti. Avrebbe così scatenato l’inferno!

– Basta!… Basta!… Finitela!… – urlò una voce minacciosa proveniente dal fondo del locale.

    Il padrone, che fino a quel momento non si era fatto vedere, balzò fuori dal banco di mescita e gridò di nuovo seccato: – Ho detto basta!… E’ ora di farla finita!… –

   Quelle parole ruppero l’incantesimo che si era creato nella sala; la musica tacque, le coppie si sparpagliarono e Carmela scomparve col suo amico in un angolo buio, dietro il pianoforte. Marcello, profondamente turbato, si stropicciò gli occhi istintivamente, come per rientrare nella realtà. Afferrò il bicchiere colmo di vino bianco e se lo portò alla bocca. Pensò: – Ora finisco di bere, pago e me ne vado – ma con gli occhi cercava insistentemente la ragazza.

   In quel momento il violino riprese a suonare con dolcezza e si fece avanti Carmela ben pettinata e con un abito nuovo. Cominciò a cantare senza guardare Marcello. I suoi occhi erano per il giovane dai capelli castani che se ne stava in un angolo semibuio, appoggiato ad una colonna di pietra. Si capiva benissimo che stava cantando per lui. Finita la canzone, Carmela, mentre tutti applaudivano,  s’avvicinò al banco per prendere due bicchieri colmi di vino rosso da portare al tavolino di Marcello. Sedette tranquilla offrendo il vino al giovane forestiero.

– Dimmi dove abiti… Fra poco smetto di cantare e posso venire a trovarti! – Parlò come se stessero continuando il discorso interrotto.

– Ma lui ti lascerà andare? – chiese Marcello sempre più stupito. –

– Tu devi andartene; se te ne vai anche lui andrà via! Hai capito? – rispose la ragazza guardandolo fissa negli occhi.

– Va bene ora me ne vado e poi ritornerò a prenderti – disse Marcello alquanto preoccupato.

 –    Ma dimmi, come farò a sapere che lui è andato via? – chiese Marcello affascinato dalla bellezza esuberante di Carmela. La ragazza, prima d’allontanarsi dal tavolo, gli rispose:

– Appena se ne sarà andato spengo la lanterna del portone. –

   Marcello uscì dalla Lanterna magica e subito fu investito dal vento che sibilava fra gli antichi vicoli delle case a corte. Cercò di ripararsi camminando rasente il muro. Fra l’altro, cominciava a piovere e per non bagnarsi s’infilò in un grande portone aperto. Da lì poteva controllare l’ingresso del locale di Carmela, dal quale apparivano e scomparivano, simili a fantasmi, le coppie dei giovani che entravano ed uscivano. Dopo qualche minuto s’accorse che l’ingresso era buio: Carmela aveva spento la lanterna. Marcello uscì dal suo riparo e mentre correva, sotto la pioggia, verso la Lanterna magica, vide dinanzi a sé tre ombre che cercavano di fermarlo. Tentò di fuggire ma qualcuno gli intimò di fermarsi. Fu in quel momento che vide qualcosa levarsi contro di lui, forse un bastone o un coltello. Si vide perduto, ma quando una delle tre ombre gli si getto contro minacciosa, sprofondò una mano in tasca ne trasse un’arma e non appena una delle tre ombre gli si fece incontro minacciosa, sparò senza esitare per intimorire l’aggressore. Vide il gruppo abbassarsi, uno dei tre rizzarsi un attimo e vacillare. Fuggì.

   Marcello terrorizzato si diresse verso il vicolo completamente buio e s’allontanò rasentando i muri delle case ed appiattendosi nell’ombra.

   Ora pioveva a dirotto ed il vento non cessava di sibilare nelle stradine dell’antico borgo ove risuonavano grida d’allarme e di richiamo. Si strinse la testa fra le mani come impazzito; tutto gli girava attorno, non capiva più nulla e non sapeva cosa fare.

   All’improvviso si mise a correre lungo un muro altissimo battuto dal vento e dalla pioggia. Desiderava andare via da quel luogo, sparire per sempre. Disperato ed affranto, si fermò un attimo per non cadere a terra e s’appoggiò con le spalle al muro. All’improvviso sentì che qualcosa accanto a lui aveva ceduto: non la casa, non il muro, ma un piccolo varco, quasi invisibile all’occhio, che si apriva lentamente. Era un ingresso che qualcuno, forse distrattamente, non aveva sprangato. Si trovò dentro un grande vano, forse una stalla. Richiuse quella specie di porta e stette immobile, per riprendere fiato. Fuori la gente correva, chiedeva aiuto, gridava bestemmie contro l’assassino.

   Marcello, sempre più spaventato, salì lentamente una stretta scala di pietra che lì di fronte s’ergeva nel buio. Arrivato sopra un pianerottolo, in un angolo, a destra, vide una porta con un filo di luce che veniva dall’interno. Percepì al tatto il legno levigato ed il pomo metallico e liscio. Lo girò e la porta s’aprì cigolando. Si trovò in una camera angusta, illuminata dal riverbero di una fiamma che balenava dietro una lunga tenda trasparente. Ad un tratto la tenda fu tirata e comparve, nella luce rossa del camino, la giovane cantante della Lanterna magica che sorrideva felice come se lo aspettasse. Marcello rimase sconvolto, si portò istintivamente le mani alla testa, chiuse gli occhi e cadde a terra svenuto.

13 DICEMBRE: SANTA LUCIA PROTETTRICE DELLA VISTA

13 DICEMBRE: SANTA LUCIA PROTETTRICE DELLA VISTA

Santa Lucia fu martirizzata a Siracusa in Sicilia, durante la persecuzione di Diocleziano. La sua memoria fu venerata sin dai tempi antichi ed ella è nominata nel canone della messa romana. Secondo la storia Lucia fu denunciata come cristiana dal suo corteggiatore respinto e salvata miracolosamente dall’esposizione in un bordello e dalla morte nel fuoco. Invece sembra vero che alla fine sia stata uccisa con un colpo di spada alla gola. Il nome di santa Lucia, che fa pensare alla luce, fu forse il motivo per cui ella venne popolarmente invocata contro le malattie agli occhi. Nell’arte è spesso raffigurata mentre porta due occhi su un piatto.

Il 13 dicembre ricorre la festa della santa famosa per essere la protettrice della vista. Prima dell’introduzione del calendario gregoriano (1582), la festa si celebrava in prossimità del solstizio d’inverno (da cui deriva il detto popolare “Santa Lucia il giorno più corto che ci sia”). La tradizione vuole che per molti popoli del Nord Europa e in alcune province del Nord Italia, come Bergamo, Brescia e Verona, la santa sostituisce Babbo Natale dispensando doni ai bambini buoni, che in sua attesa preparano del cibo e delle carote sul davanzale da dare da mangiare sia alla santa che al suo asinello.

In Svezia e in Danimarca si usa che la mattina del 13 dicembre la figlia primogenita si vesta con una tunica bianca e una sciarpa rossa in vita e, con il capo coronato da un intreccio di rami verdi e sette candeline, porti caffè, latte e dolci ai famigliari ancora a letto, accompagnata dalle sorelle minori vestite con tunica e cintura bianche.

Santa Lucia, nata nel 283 d.C., morì il 13 dicembre 304 martire, durante le persecuzioni indette dall’imperatore Diocleziano contro i cristiani. Era figlia di un nobile siracusano. Sin da bambina dimostrò di essere cristiana, manifestando l’intenzione di dedicare la vita a Cristo. La madre di Lucia, Eutichia, era malata di emorragie e per questo motivo le due donne si unirono a un pellegrinaggio di siracusani diretti al sepolcro di S. Agata, patrona della città. Lucia, mentre pregava si assopì, e la leggenda vuole che durante il sonno le apparisse la visione di S. Agata preannunciandole il martirio. La madre guarì e Lucia decise di consacrarsi a Cristo e di donare ai poveri tutti i suoi averi.

Il giovane pagano a cui Lucia era promessa sposa la denunciò come cristiana all’imperatore Diocleziano. Il processo che Lucia sostenne dinanzi all’arconte Pascasio attesta la fede ed anche la fierezza di questa giovane donna nel proclamarsi cristiana. Nonostante i supplizi subiti, non si piegò alle richieste dell’arconte, al punto che fu minacciata di essere esposta tra le prostitute del bordello. Poiché Lucia faceva resistenza, fu sottoposta al supplizio del fuoco, ma ne rimase totalmente illesa. Infine, piegate le ginocchia, fu decapitata, o secondo le fonti latine, le fu infisso un pugnale in gola (jugulatio). Morì solo dopo aver ricevuto la Comunione e profetizzato la caduta di Diocleziano e la fine delle persecuzioni.  Nelle molteplici narrazioni e tradizioni del secolo XV si racconta che le vennero strappati gli occhi. Per questo martirio la devozione popolare l’ha sempre reputata protettrice della vista, a motivo anche del suo nome Lucia (da lux, luce).

La leggenda narra che la giovane Lucia fece innamorare di sé un ragazzo che, abbagliato dalla bellezza dei suoi occhi, glieli chiese in regalo. Lucia acconsentì al regalo, ma gli occhi miracolosamente apparvero ancora più belli. Il ragazzo chiese in regalo anche questi occhi, ma la giovane rifiutò, così venne da lui uccisa con un colpo di coltello al cuore.

Santa Lucia è anche la patrona dei ciechi, degli oculisti, degli elettricisti e degli scalpellini, oltre ad essere invocata nelle malattie degli occhi. Il suo culto si diffuse rapidamente come mostra una epigrafe marmorea del IV secolo custodita nelle catacombe di Siracusa.

Il digiuno per Santa Lucia al giorno d’oggi si è trasformato in tutt’altro. Il 13 dicembre, giorno del martirio della santa, a Siracusa e Palermo si ricordano le carestie che colpirono Palermo nel 1646 e Siracusa nel 1763. Secondo la tradizione, la santa, implorata e pregata dai palermitani, salvò la popolazione dalla fame facendo arrivare nel porto un bastimento carico di grano. A dare l’annuncio dell’arrivo del prezioso carico fu una colomba che si posò sul soglio episcopale. I palermitani, ridotti alla fame da diversi mesi, non lavorarono il grano per farne farina, ma lo bollirono, per sfamarsi più in fretta, aggiungendogli soltanto dell’olio. Crearono così la “cuccia” che diventò una golosa pietanza per il giorno di Santa Lucia. Da questo episodio i cittadini di Palermo, hanno per secoli ricordato solennemente l’accaduto astenendosi per l’intera giornata dal consumare farinacei, soprattutto pane e pasta. In alternativa ricorrono al riso, ai legumi e alle verdure. Una storia simile, datata 1763, avvenne nel porto di Siracusa, ed anche questa città si attribuisce la paternità della ricetta della “cuccia”. In ogni caso, anche la Chiesa propone il digiuno e l’astensione, per questa giornata, dal consumo di pane e pasta. In alternativa, questo capoluogo siciliano, profuma di arancini di riso, panelle e cuccia.

LA MATTINA DELL’11 MAGGIO 1860 GIUSEPPE GARIBALDI SBARCO’ A MARSALA CON I SUOI VOLONTARI

LA MATTINA DELL’11 MAGGIO 1860 GIUSEPPE GARIBALDI SBARCO’ A MARSALA CON I SUOI VOLONTARI

L’iniziativa della spedizione dei Mille in Sicilia fu presa da Garibaldi dopo che si era sciolto da ogni legame col governo di Torino. Questa iniziativa era appoggiata anche dal suo luogotenente Nino Bixio che, come il prode condottiero, era un bravo marinaio ed aveva le idee molto chiare sulla guerra marittima.

   Per partire da Quarto occorrevano assolutamente due piroscafi per trasportare un corpo di mille uomini con relativo equipaggiamento. L’armatore Ribattino fece in modo che, a sua insaputa, Nino Bixio s’impadronisse delle navi Piemonte e Lombardo, fatte trovare pronte per la partenza e con la completa dotazione di carbone.

   Nella notte tra il 4 e il 5 maggio 1860 i due vapori, uscirono silenziosi dal porto di Genova e si portarono davanti a Quarto, dove Garibaldi s’imbarcò con i suoi uomini.

   Il Lombardo ed il Piemonte, allestiti per lo sbarco dei garibaldini in Sicilia, erano stati armati con cannoni di piccolo calibro perché Garibaldi, in caso di avvistamento, aveva deciso di attaccare le unità della marina napoletana.

   Mentre avvenivano questi fatti, il 14 marzo 1860 era stata costituita dal governo di Vittorio Emanuele II una divisione navale attiva, agli ordini dell’ammiraglio Carlo Pellion di Persano. Ne facevano parte le fregate Maria Adelaide, Carlo Alberto e Vittorio Emanuele, la corvetta Governolo, gli avvisi Malpatano e Authion. Il 18 aprile, alle prime voci dei preparativi dei volontari garibaldini, l’ammiraglio Persano ricevette l’ordine di distaccare a Palermo la Governolo e l’Authion. Il 3 maggio, mentre Garibaldi si accingeva a salpare, la divisione fu destinata ad incrociare al largo della Sardegna, ma Persano fece in modo che la presenza delle proprie navi non interferisse con la navigazione del Piemonte e del Lombardo.

   Anche il governo di Napoli, informato dei movimenti di Garibaldi, aveva inviato una divisione navale lungo la costa meridionale della Sicilia, consistente nella fregata a vela Partenope, con a bordo il Comandante in Capo Cossovich, nella corvetta Stromboli, comandata da Guglielmo Acton, e nel piroscafo armato Capri, comandato da Marino Caracciolo. Nella stessa zona operavano le corvette Valoroso, Ercole e Archimede ed altre unità similari.

   La mattina dell’11 maggio la divisione borbonica si trovava a una ventina di miglia da Marsala, così che l’accesso a quel porto era praticamente libero. 

   Per lo sbarco venne preferita la costa meridionale od occidentale della Sicilia, tutte e due propizie perché poco presidiate da truppe di terra e sgombre di navi da guerra. La scelta cadde, infine, su Marsala, dove Garibaldi inalberò il tricolore del Regno di Sardegna. Davanti a quel porto incrociavano soltanto due unità inglesi, l’Argus e l’Intrepid, bene equipaggiate. Il Piemonte e il Lombardo, attraversate le Egadi, puntarono verso sud-est, con una rotta parallela alla costa, diretti a Marsala.

   Mentre le navi garibaldine si avvicinavano al porto di quella città, il piroscafo borbonico Stromboli, armato di sei cannoni, si trovava a sole dieci miglia da Marsala. Appena scoprì le navi garibaldine esitò a sparare, per non colpire le due navi da guerra inglesi ancorate nel porto, ma si diresse verso di loro con brutte intenzioni. Il Piemonte, evitati scogli e secche, si ancorò senza problemi alla punta del molo; il Lombardo, invece, si arenò a breve distanza da terra. Questo imprevedibile incidente poteva compromettere l’esito delle operazioni, perché costrinse i garibaldini a scaricare i volontari ed il materiale traghettandoli dalle navi al molo con barche e natanti vari.

   Il Lombardo, che stazzava 238 tonnellate contro le 180 del Piemonte, trasportava la maggior parte degli uomini e materiali che furono scaricati a terra con barche di pescatori e con una paranza da pesca di proprietà di un certo Antonio Strazzeri di Marsala.

   Quando lo Stromboli sparò i primi colpi di cannone, le navi garibaldine erano ormai vuote di armi e di uomini sbarcati a terra. Lo Stromboli, al comando dell’Acton, e il Capri, un vapore armato con due cannoni, si avvicinavano sempre di più al porto di Marsala, ma ormai gli uomini di Garibaldi marciavano per quattro allontanandosi speditamente dal molo. Arrivò infine un colpo di cannone dal vapore borbonico: corto; poi un altro, senza alcun danno. Nel frattempo era sopraggiunta a vele spiegate la fregata Eolo, che, ammainate le vele e postasi in linea, fece partire una bordata di mitraglia con grande fracasso. Infine le navi borboniche si accontentarono di sparare qualche colpo sugli uomini che lavoravano sul molo. Dei 1.030 uomini sbarcati con armi, munizioni e quattro pezzi d’artiglieria da campagna, uno solo rimase ferito. Lo sbarco fu realizzato in un’ora e tre quarti sotto il naso di una fregata e di due vapori da guerra senza fretta né confusione e senza ricambiare un colpo. A questo punto le due navi garibaldine, ormai vuote e semiallagate, rimasero preda dei marinai napoletani che al tramonto dell’11 maggio se ne impadronirono. Il Piemonte poté essere rimorchiato a Napoli come trofeo di guerra, il Lombardo, arenatosi a breve distanza da terra, successivamente fu recuperato dalla marina garibaldina e riparato. Ciò che non riuscì ai napoletani, riuscì ai garibaldini che poterono rimorchiare il Lombardo a Palermo.

   Il conte di Cavour, che aveva assunto anche il Ministero della Marina sarda, dette ordine all’ammiraglio Persano di intervenire in aiuto della rivoluzione siciliana, visto che Garibaldi si era ben attestato con i suoi uomini nell’isola.

   Garibaldi, dopo essersi proclamato dittatore, marciò verso Salemi, senza incontrare soldati nemici; il 15 maggio 1860 ebbe il primo scontro coi soldati borbonici a Calatafimi.

   Il governo borbonico, avuta notizia dello sbarco, ordinò alla guarnigione di Palermo d’inviare contro gli invasori le sue truppe migliori. Una colonna di circa 4.000 uomini, cento cavalli e quattro pezzi d’artiglieria, al comando del vecchio generale napoletano Stefano Landi, partì quindi da Palermo e s’attestò sul colle di Calatafimi per tagliare ai garibaldini la strada verso la capitale siciliana. La sproporzione delle forze era enorme. Ai garibaldini, che avanzavano decisi verso Calatafimi, s’erano aggiunti circa 600 picciotti assolutamente impreparati a sostenere una vera e propria battaglia. I due eserciti s’incontrarono presso Calatafimi attestandosi su due alture una di fronte all’altra. I garibaldini sull’altura di Pietralunga e i borbonici sulla collina di Pianto Antico. Un avvallamento li divideva. Garibaldi sperava d’attirare i borbonici al piano per combatterli in condizioni più favorevoli. Perciò dispose le sue forze nel modo seguente: avanti i carabinieri genovesi, sulle ali i picciotti, in riserva i reparti di Nino Bixio e il resto al centro.

   Verso le dieci i borbonici decisero d’attaccare, scesero dal colle e cominciarono a risalire l’altura di Pietralunga, facendo fuoco sui garibaldini. Garibaldi aveva dato ordine ai suoi di non sparare, ma dopo le prime perdite i garibaldini reagirono; partirono alla controffensiva con ripetuti assalti alla baionetta, e ricacciarono il nemico verso le posizioni di partenza. A questo punto la situazione dei garibaldini divenne critica. Essi furono costretti a combattere dal basso risalendo il colle di Pianto Antico mentre dall’alto le forze dei borbonici, notevolmente superiori, li tempestavano di colpi. Il fuoco dei soldati borbonici era violento. Le vicende erano alterne e le sorti della battaglia incerte. Nino Bixio propose a Garibaldi di ritirarsi ed ebbe in risposta la famosa frase : “Che dite mai Bixio! Qui si fa l’Italia o si muore”. Garibaldi era cosciente dell’importanza dell’esito di questo primo scontro. Non rimaneva che lanciarsi all’arma bianca rischiando il tutto per tutto. E così fecero i garibaldini, che lottarono con la forza della disperazione.

   Alle tre del pomeriggio finalmente il colle nemico fu conquistato. Incalzati da un nuovo assalto, increduli di fronte a tanto ardire, i borbonici del generale Landi incominciarono a cedere ed a ritirarsi dietro la sommità del poggio. I volontari garibaldini, presi dall’entusiasmo, nonostante il caldo, la sete e la stanchezza, volevano inseguire il nemico, ma Sartori si oppose e Garibaldi seguì il suo parere. I Mille lasciarono sul terreno 180 uomini tra morti e feriti, un caro prezzo per una dura lotta combattuta quasi solo all’arma bianca. I borbonici ebbero 111 perdite fra morti e feriti. Il generale Landi, impressionato dal furore dei garibaldini, chiese subito aiuto a S.M. il Re di Napoli, implorando l’invio di forti rinforzi in uomini ed armi.

   Ma l’impresa dei Mille dipendeva soprattutto da Palermo, dove i borbonici avevano migliaia di soldati con artiglieria e navi da guerra. Garibaldi fece marciare i suoi uomini per tre giorni sotto una forte pioggia e molti siciliani, i così detti picciotti, si accodarono ai liberatori.

   All’alba del giorno di Pentecoste del 1860 i garibaldini giunsero sulla strada di Palermo. Era una strada stretta, polverosa, e piena di buche. Allora si chiamava Via Giardina. Si stendeva in aperta campagna e portava dalle pendici di Gibilrossa fino a Palermo nei pressi di Porta Termini. I garibaldini avanzavano a quattro a quattro, sulla destra, lungo il basso muro di cinta al di là del quale si trovavano orti, vigneti e piccoli casolari di contadini. In testa marciavano un migliaio di picciotti raccolti da Giuseppe La Masa nei paesi che si trovavano nei pressi dei feudi di Salemi, Alcamo, Mazzara, Partinico. I picciotti camminavano scalzi, ricoperti di pelli d’agnello o vestiti di stracci. Erano armati di falci, badili, coltelli e bastoni. Soltanto pochi di loro avevano lo schioppo da caccia o un vecchio trombone arrugginito. Seguiva a breve distanza il corpo dei Mille sbarcati sedici giorni prima a Marsala: i carabinieri genovesi, le guide di Giuseppe Missori, e il grosso formato da otto compagnie di volontari veneti, emiliani, lombardi, toscani e liguri, oltre ad un centinaio d’esuli siciliani e napoletani. Il numero dei Mille s’era ridotto a circa 700 uomini. 180 erano rimasti, fra morti e feriti, sul campo di Calatafimi ed una colonna di cento uomini con tutta l’artiglieria (tre cannoni presi a Talamone) stava marciando, al comando di Antonio Orsini, sulle montagne di Corleone allo scopo di distrarre una parte dell’esercito borbonico di Palermo.

   I volontari, in camicia rossa, erano quasi disarmati. Soltanto i 38 carabinieri genovesi  avevano fucili efficienti, a canna rigata. Gli altri non disponevano che di vecchi fucili trovati nelle armerie di Talamone e di Orbetello, di pistole, sciabole e perfino di lance fatte costruire da Garibaldi in Sicilia.

   Dopo quattro giorni di marcia sulle montagne a sud di Palermo i garibaldini muovevano alla conquista della capitale siciliana ch’era presidiata da circa 20.000 soldati napoletani, da una forte artiglieria e da una squadra di otto navi da guerra. Erano stanchi, sporchi ed affamati.

   La decisione di puntare su Palermo era stata presa da Garibaldi fin dal 14 maggio a Salemi, ma dopo la vittoria di Calatafimi il corpo di spedizione aveva corso il pericolo di essere accerchiato e distrutto da due reggimenti borbonici composti da bavaresi, austriaci e svizzeri che, al comando del generale Luca von Meckel e del colonnello Del Bosco, muovevano da Monreale a Palermo per ricongiungersi a Piana dei Greci. Garibaldi era riuscito a sfuggire all’accerchiamento mediante una serie di marce forzate effettuate di giorno e di notte attraverso sentieri, mulattiere e trazzere fra le località di Parco di Renna, Piana dei Greci, Marineo, Bosco della Ficuzza e Misilmeri fino a Gibilrossa.

   A Gibilrossa s’era ricongiunto con Giuseppe La Masa e con circa 3.000 picciotti che si trovavano accampati su un largo spiazzo deserto alle spalle del paese. I fuochi dei loro bivacchi s’aggiungevano a quelli che brillavano da alcuni giorni sulla collina di Monreale dove si trovavano gli insorti di Rosolino Pilo e Giovanni Corrao e a quelli di altri gruppi sparsi sulle alture di Monte Starabba, al Pizzo di Fico, al Cozzo di Crastu e sugli altri monti che circondavano Palermo.

   La Masa sedeva al centro del campo con i capi delle squadre, appartenenti per lo più alla nuova classe rurale dei gabelloti, campieri e massari che avevano aderito alla rivoluzione. Provenivano dalle fattorie di Roccapalumba, Villabete, Mezzoiuso, Corleone, Caccamo; dalle zone dei feudi e dai borghi di montagna.

   I 3.000 picciotti lì presenti non erano quel numero imponente di insorti che Garibaldi sperava di trovare al suo sbarco in Sicilia. Francesco Crispi e Rosolino Pilo, che si trovavano nell’isola mentre Garibaldi organizzava la spedizione a Genova, gli avevano assicurato che tutto il popolo siciliano era pronto ad insorgere.

   In realtà i siciliani a Marsala s’erano dimostrati indifferenti e quasi ostili. Era stato necessario minacciare con le pistole i barcaioli del porto, che sedevano immobili al sole sulle banchine, per costringerli a trasportare i volontari dal Piemonte e dal Lombardo sulla costa. I garibaldini avevano attraversato le strade semideserte della città nel silenzio più assoluto. Avevano incontrato soltanto poche persone, vestite di nero, che, appoggiate ai muri calcinati dei bassi, li guardavano con indifferenza.

   Erano le due del pomeriggio, il sole cadeva a picco sulle colline intorno e il caldo era soffocante. La campagna era deserta. I garibaldini marciando nelle strade di Marsala non trovarono nulla da mangiare, né carretti per i bagagli della spedizione, né alloggi per riposare un poco. Soltanto Garibaldi e tre ufficiali dello Stato Maggiore, Stefano Tur, Giuseppe Sirtori e Benedetto Cairoli furono ospiti in due stanze, nella casa di un piccolo affittuario che offrì loro anche pane, formaggio pecorino e fave. La stessa persona s’incaricò di reperire alcuni cavalli; trovò soltanto tre ronzini. I proprietari li avevano ceduti senza alcun entusiasmo con la speranza di facilitare la partenza dei Mille.

   La mattina dopo, all’alba, tra la stessa indifferenza della popolazione, i garibaldini si misero in marcia, digiuni, verso Salemi. Li aveva preceduti di nove ore Giuseppe La Masa partito con altri due volontari della spedizione, in cerca di picciotti. I primi due, che s’erano più volte dimostrati scettici sulla maturità rivoluzionaria dei siciliani, se la presero con La Masa rinfacciandogli l’accoglienza disarmante dei marsalesi. La Masa reagì vivacemente in difesa dei suoi compatrioti; se avesse avuto ufficialmente l’incarico di arruolare uomini per Garibaldi, egli affermò, avrebbe dato la prova del valore dei siciliani. Quindi, prese un certo numero di copie del proclama che il generale aveva scritto poco prima, cercò un cavallo, non lo trovò e s’avviò a piedi verso Salemi.

   A Salemi si presentò al Sindaco, don Tommaso Terranova, gabelloto del più grosso feudo della zona. Gli lesse il proclama di Garibaldi: “Siciliani! – diceva il generale – Io vi ho condotto un piccolo pugno di valorosi, accorsi alle vostre eroiche grida, avanzi delle battaglie lombarde. Noi siamo con voi ed altro non cerchiamo che liberare il vostro paese. Se saremo tutti uniti sarà facile il nostro assunto. Dunque, all’armi! Chi non prende un’arma qualunque è un vile o un traditore. A nulla vale un pretesto che manchino le armi. Noi avremo i fucili, ma per il momento ogni arma è buona quando sia maneggiata dalle braccia d’un valoroso. I comuni avranno cura dei figli, delle donne, dei vecchi che lascerete indietro. La Sicilia mostrerà ancora una volta al mondo, come un paese con l’efficace volontà d’un intero popolo unito, sappia liberarsi dei suoi oppressori”.  

   Don Tommaso ascoltò fino in fondo il proclama senza battere ciglio. Il suo volto abbronzato dal sole implacabile della Sicilia non rivelava alcuna emozione. “Belle parole – disse alla fine – ma che altro avete da dirmi, don Peppino mio?”. La Masa capì a cosa intendeva alludere il Sindaco gabelloto di Salemi. Allora disse che Garibaldi marciava alla volta di Salemi alla testa di 8.000 uomini armati e con una forte artiglieria, mentre un’altra colonna di 5.000 volontari si trovava sulla strada di Mazzara. In questo modo egli riuscì a convincere Terranova il quale  promise che avrebbe radunato gli amici. Poco dopo, infatti, La Masa poté parlare dal balcone del municipio ad una piccola folla di contadini del feudo di Terranova. In prima fila stavano i campieri, i massari, i sovrastanti e due borghesi, il medico del paese ed un avvocato. La Masa fu molto applaudito soprattutto quando disse: “Se vincerà Garibaldi verrà abolito il dazio sul macinato e non sarete più sterminati dal colera”. Erano due argomenti di sicuro effetto. La tassa sul macinato pretesa dal governo borbonico era molto forte ed interessava tutta la popolazione delle campagne senza distinzione sociale: proprietari, affittuari, contadini e braccianti. Per questi ultimi era addirittura insopportabile a causa del regime di sfruttamento imposto loro dai gabelloti e dai proprietari dei fondi.

   La maggior parte delle rivolte contadine avevano avuto come obiettivo l’abolizione della tassa sul macinato. Gli esattori erano molto odiati e in caso di sommossa rischiavano d’essere linciati. A Pertinico uno di loro fu ucciso a calci dai contadini inferociti. D’altra parte gabelloti e proprietari davano la colpa ai napoletani dell’estrema miseria in cui essi stessi tenevano i contadini e delle conseguenze d’ogni genere che ne derivavano. Infine, i contadini credevano davvero che a seminare il colera fossero gli untori del re di Napoli.

   Gli abitanti di Salemi accolsero i garibaldini in modo del tutto diverso da quelli di Marsala. Don Alfredo Mistretta, altro gabelloto di Salemi, era andato loro incontro alla fattoria di Rampagallo, nel feudo che aveva in affitto, a cinque chilometri dalla città. I Mille erano arrivati alla fattoria alle 4 del pomeriggio esausti, affamati, tormentati dalla sete e dal caldo. Avevano percorso i 22 chilometri che separano Rampagallo da Marsala in mezzo a terreni selvaggi, arsi dal sole, incolti. Non v’erano strade, né case né corsi d’acqua. Non si scorgevano alberi all’orizzonte. La zona, infuocata dal sole, era completamente deserta, interrotta soltanto da rare capanne di pastori e di branchi di cavalli bradi. I garibaldini non si aspettavano un paesaggio così inospitale.

   Il caseggiato della fattoria di Rampagallo aveva l’aspetto più di una fortezza che di una residenza di campagna. Di colore rosso cupo con finestre alte strette chiuse da inferriate. Sull’aia si aggiravano i guardiani del feudo vestiti di giacconi di velluto marrone e con lo schioppo in spalla. Tutto intorno: le capanne dei contadini, costruite interamente di paglia, sparse in un campo di fave. All’ingresso delle capanne, seduti per terra, alcuni contadini mangiavano cicorie e fave.

   Prima d’arrivare alla fattoria Nino Bixio, Giuseppe Bandi ed altri ufficiali d’ordinanza che marciavano in testa alla colonna, incontrarono un gruppo di ragazzi cenciosi fra cui spiccavano due giovani donne, chiaramente patite dalla fame, che chiesero loro l’elemosina. Gli ufficiali non fecero in tempo a rispondere che s’avvicinò Alfredo Mistretta, in abito e cappello neri, scacciando le donne e i ragazzi con parole dure.

   A Salemi i garibaldini entrarono nelle case festosamente accolti dai braccianti, mezzadri e piccoli professionisti. Le case erano per lo più composte d’una sola stanza dove, insieme alle persone, venivano ricoverati gli animali: il mulo, le galline, la capra e il maiale. In questa promiscuità, i volontari garibaldini, che per lo più provenivano da famiglie borghesi del Veneto, della Lombardia, del Piemonte, della Liguria e della Toscana, furono ospitati per due giorni. Molti di loro conobbero per la prima volta i maccheroni forniti dal sindaco e da alcuni proprietari della città fra cui il Marchese Gaetano Emanuela di Torrealta. Non tutti i garibaldini però li mangiarono. Alcuni di loro, ospitati nelle case della povera gente e nelle taverne pubbliche, rimasero disgustati dalla sporcizia dei tegami e dei piatti, e dalla mancanza assoluta di posate.

   Garibaldi, invece, con gli ufficiali mangiò alla tavola del marchese di Torrealta che aveva invitato, per l’occasione, alcuni nobili e proprietari terrieri. Tra i commensali si fece sfoggio di cultura politica e letteraria. I siciliani si stupirono nel sentir parlare i piemontesi di tante cose di cui essi non avevano la minima cognizione. I baroni siciliani erano generalmente molto ignoranti. Le famiglie aristocratiche non usavano mandare i figli a scuola, che del resto erano quasi inesistenti, ma li facevano istruire da precettori privati per lo più religiosi, ignoranti anch’essi, e diffidenti nei confronti della cultura.

   La Masa intanto non perdeva tempo. Trovato finalmente un cavallo per sé e per i suoi compagni, percorreva alacremente i grossi borghi agricoli: Santa Ninfa, Castelvetrano, Campobello e moltissimi altri. Il 14 maggio arrivarono a Salemi le prime squadre di picciotti. Provenivano da Alcamo e da Monte Erice, comandate rispettivamente dai baroni Giuseppe e Stefano Sant’Anna e dal massaro Giuseppe Coppola. Il massaro Coppola si presentò alla testa di 600 uomini e 200 cavalli.

   Il rinforzo dei picciotti fu uno dei motivi che spinsero Garibaldi a marciare verso Calatafimi dove s’erano già attestati circa 4.000 soldati borbonici agli ordini del generale Stefano Landi. Pur essendo notevolmente inferiore in uomini ed armi, Garibaldi preferì correre il rischio d’affrontare i borbonici in campo aperto per due motivi: era convinto della fiacchezza morale dei napoletani; si rendeva conto che soltanto con una prova di forza poteva sperare di trascinare i siciliani che ancora esitavano a combattere e di ricevere in un secondo tempo rinforzi dal Piemonte, dall’Inghilterra e dagli Stati Uniti.  

   Le sue previsioni si dimostrarono esatte. Le truppe borboniche a Calatafimi, sebbene occupassero una posizione favorevole dall’alto del colle e disponessero d’un volume di fuoco superiore, cedettero al primo urto all’arma bianca e si ritirarono. Inoltre alla notizia della vittoria di Garibaldi a Calatafimi i contadini dei villaggi nella zona fra Calatafimi ed Alcamo insorsero. Attaccarono le retroguardie delle truppe napoletane in ritirata ed annientarono i gruppi di militari borbonici isolati dal grosso delle truppe. I picciotti a loro volta, organizzati da Giuseppe La Masa, Rosolino Pilo e Giovanni Corrao, s’andavano radunando sui monti intorno a Palermo.

   A Gibilrossa, al fuoco di un bivacco, sotto un albero d’ulivo, alla presenza dei capi squadra, Garibaldi tenne con La Masa e con gli ufficiali dello stato maggiore il suo primo consiglio di guerra. Egli disse: “Due vie ci stanno davanti, l’assalto a Palermo o la ritirata all’interno dell’isola. Scegliete”. I pareri furono diversi. Giuseppe Sirtori, capo di stato maggiore, si dichiarò contrario ad attaccare Palermo, dubitando delle capacità militari dei picciotti. La Masa invece sostenne che le sue squadre si sarebbero battute valorosamente e che tutta la popolazione di Palermo sarebbe insorta al loro arrivo. La sua tesi prevalse e il consiglio decise a maggioranza di partire immediatamente, in modo da giungere di sorpresa alle porte della città.

   Ma la sorpresa non ci fu. La colonna aveva percorso alla luce incerta dell’alba circa un miglio della via Giardina, quando i picciotti, provocarono un banale incidente che mandò a monte il piano. Essi, che per la prima volta si trovavano fuori dai loro villaggi, giunti al mulino della Scaffa credettero d’essere alle prime case della città. Si misero a gridare, com’era loro costume, per farsi coraggio e a sparare all’impazzata. Il fracasso mise in allarme gli avamposti borbonici, un battaglione di cacciatori napoletani che si trovava nei pressi di Porta Termini, al riparo delle mura e del vicino convento di Sant’Antonio. Aprirono anch’essi il fuoco. Gli uomini di Garibaldi, coperti dai colpi precisi dei 38 carabinieri genovesi, si lanciarono alla baionetta com’era accaduto a Calatafimi. Dopo due ore di combattimenti a Porta Termini, a Porta Maqueda, a San Francesco di Paola, ai Quattro Venti, i garibaldini giunsero a piazza della Fiera Vecchia nel cuore di Palermo.

   La giornata era luminosa, ma le strade completamente deserte. Per le vie Montesanto, Divisi, S. Cristofaro e dei Calderai, da Porta Termini alla Fiera Vecchia, da Porta S. Antonino ai Quattro Venti, i soldati borbonici si ritiravano nelle zone fortificate del Palazzo Reale e del bastione di Montalto. Ai Quattro Canti, nei vicoli del rione Ballarò, si svolgevano furibondi corpo a corpo.

   Le camicie rosse, lacere e stinte dal sole cocente e dalla pioggia, facevano uno strano contrasto con le impeccabili uniformi rosse e azzurre dei cacciatori del 9° Battaglione di linea, con le bandoliere bianche dei fanti del 13° Reggimento “Lucania”, con gli alamari d’argento del 2° Squadrone Ussari del Re.

   I cittadini non osavano mostrarsi per le vie, né affacciarsi alle finestre. Né le scariche di fucileria né i primi colpi di cannone che dal forte di Castellammare i borbonici sparavano sulla città, spinsero i palermitani ad uscire dalle case. Sulla città gravava un senso di oppressione; non a causa dell’incursione garibaldina, ma per timore della polizia borbonica.

   Da più d’un mese, dall’insurrezione del 4 aprile, la pressione poliziesca era divenuta più pesante; la caccia ai liberali veniva effettuata coi metodi più disparati. Il direttore di polizia, Salvatore Maniscalco, che da undici anni, per la carica che ricopriva, era considerato l’uomo più potente di Palermo, aveva escogitato uno stratagemma per individuare ed arrestare coloro che si dimostravano ostili al regime borbonico: aveva dato ordine alle pattuglie di sbirri e di soldati napoletani che perlustravano di notte le vie della città, d’inscenare falsi attacchi garibaldini per poter individuare i palermitani che, tratti in inganno, fossero usciti incontro ai liberatori.

   Maniscalco era stato particolarmente duro nel soffocare la congiura del 4 aprile. Allora, per la prima volta nella storia delle insurrezioni siciliane, membri delle famiglie aristocratiche avevano partecipato all’impresa accanto ad uomini della borghesia e del popolo. I capi dell’iniziativa erano stati appunto un artigiano fontaniere, Francesco Riso, e un nobile abate, padre Ottavio dei principi Lanza di Trabia. Vi avevano anche partecipato alcuni giovani delle più antiche case principesche palermitane: Corrado Niscemi, Francesco Carpaccio di Carpino, Antonio Pignatelli, Giovanni e Stefano Notarbartolo, Giovanni Riso di Colobria, Antonio di Giardinelli.

I congiurati si proponevano di occupare i corpi di guardia nei tre più importanti quartieri della città, di provocare l’insurrezione popolare e di consentire alle squadre di rivoltosi delle campagne di attaccare i presidi militari. L’operazione fallì poiché il direttore di polizia era stato informato in tempo del piano degli insorti. Il primo ad essere arrestato fu Francesco Riso, a cui Maniscalco riuscì a far rivelare i nomi dei compagni con la minaccia d’uccidergli il padre. I cospiratori, fra i quali padre Ottavio, furono quindi catturati e imprigionati nel carcere della Vicaria insieme a delinquenti comuni.

   All’arrivo dei garibaldini anche i palazzi principeschi di via Maqueda e di via Toledo erano chiusi e sbarrati. Da alcuni giorni, all’apparire dei fuochi sulle montagne, uomini armati stavano a guardia dei portoni. Chiuse erano le porte e le finestre del palazzo di Rudinì ai Quattro Canti, del palazzo S. Antimo in via Toledo e così pure casa Niscemi in via Maqueda e di quella dei Paternò al Foro Borbonico. I palazzi erano chiusi ma non disabitati. Anche quelle famiglie aristocratiche che vivevano abitualmente nelle ville dei dintorni, a Santa Flavia, a Bagheria, a Castellammare, erano tornate in città all’annuncio dello sbarco di Garibaldi a Marsala. I principi palermitani non parteggiavano né per i borbonici né per la rivoluzione. I giovani aristocratici che avevano preso parte ai moti del 4 aprile non rappresentavano le idee e i sentimenti della grande maggioranza delle famiglie nobili, che si mantenevano del tutto estranee alla vita pubblica siciliana. I nobili non s’occupavano di politica: la consideravano un’attività volgare, un fastidio, una distrazione dalle loro tradizionali occupazioni. Passavano la vita fra balli, feste, ricevimenti, spettacoli teatrali, amori e duelli. I duelli tra nobili avvenivano per i motivi più futili: per una parola male interpretata, per un semplice pettegolezzo o addirittura per questioni di etichetta. Poiché non esistevano sale d’armi, i nobili si esercitavano nei palazzi dei principi Pignatelli, Delle Favare e Notarbartolo. Rimase famoso il duello fra il conte di S. Marco e Francesco Fazio, direttore d’un giornale letterario “La Zanzara”. Durante una festa i due s’erano contesi il privilegio d’aiutare la principessa Stefanina di Rudinì, considerata la più bella dama di Palermo, ad indossare il mantello.

   Le relazioni tra l’aristocrazia palermitana e il re di Napoli si riducevano a cerimonie puramente formali. I principi siciliani si consideravano essi stessi case regnanti, di nobiltà molto spesso più antica di quella dei Borboni. L’abolizione del feudalesimo, avvenuta nel 1812, aveva contribuito a raffreddare i rapporti fra le case principesche dell’isola e la famiglia regnante. Gli antichi feudatari non avevano perduto la proprietà dei grossi patrimoni terrieri, ma erano stati colpiti nel prestigio e nel potere effettivo che fino a quel momento avevano esercitato nel feudo. Dal 1812 avevano preferito perciò trasferirsi in città e dare in affitto le terre. Al loro posto s’era insediata la nuova classe dei gabelloti, sovrastanti e campieri. A questa classe appartenevano molti di coloro che capeggiavano le squadre degli insorti al seguito di Rosolino Pilo e Giuseppe La Masa e che la notte di Pentecoste tenevano accesi i fuochi sulle montagne di Palermo.

   Assolutamente escluso dalla vita pubblica era il popolo. L’isola era governata dai funzionari napoletani come una provincia staccata dal regno, come una colonia. L’amministrazione si riduceva a funzioni di polizia e alla riscossione delle imposte. Il municipio di Palermo, che aveva sede a palazzo Pretorio, era completamente esautorato. Il sindaco, i due vice sindaci e i decurioni (così venivano chiamati i 25 consiglieri nominati fra i cittadini fedeli al re) apparivano alle cerimonie pubbliche e alle processioni religiose con grande fasto, ma in realtà non avevano alcun potere. Il governo effettivo era esercitato dal luogotenente generale, dal direttore di polizia e dall’ispettore generale delle dogane.

   Per tutto il tempo che durarono i combattimenti, nessuno dei rappresentanti della città (sindaco e decurioni) osò mostrarsi al palazzo Pretorio dov’era insediato Garibaldi appena entrato in città. Essi s’erano rifugiati al palazzo Reale dove fin dalle prime scariche di fucileria era accorso anche Salvatore Maniscalco, seguito da molti funzionari e da tutti coloro che avevano motivo di temere le rappresaglie popolari.

   A palazzo Reale s’andavano ammassando le truppe battute dai garibaldini a Porta Termini, a Porta Maqueda e ai Quattro Canti. Il cortile era pieno di fanti, cacciatori e artiglieri, i quali, gettati a terra, stavano mangiando larghe foglie di lattuga con le mani. Gli ufficiali apparivano smarriti e sconvolti. Il luogotenente generale, Ferdinando Lanza, aveva perduto completamente la testa. Lanza aveva 72 anni. Era pigro, stanco, il più inetto degli alti ufficiali del regno di Napoli. Sui campi di battaglia si faceva trasportare in carrozza. Per di più, cosa molto importante in Sicilia, non aveva alcun titolo nobiliare. Era stato mandato a sostituire il principe Paolo Ruffo di Castelcicala, destituito all’indomani dello sbarco a Marsala, perché nessun altro ufficiale dello stato maggiore aveva voluto accettare. Nonostante i primi insuccessi, la mattina del 27 maggio egli aveva ancora forze soverchianti per poter annientare l’esercito di Garibaldi. Invece non seppe fare altro che mandare una pattuglia a cavallo sulla strada di Corleone alla ricerca del generale von Mecker con l’ordine di ritornare di gran carriera a Palermo.

   Intanto i garibaldini, temendo la controffensiva dei napoletani, s’apprestavano a fortificare le zone conquistate. Furono costruite barricate a piazza Pretoria, in via Maqueda, a Serradifalco e in molti altri punti della città, con l’aiuto dei picciotti e di gran parte della popolazione. I proiettili lanciati dai cannoni del forte di Castellammare avevano cominciato a danneggiare le case, soprattutto quelle dei quartieri più popolari, che costituivano la maggior parte di Palermo. Una gran folla si riversò allora per le strade. Dai tuguri, dai bassi, dalle abitazioni innominabili dei vicoli d’Albergheria, Kalsa, Ballarò, Monte di Pietà, sbucava una turba di gente miserabile.

   In questi quartieri vivevano ammassati, in condizioni inumane, i due terzi della popolazione di Palermo. I più non avevano alcuna occupazione, ma vivevano dell’elemosina delle case principesche e soprattutto dei conventi. Su 164.000 abitanti, 12.000 risultavano disoccupati. Altre 30.000 persone esercitavano saltuariamente piccoli mestieri per lo più al servizio delle famiglie aristocratiche.

   La vista dei garibaldini che s’affacciavano sulla soglia dei tuguri, riaccese nel popolino di Palermo l’odio contro i napoletani. Da alcuni giorni, da quando erano apparsi i fuochi sulle montagne, s’era diffuso un senso d’attesa e s’erano manifestati alcuni segni di rivolta. I mendicanti, che abitualmente affollavano le banchine del porto, si erano rifiutati di gridare “Viva il re” alla richiesta dei marinai napoletani. In quei giorni, per ordine del comitato patriottico cittadino, nessuno aveva giocato al lotto, molto diffuso soprattutto fra i ceti più poveri. La gente del popolo dava la colpa, anche a Palermo, al regime borbonico delle frequenti e gravissime epidemie che periodicamente scoppiavano nei vicoli coperti di rifiuti d’ogni genere. Il colera, il tifo, la dissenteria, la tubercolosi, uccidevano migliaia di persone ogni anno. Nonostante le condizioni incredibili in cui viveva la maggioranza delle famiglie palermitane, le nascite, per lo più illegittime, superavano le morti, aumentando la miseria. Gli incesti, gli adulteri, le violenze, erano frequentissimi. Si calcolava che ogni 186 abitanti vi fosse un figlio illegittimo.

   Allo stato d’estrema indigenza s’accompagnava l’assoluta mancanza d’istruzione. Nel 1860 esistevano a Palermo soltanto nove scuole elementari, frequentate da 736 alunni. Diffusissime le superstizioni e le pratiche cabalistiche. Grande fu lo stupore dei garibaldini (in maggioranza intellettuali) nello scorgere appese alle pareti delle case una quantità inverosimile di amuleti d’ogni tipo: corni, ferri di cavallo, saraceni di legno e perfino le ricevute del lotto accanto alle immagini sacre.

   Si spiega così perché Garibaldi e i suoi uomini venissero considerati dal popolo di Palermo esseri sovrannaturali e quasi demoniaci. Le leggende più inverosimili, alla cui diffusione avevano contribuito gli stessi picciotti, circolavano per i quartieri d’Albergheria, della Kalsa e di Ballarò. Si diceva che il comandante dei Mille fosse invulnerabile dalle pallottole nemiche e che addirittura discendesse da Santa Rosalia.

   Garibaldi a sua volta non fece nulla per contrastare il fanatismo religioso delle popolazioni siciliane sulle quali il numero straordinario di preti, frati e religiosi d’ogni ordine esercitava un fortissimo ascendente. Non respinse Frate Pantaleo, né si rifiutò di prendere parte alle cerimonie per Santa Rosalia e per l’Immacolata, accettando la benedizione dell’arcivescovo di Palermo, monsignor Naselli. D’altra parte egli ebbe con sé il clero povero che contribuì a rendere popolare la campagna dei Mille e combatté a Calatafimi e a Palermo.

   Il clero alto era invece, naturalmente, ostile al dittatore. I religiosi dei 324 conventi siciliani avevano fondati motivi per temere le conseguenze d’un movimento rivoluzionario. Essi possedevano 240.000 ettari di terra, equivalenti ad un terzo dell’intera area coltivabile dell’isola. I conventi ricchi di Palermo furono forse i più vicini alla causa borbonica durante i tre giorni di battaglia per le vie della città.

   Il fuoco cessò la mattina del 30 maggio 1860. Il luogotenente generale aveva chiesto a Garibaldi una tregua per trasportare i feriti e seppellire i morti. Le trattative si svolsero sulla fregata britannica Hannibal alla presenza del contrammiraglio Mundy. Durante la tregua ufficiali superiori borbonici, dopo aver fatto un giro d’ispezione in città, riferirono erroneamente al generale Lanza che le forze insurrezionali erano ormai troppo potenti per essere sconfitte dalle truppe napoletane. Lanza, che fino a quel momento non aveva dimostrato un comportamento energico ed intraprendente decise senz’altro di trattare l’armistizio. Inviò a Napoli il generale Letizia con l’incarico di fare al re la stessa relazione pessimistica che i suoi ufficiali avevano fatto a lui. I generali della corte e i consiglieri politici convinsero Francesco II a ritirare le truppe da Palermo.

   La mattina del 7 giugno tutta la guarnigione napoletana, forte di 20.000 uomini, s’imbarcò con armi ed equipaggiamenti dirigendosi parte a Napoli e parte a Messina. L’esercito borbonico, con l’episodio di Palermo, dimostrò, come aveva previsto Garibaldi, d’essere in disfacimento.

   Con la presa di Palermo le sorti della Sicilia e del dominio borbonico apparvero segnate. Il regno di Napoli rimase isolato nell’opinione pubblica internazionale, commossa dall’impresa dei Mille. Da quel momento a Garibaldi giunsero soccorsi da tutte le parti del mondo. L’11 giugno sbarcò a Palermo, al comando del generale Giacomo Medici, un corpo di 3.500 volontari provenienti dal Piemonte ed armati con moderni fucili inglesi “Rifless”. In America una pubblica sottoscrizione in favore di Garibaldi fruttava, nella sola città di New York, 100 mila dollari con i quali furono acquistate e inviate in Sicilia 4.000 carabine “Enfield”, modernissime, e mezzo milione di cartucce.

   Sebbene i siciliani non avessero obbedito alla coscrizione obbligatoria proclamata da Garibaldi, il dittatore disponeva ormai di una forza efficiente, che gli consentì di concludere vittoriosamente l’impresa fino al Volturno.

   Caduta Palermo, Persano si diresse a quel porto con le sue navi. Fra l’altro, i piroscafi da guerra sardi Dora e Tanaro, con la fregata Costituzione, sbarcarono armi per i rivoltosi della Basilicata e del Cilento.

   Il 2 giugno 1860, furono gettate a Palermo le basi della marina siciliana creata dal governo garibaldino. Venne riattivato l’Arsenale militare e costituito un corpo di reclutamento per equipaggi, mentre una flottiglia di unità leggere veniva allestita a Punta Faro di Messina, per essere pronta al passaggio dello stretto.

   Successivamente, Garibaldi sbarcò a Patti di Sicilia con due piroscafi scortati da navi sarde. Lo spostamento celere dei garibaldini via mare consentì al valoroso condottiero di riportare la decisiva vittoria di Milazzo.

   Cavour, tramite l’ammiraglio Persano, cercò d’indurre gli ufficiali della flotta napoletana alla defezione. Ma il tentativo fallì. La maggior parte degli ufficiali si mantenne fedele; sottufficiali ed equipaggi erano fedelissimi al re Francesco II. Defezionò soltanto la corvetta Veloce che, partita da Messina per scortare i rinforzi diretti a Milazzo, proseguì per Palermo, mettendosi a disposizione di Garibaldi. La nave fu ribattezzata Tukory, dal nome di un eroico colonnello ungherese caduto a Palermo per la causa rivoluzionaria. La piccola unità, pomposamente definita pirofregata, in realtà era una vecchia corvetta a ruote armata con otto cannoni. La Tukory, al comando del Capitano di Fregata Amilcare Anguissola, la mattina dell’11 luglio 1860 svolse la sua prima azione di guerra nella marina garibaldina spingendosi, con non poca audacia, in acque controllate dal nemico, al largo di Messina. Doveva catturare il piroscafo Elettrico, che si sapeva in navigazione da Taranto per Messina con un carico di truppe napoletane, ma non riuscì ad intercettarlo. In compenso, fermò e catturò due piccole navi mercantili a vapore, il Duca di Calabria e l’Elba, che andarono ad aumentare la flotta garibaldina. Successivamente, durante la battaglia di Milazzo, il Tukory fu impiegato per bombardare le truppe napoletane che avanzavano dal lato del mare.

   Il 18 agosto 1860, usando due piroscafi, Garibaldi partì da Giardini, nei pressi di Taormina, e sbarcò con 3.360 uomini a Melito di Porto Salvo in Calabria. Malgrado qualche tentativo di resistenza delle forze di terra e qualche intervento della flotta borbonica, la via per Napoli era ormai aperta.

   Mentre si combatteva a terra, la corvetta Tukory, tentò d’impadronirsi, con un colpo di mano, del vascello Monarca in allestimento nel porto di Castellammare di Stabia. Il comandante in seconda dell’unità borbonica, Guglielmo Acton, accorse con i suoi uomini e respinse a fucilate l’abbordaggio dei garibaldini restando ferito al ventre. Presto ai marinai del Monarca si aggiunsero nella difesa anche i soldati del Forte, per cui il comandante del Tukory dovette rinunciare all’impresa e prendere velocemente il largo senza essere inseguito dalle navi borboniche che sopraggiungevano.

   Con la liberazione della Sicilia, la flotta borbonica che, tutto sommato, costituiva una forza poderosa e bene armata, era praticamente finita.

 

   Il 6 settembre 1860, Francesco II di Borbone, imbarcato sulla nave Messaggero, partì per Gaeta, scortato soltanto dalla fregata Penelope. Il giorno dopo, con apposito decreto, il dittatore Giuseppe Garibaldi aggregò il resto della flotta siciliana e napoletana a quella sarda. Gli ufficiali napoletani giurarono fedeltà a Vittorio Emanuele II, salvo pochi che vennero destituiti. I sottufficiali ed i marinai si erano quasi tutti dileguati.

   Quando Giuseppe Garibaldi il 7 settembre 1860 entrò a Napoli, fu accolto da trionfatore; anche le truppe borboniche si schierarono sull’attenti al suo passaggio, mentre il re Francesco II si rifugiava dentro la fortezza di Gaeta.

   La sera stessa Garibaldi, presa carta e penna, scrisse il famoso decreto che di seguito riportiamo:

  “Tutti i bastimenti di guerra e mercantili appartenenti allo Stato delle Due Sicilie, arsenali e materiali di marina, sono aggregati alla squadra del Re d’Italia, Vittorio Emanuele”.

   Rimanevano tuttavia sul Volturno 50.000 soldati fedeli al Borbone pronti ad opporsi all’avanzata dei volontari garibaldini. Il condottiero, pur disponendo di circa 20.000 uomini, non esitò ad attaccare il nemico. Si scatenò la battaglia più sanguinosa di tutta l’impresa, ma alla fine, il 2 ottobre 1860, i garibaldini riuscirono ad infrangere la resistenza nemica, obbligando i resti dell’esercito borbonico a rifugiarsi nella piazzaforte di Gaeta.

    Il 26 ottobre 1860, Vittorio Emanuele s’incontrò con Garibaldi sul ponte di Teano. I due eserciti, quello dei volontari garibaldini e quello del re si fusero in un solo esercito, e Garibaldi, con animo magnanimo, dopo aver donato un regno al sopraggiunto re piemontese, la mattina dell’8 novembre 1860 si ritirò dall’impresa e partì per l’isola di Caprera. Egli aveva fra l’altro donato all’Italia una rilevante flotta di navi efficienti e bene armate, vanto della marina napoletana e di tutto il regno borbonico.

    Essendo passati i garibaldini sul continente, la marina dittatoriale siciliana continuò la propria opera sino all’ingresso di Garibaldi a Napoli, poi il 17 novembre 1860 fu sciolta e le sue navi furono incorporate nella marina sarda.

    Poiché la fortezza di Gaeta continuava a resistere, il generale piemontese Cialdini chiese all’ammiraglio Persano di far saltare le fortificazioni borboniche che costeggiavano la spiaggia per aprire un varco alla fanteria. L’ammiraglio decise d’impiegare per questa operazione le cannoniere Confienza, Curtatone e Vinzaglio, ma l’impresa fu rinviata per le sfavorevoli condizioni del mare, poi venne definitivamente abbandonata per la resa di Gaeta, avvenuta il 13 febbraio 1861.

    La sera del 12 marzo anche la piazzaforte di Messina si arrese dopo aver resistito strenuamente contro le preponderanti forze piemontesi. La conquista del Regno delle Due Sicilie era stata finalmente completata grazie all’iniziativa di Giuseppe Garibaldi e dei suoi mille volontari partiti da Quarto.

   Il conte di Cavour pretese che di ogni ufficiale borbonico fossero vagliate le attitudini e considerati i meriti. Quanto a Garibaldi, era naturale che il generale non guardasse troppo per il sottile nell’aprire le braccia a chiunque avesse ben meritato dalla Patria, com’era solito dire.  

 Egli aveva scritto a Caprera nelle sue memorie: “Circostanza ben favorevole alla causa nazionale per il tacito consenso della marina militare borbonica, che avrebbe potuto, se interamente ostile, ritardare molto il nostro progresso verso la capitale. E veramente i nostri piroscafi trasportarono liberamente i reparti dell’esercito meridionale lungo il litorale napoletano senza ostacoli”.

    In effetti, nessuna nave da guerra borbonica disturbò l’avventuroso cabotaggio costiero dei volontari garibaldini; tenendo presente che la funzione primaria delle navi di Garibaldi era di natura logistica; importanti contingenti di uomini e di rifornimenti furono trasportati con poche navi, con pescherecci e barche da pesca senza subire gravi danni. La marina garibaldina ebbe un numero limitatissimo di perdite: solo il piroscafo Piemonte a Marsala e il Torino a Melito di Porto Salvo, sulla costa ionica della Calabria, dove si arenò e fu incendiato dai marinai napoletani. Alcuni ufficiali della marina borbonica, avuta notizia che Garibaldi era sbarcato in Sicilia, addirittura avevano dato il segnale della rivolta. Il capitano Anguissola era subito andato incontro a Garibaldi nel porto di Palermo con la corvetta Veloce che ribattezzata Tukory fu la prima nave da guerra della flotta garibaldina. A Giuseppe Garibaldi, poi, stava molto a cuore la sorte degli ufficiali e marinai piemontesi i quali, dopo aver disertato i loro reparti quando Cavour aveva negato il consenso, erano fuggiti da Genova a Livorno per raggiungerlo in Sicilia.

   La fusione delle marine sarda, siciliana e napoletana nell’unico corpo della regia marina italiana fu un’operazione conclusa, in un primo tempo, soltanto sulla carta. Non bastava un tratto di penna per cancellare le diverse tendenze e tradizioni. Nei ranghi della flotta sabauda esistevano già vecchie rivalità personali e professionali. Quando si aggiunsero gli ufficiali della disciolta marina borbonica, la situazione diventò a dir poco esplosiva. Alcuni ufficiali, al momento di rientrare nella marina regolare, rinunciarono spontaneamente al maggior grado ottenuto sotto Garibaldi, come fece il sottotenente di vascello Napoleone Canevaro, diventato poi ammiraglio. Altri non si curarono neppure di nascondere la loro delusione.

   Questi erano gli elementi sui quali Cavour dette il via alla unificazione delle marine napoletana e siciliana. Ma una volta superato il primo momento d’incertezza, seppe dare un impulso decisivo alla creazione della Regia Marina Italiana, con una serie di provvedimenti inerenti la sua struttura organizzativa.

    Ma ormai Cavour non c’era più; alla sua morte il Ministero della Marina venne affidato al generale del Genio Federico Menabrea, considerato un grande tecnico, che stravolse completamente l’impostazione costruttiva delle nuove unità.

    Quanto alle vecchie navi di legno ereditate dalla flotta del Piemonte e della Marina napoletana, passarono in riserva pur continuando ad assolvere importanti servizi di secondo rango.

 

                                                       

 

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4 DICEMBRE: SANTA BARBARA

4 DICEMBRE: SANTA BARBARA

PROTETTRICE DEI MINATORI, ARTIFICIERI, CANNONIERI

Barbara di Nicomedia, in Bitinia, era figlia di un ricco signore pagano di nome Dioscoro. Il padre, geloso della sua bellezza, la richiuse in una torre del castello per servire gli dei in attesa di un matrimonio conveniente. Dopo qualche tempo, Barbara rigettò il culto degli dei pagani e si convertì alla fede cristiana, battezzandosi nelle acque della propria piscina. Il padre perse la testa e pieno di rabbia trascinò la figlia davanti al giudice accusandola di fede cristiana ed assistendo alle torture che le furono praticate. Barbara venne condannata ad attraversare nuda il paese, ma per le sue preghiere, nel giorno designato, il cielo si annuvolò cupamente oscurando la sua immagine. 

   Il quattro di dicembre, regnante Massimiliano imperatore (288 d.C.), giorno del martirio di Barbara, il padre volle sostituirsi al boia per decapitare la figlia con la spada. Non appena la bionda testa cadde al suolo rosso di sangue, un tuono scosse il cielo e un fulmine colpì il disumano padre bruciandolo. Il corpo di Dioscoro rimase incenerito dal fulmine celeste, simbolo della morte immediata senza la possibilità di redenzione; quel fulmine costituì il centro attorno al quale si formò nei secoli la devozione per Santa Barbara.

   Ella fu prescelta perché rappresentava la serenità del sacrificio di fronte al pericolo senza possibilità di evitarlo, e venne eletta a patrona “di coloro che si trovano in pericolo di morte improvvisa”. Infatti, la martire, nell’imminenza del supremo sacrificio, pregò Gesù: “ tu che stendesti i cieli e fondasti la terra e rinchiudesti gli abissi, tu che comandasti ai nuvoli che piovesse sovra i buoni e sovra i rei, andasti sopra il mare e riprendesti il tempestoso vento, al quale tutte le cose obbediscono, esaudisci per la tua misericordia infinita l’orazione della tua ancilla… Pregoti Signore mio Gesù, se alcuna persona a tua laude farà memoria di me e del mio martirio… mandali grazia per tua misericordia”.

   La compenetrazione della leggenda con momenti di vita mistica, spiega le ragioni per cui, dopo l’invenzione della polvere da sparo, ciascun magazzino di munizioni, in particolare sulle navi da guerra, per devozione alla vergine di Nicomedia, da sempre tiene attaccato sulle pareti una immagine della Santa “perché siano preservati dal fuoco e dai fulmini celesti i depositi delle polveri, che si chiamano appunto Santebarbare”… (Padre Alberto Guglielmotti).

   Dopo qualche secolo sembrò che anche dalle mani dell’uomo fosse scaturita la folgore con l’invenzione della polvere da sparo e delle armi da fuoco. La devozione di Santa Barbara ebbe così nuova diffusione tra tutti coloro che maneggiavano pericolosamente la polvere da sparo come gli artificieri, i cannonieri, i pirotecnici, i minatori, ecc.

   I minatori festeggiavano la loro protettrice Santa Barbara il 4 dicembre. Quel giorno non si recavano al lavoro se la società proprietaria della miniera professava la religione cattolica. I minatori si riunivano insieme alle loro famiglie attorno a grandi tavolate per festeggiare la Santa.

   In Belgio si celebrava la messa in fondo alla miniera, dove veniva consentito anche alle donne di scendere e assistere alla messa con i loro congiunti. Oggi gli ex minatori, anche se in pensione, si scambiano auguri e piccoli doni, conservando ancora una grande gratitudine per la Santa, che li ha protetti nel corso del lavoro.

   A Tuglie fino a pochi anni fa, gli ex minatori, per il 4 dicembre raccoglievano le offerte per festeggiare Santa Barbara con fuochi d’artificio e con la celebrazione della messa. Oltre agli auguri si scambiavano piccoli doni.

   Nel breve pontificato di Pio XII, il 4 dicembre 1951, Santa Barbara venne proclamata a Celeste Patrona, per cui ogni 4 dicembre gli uomini della Marina Militare e quanti operano per essa, nel ritrovarsi con le comuni origini e valori, festeggiano solennemente e degnamente Santa Barbara, loro protettrice.

EDMONDO DE AMICIS SOCIALISTA

EDMONDO DE AMICIS SOCIALISTA

   Edmondo De Amicis nacque a Oneglia il 31 ottobre 1846 e morì a Bordighera l’11 marzo 1908. Nel 1947 l’Italia lo ricordò nel centenario della sua nascita. Del nobilissimo scrittore ed educatore piemontese, dell’autore del libro Cuore, tradotto in quasi tutte le lingue del mondo e stampato in milioni di esemplari, si rievocò la grande bontà d’animo, la rettitudine artistica e morale, il grande amore per il bene. Ma, ci si dimenticò di ricordare un avvenimento saliente della sua vita semplice e appartata, senza eventi esteriori e senza profonde passioni: la sua adesione, nel 1891, al socialismo che, per la verità, suscitò un certo scalpore.

   L’autore di Cuore era stato ufficiale di fanteria ed aveva combattuto nel 1866 alla battaglia di Custoza. Divenuto poi direttore della rivista L’Italia Militare, cominciò a pubblicare alcuni bozzetti di vita militare, raccolti in La vita militare nel 1868, che gli diedero la prima fama.

  Il successo lo indusse a tralasciare la carriera intrapresa per dedicarsi alla letteratura e al giornalismo. Come corrispondente della Nazione, nel 1870 aveva preso parte alla presa di Roma.

  Iniziò a viaggiare e a scrivere resoconti dei suoi viaggi, che ottennero notevole successo di pubblico (Spagna, 1872; Olanda, 1874; Ricordi di Londra, 1874; Marocco, 1876; Costantinopoli, 1878; Ricordi di Parigi, 1879). Il successo internazionale giunse con il libro Cuore (1886), diario di uno scolaro, inframmezzato da racconti di ispirazione patriottica e toni intensamente patetici, a lungo ammirato per i suoi contenuti morali.

  Nei suoi libri aveva esaltato l’esercito e l’amor patrio, per cui, il suo ingresso nel socialismo parve a qualcuno un rinnegamento del passato. Altri gli mossero accuse di ambizione politica, ma non ne aveva. Infatti, poco tempo dopo, nella maturità del suo ingegno e nella pienezza della sua fama, De Amicis diede un nobile esempio di rettitudine letteraria, rifiutando di accettare l’elezione a deputato.

  Nella sua lettera agli elettori socialisti del primo collegio di Torino e a quelli non socialisti che avevano votato in suo favore “per semplice sentimento di benevolenza”, egli volle far capire che poteva servire meglio la causa del socialismo restando scrittore e nient’altro.

  Aveva aderito al socialismo nel 1891 e nella sua maturità si volse anche ai problemi sociali e pedagogici della sua terra.

  La sua produzione poetica è raccolta nel libro  Poesie del 1880.

  Altre sue opere furono: Gli amici, 1883; Il romanzo di un maestro, 1890; Amore e ginnastica, 1892, riscoperto da Italo Calvino; La carrozza di tutti, 1895.

  Nel 1890 aveva pubblicato il libro Primo Maggio, di ispirazione marxista.

  Nella maturità si volse anche a problemi sociali e pedagogici.

L’ARCHIVIO SEGRETO DEL VATICANO

L’ARCHIVIO SEGRETO DEL VATICANO

    Maria Luisa Ambrosini, collaboratrice della Columbia University, rientrata in Italia alla fine del secondo conflitto mondiale, ha svolto una intensa attività giornalistica ed ha scritto un interessante libro sull’Archivio Segreto Vaticano, ricco di un indice di 740 nomi.

   E’ l’archivio centrale della Santa Sede, dove sono conservati tutti gli atti e i documenti che riguardano il governo e l’attività del Romano Pontefice e degli uffici connessi al Vaticano.

   L’Archivio è sorto nel 1612 per volontà di Pio V, il quale volle riunire in un’unica sede tutti i carteggi riguardanti la Chiesa sparsi in diverse località dell’Urbe e di Avignone.

   Una grande quantità di documenti è rientrata a Roma dall’Archivio Napoleonico di Parigi, dopo il 1810, anno in cui Napoleone li aveva confiscati. La restituzione avvenne tra il 1814 e il 1817, ma l’archivio aveva subìto notevoli perdite: molti documenti furono distrutti o dispersi.

   Da quando Papa Leone XIII, nel lontano 1881, ne aprì le porte agli studiosi, l’Archivio Segreto del Vaticano è diventato un centro di ricerche storiche fra i più importanti e celebri del mondo.

   Il patrimonio documentario conservato nei suoi vasti depositi copre dodici secoli (VIII-XX) ed è costituito da oltre 600 fondi archivistici.

   Secondo una prassi iniziata nel 1924, il papa concede il libero accesso ai documenti per pontificati. Attualmente il limite cronologico di consultazione è stabilito alla fine del pontificato di Pio XI (febbraio 1939). Nondimeno, in deroga a questa consuetudine, Paolo VI, fin dalla chiusura dei lavori conciliari nel 1965, rese accessibile agli studiosi, l’Archivio del Concilio Vaticano II (1962-1965). Fu poi Giovanni Paolo II ad aprire

 alla consultazione il fondo “Ufficio Informazioni Vaticano – Prigionieri di guerra (1939-1947) e da ultimo il fondo Commissione Centrale per l’Arte Sacra in Italia (1924-1989) e il fondo Censimento degli Archivi Ecclesiastici d’Italia (1942).

   Le carte dell’Archivio Segreto Vaticano costituiscono 

 

materiale importante per la ricostruzione della spedizione di Sapri condotta da Carlo Pisacane nel 1857, specialmente dopo l’indagine storica pubblicata da Chiara D’Auria: “La spedizione di Sapri nelle carte dell’Archivio Segreto Vaticano” nella rassegna Scienze e Ricerche n.1 del novembre 2014. 

 

Le carte possono fornire ulteriori dettagli, di carattere inedito, su Carlo Pisacane e la sua famiglia, per incentivarne il “mito”.

   Durante l’ultimo conflitto mondiale, il maresciallo Juin, comandante del Corpo di spedizione francese in Italia, s’incontrò nell’anticamera di Pio XII con il maresciallo Badoglio. Il maresciallo francese e quello italiano ebbero un importante colloquio che, molto probabilmente, è stato registrato e conservato nell’Archivio Segreto Vaticano. Nello stesso Archivio sono 

conservate le testimonianze per la cessazione delle ostilità e le istruzioni di Pio XII ai vescovi tedeschi e francesi, nonché i rapporti delle personalità della Santa Sede con l’Italia del nord non occupata dagli alleati ed i carteggi inerenti gli aiuti al popolo ebraico. Attualmente un gruppo di studiosi attende alla pubblicazione di documenti che riflettono la seconda guerra mondiale.

   La corrispondenza intercorsa fra Pio IX e Vittorio Emanuele II è stata resa di pubblica opinione; per l’accesso all’Archivio del 1927 è stato compilato un regolamento da rispettare rigorosamente.

   L’Archivio Segreto Vaticano possiede la più ricca e preziosa raccolta di carteggi di mille anni di storia medievale; i processi completi delle canonizzazioni, gli atti istruiti ed interrotti per la elevazione agli altari della Regina Maria di Scozia, quelli dei conclavi dal ‘400 in poi, i testi teologici dei padri della Chiesa, gli atti dei pontefici, i fascicoli relativi agli eretici (Savonarola, Giordano Bruno, Galileo Galilei, Pico della Mirandola, Beatrice Cenci) ed ai maestri di astrologia posti all’indice e le richieste dei Lord per l’annullamento del matrimonio di Enrico VIII con Anna Bolena.

   Il cardinale archivista Garampi, deceduto nel 1792, ha compilato uno schedario di difficile consultazione ed ha arricchito la Biblioteca Vaticana e l’Archivio di ben 16 mila opere della sua collezione privata; Angelo Mercati, tra il 1920 ed il 1930, ha ceduto alla Biblioteca della Santa Sede importanti documenti riguardanti 684 indici di autori diversi, 74 volumi di “Avvisi” paragonabili ai giornali del nostro tempo, 26 volumi che trattano degli scismi, oltre agli indici dettagliati della controversia luterana e tutta la corrispondenza intercorsa fra Lutero 

ed Erasmo da Rotterdam.

 

   Nell’Archivio sono catalogate 7365 suppliche che vanno dal 1342 al 1889 (di esse, 46 provengono da Avignone, sede pontificia a cui giungevano gli inviti a porre fine allo scisma da parte di Santa Caterina da Siena e da Santa Brigida di Svezia, canonizzata nel 1391).

 

   Nello stesso Archivio si conservano le lettere di Cristina di Svezia inviate al marchese Santinelli ed inoltre i diari, le lettere e le relazioni dei missionari che hanno annunziato il Vangelo negli altri continenti ed in particolare in Etiopia.

   In un vecchio “indice” riemerge la storia dei Templari e dei processi subiti dai loro cavalieri in Italia, Francia, Inghilterra, Irlanda, Scozia, Germania e Cipro.

   L’Archivio, che ormai forma un complesso unico con la Biblioteca Vaticana fondata da Papa Sisto IV nel 1745, conta più di 400 mila documenti, comprese le preziose pergamene.

   Michele Lonigo (1572 – 1639), per non interrompere gli studi che stava svolgendo, portò nella sua abitazione 110 libri, meritando per tale azione una condanna a dieci anni di carcere. Fu poi graziato da Papa Gregorio XV. Del Lonigo rimangono: “Il Sommario delle Investiture” ed il “Catalogo Generale”, che, dopo il suo ritrovamento, fu presentato a Leone XIII.

   Nell’Archivio Segreto sono custoditi 26 volumi che riguardano lo scisma d’Occidente e 150 volumi che trattano lo svolgimento del Concilio di Trento. Esistono diversi carteggi di Cristoforo Colombo sulle controversie con i Sovrani che finanziarono i suoi viaggi nell’Oceano Atlantico; i carteggi delle donazioni di Costantino e di Teodorico; gli scritti di Lorenzo Valla, il “Liber Canonum” del monaco Dionigi (amico di Boezio e di Cassiodoro), le opere di Tertulliano, del teologo Origene, le storie di Santa Monica, madre di Sant’Agostino, quelle di Santa Caterina di Alessandria e di Santa Margherita di Antiochia effigiate nei cenobi dei basiliani fondati nella nostra regione (la basilica di Galatina è dedicata a Santa Caterina di Alessandria), la “Collectio Dionysi”, approvata da Carlo Magno.

   Santi, imperatori, sovrani, scienziati, letterati, filosofi, condottieri, artisti e statisti di tutto il mondo civile rivivono con le loro opere nelle sale silenziose e sicure dell’Archivio Segreto Vaticano. Quelle del sommo Dante, però, non espressero particolare entusiasmo per le sue presunte doti di magia e per le indicazioni segnate nel “De Monarchia”.

   Il libro di Maria Luisa Ambrosini ha liberato il passato dalle nebbie che lo avvolgevano e conclude l’itinerario intrapreso da mons. Giusti, dal Battelli, dal Mercati, da Fink, da Brom, da Macfarlane, con lo stile di chi ha assunto i caratteri delle riviste americane, specialmente del “The Telegraph”.

   Come già detto, nel 1881, con Leone XIII, l’Archivio fu aperto alla libera consultazione degli studiosi e uno dei centri di ricerche storiche più importanti del mondo. In questi ultimi anni il Vaticano ha accelerato i tempi di apertura del suo Archivio Segreto con il preciso intento di difendere Pio XII dalle accuse di aver sostenuto il nazismo in chiave antisovietica e di aver taciuto di fronte all’Olocausto del popolo ebraico.

   Dal primo gennaio del 2003 è stata progressivamente resa pubblica la documentazione relativa all’attività svolta da Monsignor Eugenio Pacelli in qualità di Nunzio Apostolico a Berlino durante il pontificato di Pio XI (1922-1939).

   Paolo VI, in deroga alla consuetudine di pubblicare gli atti dell’archivio per pontificati, rese accessibile la consultazione di tutti i documenti del Concilio Vaticano II (1962-1965) e da ultimo Giovanni Paolo II aprì agli studiosi il fondo dell’Ufficio Informazioni Vaticano, Prigionieri di guerra (1939-1947) tanto atteso per lo studio degli avvenimenti di quel tragico periodo.

   L’apertura anticipata dell’Archivio Segreto è stata definita eccezionale dal Vaticano e concretizza una decisione presa da Giovanni Paolo II con il dichiarato intento di “contribuire alla fine di ingiuste e ingrate speculazioni su Eugenio Pacelli”.

   L’Archivio Centrale della Santa Sede conserva tutti gli atti e i documenti relativi al governo della Chiesa universale.

   L’attributo “segreto” traduce il vocabolo latino “secretum”, che significa “privato”, l’Archivio Segreto Vaticano è infatti di proprietà del Papa, che ne detiene il governo e vi esercita la suprema ed esclusiva giurisdizione.

   L’Archivio Segreto Vaticano è un’incredibile fonte di conoscenza storica lunga 85 chilometri.

   Per la prima volta nella storia, un centinaio di preziosi documenti, tra cui due riguardanti la Guardia Svizzera, hanno varcato i confini del Vaticano il 29 febbraio 2012, nell’ambito della Mostra organizzata ai Musei Capitolini di Roma intitolata “L’Archivio Segreto Vaticano si rivela”, dove il pubblico internazionale ha potuto scoprire i tesori custoditi nell’Archivio Segreto del Vaticano. Infatti il 1° marzo 2012 è stata inaugurata con grande solennità la Mostra LUX IN ARCANA ai Musei Capitolini, rimasta aperta al pubblico fino al 9 settembre 2012. Un evento storico senza precedenti che, per la prima volta, ha portato fuori dai confini della Città del Vaticano, pergamene, manoscritti, registri, e codici che coprono un arco di tempo dall’VIII secolo d.C. fino al XX secolo, scelti fra i Tesori che l’Archivio Segreto Vaticano da secoli conserva e protegge accuratamente.