VILLA AURORA

VILLA AURORA

Arrivando dalla strada provinciale per Maglie, subito dopo la curva delle “cave”, prima di entrare in paese, si  vede scorrere sulla destra il grande muro di cinta ed il possente cancello in ferro battuto della vecchia Villa Aurora.

   Guardando all’interno, si nota subito lo stato di abbandono del giardino, pieno di rovi e di sterpaglie, e della villa, ormai fatiscente, con porte e finestre danneggiate, e con i  viali  e  porticati   completamente  invasi dalle erbacce.

   Gli alberi di pino, che un tempo si notavano dal paese  per la loro bellezza e maestosità,  non hanno più alcuna forma e molti  rami, appesantiti dalle pigne e sbattuti dal vento, giacciono a terra spezzati, buoni solo a far legna.

   Le colonne del viale principale, che sostenevano il pergolato di uva bianca, sono in parte crollate ed i pezzi sbrecciati fanno bella mostra fra gli sterpi del parco.

  Così si presenta oggi Villa Aurora; del passato… non vi è più traccia.   

                                                                      

   Una volta, quella villa dagli ampi colonnati classici e dalle luminose stanze con la volta “a stella”, attorniata da bellissimi alberi di pino e da un giardino molto curato e pieno di fiori profumati, apparteneva alla ricca famiglia , grandi proprietari terrieri, conosciuti per nome e per prestigio in tutta la Provincia. 

   Al tempo di Don Pippi Romano, notaio molto apprezzato ed amante della bella vita, in questa splendida villa,  nelle sere d’estate, si svolgevano feste spettacolari, con cene all’aperto, sotto le stelle ed il chiaro di luna, rallegrate dal canto di giovani soprano e dalla musica eseguita da bravi professionisti, fatti venire apposta dalla città. Per l’occasione Villa Aurora era addobbata ed illuminata a festa  e  ferveva  l’attività delle numerose domestiche, dei cuochi e dei servitori. Al centro dell’attenzione splendeva per la sua bellezza e la sua grazia, Donna Lucia, la ricca moglie del notaio, sempre elegante  e  gentile con gli ospiti.

   Le feste in casa dei Romano erano famose in tutta la Provincia e potervi partecipare era un grande onore ed un grande evento.

   Don Pippi lavorava molto per la sua professione e per amministrare le numerose proprietà. Il suo palazzo, nella piazza del paese, era sempre pieno di gente che entrava ed usciva dal grande portone sormontato dallo stemma di famiglia.

   I Romano avevano tre figli: Lauretta, la maggiore, bella e gentile come la madre, pronta per essere maritata; Luigi, studente universitario a Napoli ; Federico, il più piccolo ed il più vezzeggiato.

   Anche Donna Lucia era molto impegnata per portare avanti la casa e la famiglia ed inoltre aveva  un  gran  da  fare per adempiere agli obblighi assunti nella vita sociale.

   Lauretta aveva poco più di vent’anni quando cominciò ad avvertire, con sempre maggiore frequenza, i primi segni di stanchezza, spossatezza ed inappetenza. Con l’arrivo della stagione umida e fredda  si raffreddava facilmente ed era costretta a trascorrere intere giornate a letto, mangiando poco o niente. La sera si sentiva male,  continuava a perdere  peso ed  aveva sempre meno appetito. I dottori che la visitavano dicevano di non preoccuparsi che non era niente di grave. Presto tutto sarebbe passato. Lauretta doveva stare a riposo, al caldo, e prendere regolarmente le medicine.

   Però, quella notte che con il freddo arrivò anche la neve, Lauretta  stette molto male. Aveva la febbre alta e la tosse  la  scuoteva con violenza. Il paese e la campagna attorno erano coperti da un enorme manto bianco che arrivava fino al mare. Anche la vicina collina e Villa Aurora erano tutte imbiancate: la neve abbondante e soffice come le piume si  era distesa su ogni cosa.

   Appena il tempo lo permise, i genitori corsero alla villa con la carrozza tirata da due poderosi cavalli per constatare i danni causati dal forte vento e dalla improvvisa nevicata.

   Lauretta volle vedere la neve caduta  sulla piazza  e si fece accompagnare alla finestra della sua stanza. Le scapparono le lacrime alla vista della piazza  tutta bianca e dei ragazzini che allegri gettavano palle di neve contro i passanti.

  Alcuni giorni dopo Lauretta fu visitata da un professore venuto da Roma il quale consigliò il ricovero d’urgenza in una  clinica della capitale.  L’indomani mattina Lauretta con i genitori ed il professore partirono  subito  per  Roma  dove fu predisposto il ricovero in clinica  senza perdere tempo. Eseguita una scrupolosa indagine, fu confermata la diagnosi fatta dal professore:  tubercolosi polmonare. Il dolore dei poveri genitori nell’apprendere l’esito degli esami fu immenso.  Sconfortati, presi dall’angoscia e dalla disperazione, decisero col professore di non dire nulla alla ragazza per non allarmarla e farla soffrire di più. Cercarono di non far trapelare nulla sul grave stato di salute della povera Lauretta  e rassegnati si dedicarono a lei con tutta l’anima, amore e forza.

   Col passare dei giorni i medici si chiudevano in un silenzio poco rassicurante; fra l’altro la  malattia  era contagiosa e conduceva a morte sicura; perciò bisognava agire con molta prudenza ed attenzione  per evitare infezioni e serio pericolo per la vita della malata.

   Fu deciso il trasferimento di Lauretta in sanatorio, ma nonostante la straordinaria assistenza  e  le continue cure, la ragazza si sentiva sempre più debole e soffriva molto.

   La notte aveva sudorazioni abbondanti  ed al mattino presto la tosse la sconquassava tutta per  poter espettorare.

   Qualche volta si notavano, con preoccupazione, tracce di sangue.

   Il ricovero in sanatorio durò due mesi e grandi furono i sacrifici e le sofferenze della povera giovinetta, irriconoscibile nel viso e nel corpo, e dei coraggiosi genitori che l’assistevano amorevolmente giorno e notte, trascurando la loro salute e tutti gli impegni di lavoro e di famiglia.

   Poi, finalmente,  apparve qualche segno di miglioramento e la speranza, giorno dopo giorno, si fece di nuovo avanti lasciando intravedere la possibilità, se non la certezza, di una lenta guarigione.

   Infatti, col tempo e con la forza della volontà, Lauretta cominciava a riprendersi e sentirsi meglio.  

   Forse era la primavera che ormai  bussava alle porte; forse era la sua giovinezza che lottava senza tregua per non farsi sopraffare dalla malattia; forse era l’amore grande dei suoi genitori, che non l’avevano  mai abbandonata, Lauretta sentiva che le forze le ritornavano ed anche il desiderio di vivere e di tornare a casa, alla sua terra, al verde ed al profumo delle sue campagne.

   Dopo qualche settimana il direttore del sanatorio comunicò con gioia a Don Pippi Romano che Lauretta poteva essere dimessa alle seguenti condizioni: lunga permanenza all’aria pura, non di montagna, ma di collina; riposo completo a letto o, di giorno, in veranda su  una sdraio o brandina; brevi passeggiate all’aperto; alimentazione variata ed abbondante.

   I coniugi Romano erano felici, pensarono subito all’aria buona  ed alle comodità di Villa Aurora, in mezzo agli alberi di pino, il profumo dei fiori, ed il mare vicino. Con grande gioia di tutta la famiglia, la piccola comitiva partì da Roma e fece ritorno a casa, a Villa Aurora, dove fu  predisposta ogni cosa per accogliere con amore e con la  massima discrezione ed assistenza, la giovane  Lauretta,   dovendo trascorrere in questo angolo di paradiso un lungo periodo di riposo e di convalescenza.

   Arrivò l’estate con l’esplosione del caldo e del sole, l’azzurro del mare che si vedeva lontano dalla terrazza ed i tramonti di fuoco fra nuvole striate di  rosso, di rosa e di viola rendevano felice Lauretta che cominciava a sentirsi bene davvero. Voleva vivere, vivere con gioia la sua giovinezza, la sua vita  fra le bellezze della natura.  Doveva però stare molto attenta nei suoi movimenti, nelle sue passeggiate, perché il male era sempre in agguato e poteva colpire ancora.

   Riceveva poche visite, soprattutto amiche, che le facevano buona compagnia e la tenevano allegra, e poi i giovani cugini e le cugine. I genitori ed i fratelli, sempre attenti e vicini, non le facevano mancare niente. Ma le famose feste di Villa Aurora non si fecero più. Finirono gli addobbi, le luci sotto i colonnati, fra i pini ed i fiori dai colori e profumi più vari; finirono  le cene all’aperto, sotto le stelle, allietate da giovani cantanti che diffondevano nell’aria calma  delle stupende serate d’agosto, le belle romanze di Verdi, Puccini e Bellini.  Ora tutto ruotava intorno a Lauretta in silenzio perché doveva guarire e doveva tornare quella di prima per riprendere il suo posto nella vita e fra la gente del paese.

   Passò l’estate e tutto procedeva bene: le  giornate  trascorrevano tranquille e normali, senza problemi o complicazioni di particolare importanza.  Don  Pippi  era  tornato alle sue occupazioni ed anche Donna Lucia aveva ripreso a frequentare la vita di società. Luigi era pronto per riprendere gli studi universitari a Napoli e Federico si preparava per la scuola.

   Lauretta  era rimasta a Villa Aurora assistita dall’infermiera, dai domestici e dalla servitù, mentre  i suoi cari erano rientrati al palazzo, in paese, perché il lavoro e le incombenze della famiglia e della campagna si facevano sentire con l’arrivo della stagione autunnale.

   Appena le giornate si fecero più corte ed  il cielo cominciò a coprirsi di nuvole grigie, l’umore  della giovane cambiò all’improvviso e nella solitudine di Villa Aurora si lasciò prendere dalla tristezza e dal nervosismo.

  Si irritava facilmente con tutti e diffidava di tutti. Passeggiava tutta sola nelle stanze della  villa  ed  il suo pianto  accorato si diffondeva dappertutto. Faceva pena vederla ed ascoltarla. Trascorreva lunghe ore chiusa nella sua stanza senza comunicare con gli altri. Solo all’arrivo dei suoi si faceva vedere e si mostrava allegra ed interessata a quello che dicevano. Poi arrivarono le piogge ed i temporali; l’aria si fece umida e fredda. Lauretta si ammalò e fu costretta a mettersi a letto per la febbre alta e la tosse.  Don Pippi e Donna Lucia ritornarono alla villa per stare vicini a lei, per curarla ed assisterla. Lauretta dava di nuovo tanta preoccupazione per la sua salute.

   La poveretta si disperava e piangeva per questa sventura che la perseguitava. Non riusciva proprio a darsi pace e se la prendeva con tutti. Mangiava sempre di meno e quindi dimagriva a vista d’occhio. Era molto debole e non riusciva più a stare in piedi o seduta nel letto. Ritornarono i medici a visitarla; ritornò il professore di Roma, ma questa volta non poteva fare nulla perché non c’era più nulla da fare. Lauretta era condannata a morire entro poco tempo per consunzione del proprio fisico. Da quel momento nella villa  regnò la tristezza e la più cupa disperazione. Furono chiusi balconi, porte e finestre; fu consentito solo ai medici ed ai parenti più stretti di entrare nella villa. Fra l’altro Lauretta doveva rimanere isolata per paura di contagio e quindi non tutti potevano vederla ed avvicinarla. Nella villa, specialmente di sera, si sentiva il suo pianto spesso accompagnato da lamenti…faceva tanto male al cuore.     

 

   Lauretta morì dopo una settimana, in silenzio, fra la disperazione ed il dolore di parenti ed amici.

   I funerali si svolsero con grande solennità, ma anche con tanta tristezza e mestizia. Numerosa fu la gente che vi partecipò, tanti forestieri: tutti conoscevano la bellezza, la grazia e la gentilezza d’animo della povera Lauretta; tutti rimasero profondamente colpiti e scossi  dalla prematura  scomparsa della giovinetta.

   Villa Aurora dopo pochi giorni dalla morte di Lauretta fu abbandonata e chiusa ermeticamente.

   Da quella villa non passò più nessuno: né Don Pippi, né Donna Giulia, né i figli, né i domestici, né i giardinieri. Sparirono tutti perché di notte, nelle stanze della villa, appariva il fantasma della povera Lauretta che si trascinava  penosamente da una parte all’altra e poi si sentiva il suo pianto disperato fino all’esterno. Così almeno si diceva in paese.

   Nel corso  degli anni molti hanno sostenuto di aver visto girare di notte, intorno a Villa Aurora, il fantasma della giovinetta illuminato dalla luna  e qualcuno ha persino giurato di aver sentito il  pianto  straziante della  ragazza  che si disperava  nelle stanze  di  quel  vecchio fabbricato ormai fatiscente, perché la morte, senza alcun  riguardo, l’aveva strappata brutalmente alla vita pur essendo così giovane, bella e ricca.

   Ricordo che da ragazzini, passando con le biciclette vicino al cancello  di  Villa Aurora correvamo a testa bassa  senza guardare all’interno  per paura di vedere il fantasma di “Donna Lauretta” che  ormai  era  entrato  nella  fantasia popolare del paese.

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LA CHIESA DI SANTA MARINA

LA CHIESA DI SANTA MARINA

Tanti anni fa per andare alla marina di Mancaversa (frazione di Taviano) si lasciava la strada asfaltata per Gallipoli e ci si immetteva in una stradina di terra battuta sulla sinistra, che percorreva per circa cento metri, il vecchio tracciato che portava al mare e che rasentava l’antica chiesa di Santa Marina facendo pensare a tante cose vedendola cadente e abbandonata dopo tanti secoli di gloria per la chiesa e per la Santa. Per quel luogo e quella chiesa la popolazione aveva una profonda venerazione, sia per la devozione che i contadini avevano per la Santa sia perché intorno a quel luogo si parlava di un misterioso tesoro (l’acchiatura) nascosto chissà dove da tempo remoto. Alcuni scavavano di notte enormi buche nella terra vicino alla chiesa per cercare il tesoro nascosto. Altri  lasciavano i segni della ricerca fatta per l’acchiatura all’interno della chiesetta. Ricordo che quand’ero ragazzo si era sparsa in paese la voce che era stata trovata l’acchiatura sotto l’altare della chiesa e allora molti giovani esaltati dalla notizia si recarono a Santa Marina per vedere dove era stato trovato il misterioso tesoro. Ma la verità non si è mai saputa.

Santa Marina è una chiesetta rurale, costruita negli ultimi anni del Seicento. Dapprima fu dedicata a Santa Maria di Costantinopoli e poi a Santa Marina, molto amata e venerata dal popolo. La parte centrale è collegata a tre ampie arcate cieche, due a destra e una a sinistra; vi sono annessi alcuni piccoli locali nella parte retrostante. Di fronte alla chiesa, a circa venticinque metri, sorgono una cappelletta  e una edicola, così che tra queste e la chiesa vi rimane uno spiazzo che sembra una piazzetta. La chiesa, le arcate e le edicole un tempo erano affrescate con figure di Santi, di Angeli e motivi floreali. Così nei riquadri e nelle lunette, sulla volta a stella e sulle pareti: affreschi eseguiti nel secolo XVIII con colori vividi e bene accostati ma di cui  è rimasto poco o niente. Tutte le costruzioni del genere, di cui il Salento è ricchissimo, testimoniano l’antica devozione popolare, le tradizioni e il folklore paesano di un periodo molto importante sotto l’aspetto antropologico e sociale. Ora tutto questo è dimenticato, abbandonato … il passato non conta più. Eppure in quella chiesa tutte le domeniche e le feste comandate, i massari, i mandriani e i contadini delle vicine masserie vi convenivano per ascoltare la Santa Messa e assistere agli altri riti sacri.

I nostri nonni raccontavano che a Santa Marina nel giorno dedicato alla Santa, il 17 luglio, si faceva una gran festa nel piazzale antistante la chiesa dove si svolgeva una fiera molto attesa dalle famiglie dei paesi vicini. Fin dallo spuntare dell’alba la chiesetta si animava di persone vestite a festa che arrivavano con i carretti e si davano da fare per sistemare le bancarelle dove si vendevano noccioline, statuine di terracotta raffiguranti la Santa, zacareddhe colorate e capisciole. All’ora della Messa tutti partecipavano con devozione, la maggior parte seduti per terra. Poi arrivava l’ora di mangiare e di bere all’ombra degli alberi d’ulivo o addossati ai muretti a secco e si consumavano le povere cose portate nelle sporte, ma molto saporite. Dopo il pisolino venivano aperti i giochi campestri per i ragazzi. Oltre alla corsa con i sacchi era molto richiesta la famosa corsa degli asinelli. La cosa singolare era che non vinceva l’asinello che arrivava primo al traguardo, ma quello che arrivava ultimo. Tutto finiva poi in allegria e divertimento davanti a un buon bicchiere di vino e a un pezzo di formaggio pecorino. La festa finiva appena il sole si nascondeva dietro la Serra ed arrivavano le prime ombre della sera. Un saluto frettoloso a Santa Marina, ai parenti e agli amici e si partiva per il paese o per la masseria con i carretti, gli asinelli, le biciclette e molti a piedi. L’augurio più sincero era quello di ritrovarsi tutti insieme il prossimo anno per la festa di Santa Marina. E così si viveva stentatamente ma almeno in armonia ed amicizia; si lavorava e si crescevano i figli nella pace del Signore.      

L’EREDITA’ DELLO ZIO PRETE

L’EREDITA’ DELLO ZIO PRETE

Una volta al mio paese viveva, in via Roma, nella vecchia casa di sua proprietà, due vani a piano terra e due vani al primo piano, Don Antonio Maritato, un anziano sacerdote che soffriva di cuore.
Era stato ricoverato all’Ospedale di Gallipoli per accertamenti e, dopo una settimana, il cardiologo lo aveva dimesso prescrivendogli assoluto riposo e vita tranquilla, per quanto possibile. Ma Don Antonio non era tipo da star fermo ed appena rientrato a casa riprese la sua attività in Parrocchia e nell’Oratorio, dove seguiva i ragazzi del paese.
Don Antonio viveva da solo nelle stanze del primo piano; le stanze di sotto le aveva affittate ad un certo Pietro, detto “ latamaru ”, perché da giovane raccoglieva il letame sulle strade e lo vendeva ai contadini per concimare i campi. Pietro abitava, con moglie e figli, nella casa di Don Antonio da molti anni ed era servizievole con lui e quando aveva bisogno di aiuto per le faccende di casa o per la chiesa, gli dava volentieri una mano.
Sulla stessa via, a circa cinquanta metri, viveva con le due nipoti nubili, una vecchia zia di Don Antonio, sorella di sua madre, morta pochi anni prima di polmonite. Don Antonio era molto affezionato alla zia Chicchi, che somigliava tanto alla sua povera mamma, ed ogni occasione era buona per andare a trovarla. Spesso si fermava a pranzare con la zia e le cugine, specialmente quando la pia donna voleva confessarsi e ricevere la comunione, perché non usciva mai di casa, neppure per recarsi in chiesa. Le cugine poi, dopo la morte della mamma, provvedevano a tenere pulita la casa di Don Antonio, a lavare e stirare la sua biancheria, e lo aiutavano anche in Parrocchia.
Una notte di novembre, fredda ed umida per la pioggia caduta fino a sera, Don Antonio, non riusciva a dormire: un dolore lancinante gli trafiggeva il petto. Lentamente si levò dal letto e non sopportando più quelle fitte dolorose, si diresse alla porta d’ingresso, l’aprì e con tutte le sue forze gridò: “Aiuto!…Pietro, correte…aiutatemi…sto male” . Dopo qualche secondo cadde a terra privo di sensi e non si mosse più.
Pietro, il “latamaru”, che aveva il sonno leggero, dal piano di sotto sentì gridare nella scala di Don Antonio e lasciò il letto, senza svegliare la moglie, e si lanciò al piano di sopra saltando sui gradini. Quando arrivò al pianerottolo, vide la porta semi aperta ed il corpo di Don Antonio steso a terra immobile, senza alcun segno di vita. Per un attimo rimase allibito, ma poi, il furbacchione, ripresosi dallo spavento, scavalcò con un ghigno diabolico il corpo del sacerdote ed entrò nell’appartamento per cercare fra le carte di Don Antonio e nei cassetti della sua scrivania denaro oppure oggetti di valore. Frugò anche nell’armadio e sotto la biancheria trovò, nascosta in un angolo, una busta sigillata di colore giallo. L’aprì con cura e vide che conteneva, ben piegato, un foglio di carta uso bollo scritto in ogni rigo con calligrafia piccola e molto fitta. Si rese subito conto che si trattava del testamento olografo di Don Antonio e senza curarsi del povero prete, che forse poteva essere ancora salvato, si spostò verso la luce ed incominciò a leggere. Don Antonio lasciava la casa ed i terreni di sua proprietà alla zia Chicchi ed alle cugine che affettuosamente lo servivano ed aiutavano dal giorno in cui venne a mancare la sua cara madre.
Pietro si ricordò che nella vicina contrada “ Casce ” vivevano alcuni parenti stretti di Don Antonio, che attendevano da tempo la sua morte per entrare in possesso dell’eredità del vecchio “zio prete”…così lo chiamavano. Escogitò subito un piano per trarre il massimo vantaggio da quella situazione. S’infilò nella maglia la busta col testamento e senza far rumore rientrò in casa e si coricò, accertandosi che sua moglie non s’era accorta di nulla.


Appena spuntò il sole, Pietro, che era in piedi da un pezzo, si recò di gran corsa, con la sua vecchia bicicletta, alla masseria delle “ Casce ” dove abitavano i parenti di Don Antonio. Alle “Casce” tutti già lavoravano. Le pecore, raggruppate sull’aia, erano pronte per essere condotte al pascolo e nella stalla le mucche muggivano in attesa del fieno fresco. Alcuni contadini lavoravano con la zappa nei campi.
Pietro bussò alla porta di Giovanni, detto il “ massaro ”, e, guardandosi attorno, chiese di entrare in casa per informarlo su questioni riservate, molto importanti per la sua famiglia. Giovanni lo fece accomodare e seguendo i suoi movimenti con una certa diffidenza lo invitò a parlare. Pietro disse che Don Antonio stava male e che da un momento all’altro sarebbe morto. Aggiunse che aveva trovato il testamento olografo dello zio prete ed aveva scoperto che quel vecchio rimbambito, alla sua morte, avrebbe lasciato tutto in eredità alla zia Chicchi ed alle cugine zitelle perché da anni lo servivano amorevolmente. A questo punto Pietro giurò sul bene che voleva ai suoi figli che il testamento era nascosto in luogo sicuro e che non lo avrebbe consegnato agli altri parenti.
Però, in cambio di questo favore, Giovanni doveva concedergli la piena proprietà della casa di Don Antonio. I terreni non lo interessavano, né gli altri beni dello zio prete.
Giovanni, preso alla sprovvista, non poteva credere a quello che aveva sentito e si fece ripetere tutto dall’astuto “ latamaru ” per convincersi bene che forse la fortuna stava per bussare alla sua porta. Dopo avere ascoltato il racconto di Pietro, rimase qualche minuto in silenzio per riflettere su quello che doveva fare e poi con fermezza assicurò Pietro che accettava il patto e che gli avrebbe senz’altro ceduto la piena proprietà della casa di Don Antonio in cambio dell’opportunità che gli stava offrendo di mettere le mani sui vigneti e sugli oliveti dello zio prete. Suggellarono l’accordo con un buon bicchiere di vino e prima di accompagnarlo alla porta Giovanni strinse forte la mano di Pietro con l’intesa che presto avrebbero aggiustato ogni cosa nel loro interesse.
Quella stessa mattina in paese si diffuse rapidamente la notizia che Don Antonio durante la notte era morto d’infarto e che il sacrestano aveva trovato il suo corpo, ormai freddo, sul pavimento di casa vicino alla porta semi aperta.
Fu un grande dispiacere per tutti. Parenti, amici e conoscenti conoscevano bene la bontà d’animo e la totale disponibilità di Don Antonio per la chiesa, i poveri, i malati, gli anziani ed i giovani dell’Oratorio.
Il vescovo volle celebrare personalmente la messa funebre in onore di Don Antonio nella Parrocchia traboccante di fedeli. Ai funerali partecipava tutto il paese. C’era Pietro con la sua famiglia e Giovanni con i suoi. Il lungo corteo formato dalle corone di fiori, dal feretro portato a spalla dai giovani dell’Oratorio, dai parenti e dalla folla interminabile dei partecipanti, si fermò all’ingresso del Cimitero dove la salma di Don Antonio fu benedetta e salutata per l’ultima volta.
Poi, in presenza dei parenti, venne tumulata nella tomba di famiglia.
Passarono gli anni e di Don Antonio e della sua eredità non si parlò più. Anche se i “ malpensanti ” continuavano a discorrere sottovoce della fortuna toccata a Giovanni “ massaru ” con l’eredità dello zio prete e della casa di Don Antonio acquisita da Pietro “ latamaru ”. In piazza e nelle case dei parenti si raccontavano le cose più strane ed impensabili su tutta la vicenda.
Intanto la vecchia zia Chicchi era morta col grande dispiacere di dover lasciare le due nipoti povere e senza casa, dopo tutto quello che avevano fatto per Don Antonio. E la cosa non piacque e creò grande dispiacere quando venne fuori la storia dell’eredità. Meno male che col tempo le vecchie storie si dimenticano, però…Pietro non riusciva a dimenticare il grave torto che aveva fatto al povero Don Antonio. Il rimorso gli rodeva il fegato e la notte gli incubi non lo facevano dormire.
Aveva sempre in mente le grida di Don Antonio nella scala e poi quel corpo immobile steso a terra che forse rantolava e chiedeva aiuto…. era un tormento!
Pietro non volle mai occupare il primo piano della “ sua ” casa, anche se la moglie e i figli insistevano per sistemare le stanze e trasferirsi di sopra che stavano più comodi.
Pietro trovava mille scuse per tenere chiuse quelle stanze maledette. Poi un giorno si sentì male e lo ricoverarono d’urgenza in ospedale. Dopo aver eseguito tutti gli accertamenti, il primario comunicò ai famigliari che per Pietro non c’era più nulla da fare: un tumore gli stava spappolando il fegato senza alcuna possibilità di fermarlo.
Dopo qualche giorno Pietro fu dimesso dall’ospedale e ritornò a casa soffrendo le pene dell’inferno nel suo letto, a piano terra. I dolori erano atroci: a volte urlava, chiedeva aiuto, invocava la morte per mettere fine alle sue sofferenze. Nei rari momenti di calma, fra un sedativo e l’altro, parlava con Don Antonio. Faceva il suo nome e gli chiedeva perdono. Poi una notte, mentre spasimava di dolore, la morte all’improvviso lo ghermì per portarselo via e Pietro esalò l’ultimo respiro stringendo forte le lenzuola del suo letto, a piano terra, con le dita adunche.
Dopo la morte di Pietro la moglie e i figli si trasferirono al piano di sopra, mentre le stanze di sotto furono affittate alla famiglia di un giovane artigiano che da tempo cercava casa. Ma quella famiglia non durò molto nella casa di Pietro perché dopo otto giorni andò via terrorizzata: la notte nella stanza da letto si sentivano rumori strani e poi lamenti provenienti chissà da dove.
Altre due famiglie fecero la stessa esperienza, poi quella casa rimase sfitta e chiusa per lunghi anni. In giro si cominciava a parlare del fantasma di Pietro “ latamaru ” che di notte girava in casa lamentandosi e soffrendo le pene dell’inferno per il torto che aveva fatto al povero Don Antonio.

LA MADONNINA DI CIMA GRAPPA: LA GRANDE MUTILATA

LA MADONNINA DI CIMA GRAPPA: LA GRANDE MUTILATA

Il Bollettino Ufficiale della Diocesi di Nardò, nel numero di novembre del 1954, assegnò il titolo di Santuario della Madonna del Grappa alla chiesa che sorge sulla collina a nord del centro abitato di Tuglie, poi denominata Montegrappa. Il toponimo richiamava e richiama il luoghi della Grande Guerra 1915-1918 perché il Monte Grappa fu il teatro di  cruenti battaglie nel 1918, l’anno della Vittoria.

Montegrappa ha sempre rappresentato un forte legame patriottico di tanti reduci tugliesi della Prima Guerra Mondiale, oltre alla volontà di non dimenticare i compagni caduti in guerra, con un sentimento di devozione nei confronti della Madonna di Monte Grappa, la Grande Mutilata, nutrito da tutti i soldati che combatterono su quei monti fra cui non pochi tugliesi.

Il 14 gennaio 1918, durante un furioso combattimento sulla cima del Grappa venne colpita e resa mutilata da una granata nemica la statua della Madonna che si ergeva sul Sacello edificato sul luogo ove sorge l’attuale Monumento Ossario di Cima Grappa.

Alla fine del secolo XIX, l’Episcopato italiano propose di consacrare a Cristo Redentore le cime delle più alte montagne, per il Veneto fu scelto Monte Grappa e il Patriarca Giuseppe Sarto (divenuto Papa Pio X e poi proclamato Santo) propose che in luogo della croce, come per le altre montagne, venisse elevato sul Grappa un Sacello con la statua della Vergine posta in alto.

La Cappella venne costruita in pietra rossa del Grappa, ma la roccia del monte non si prestava a realizzare anche la statua. Fu Don Salvatore Favero a trovare a Lione una statua della Madonna col Bambino benedicente in ghisa bronzata, vuota all’interno e costituita da tre separati elementi che potevano essere trasportati a dorso di mulo, e l’immagine giunse a Borso dalla Francia nel novembre del 1900 per essere custodita fino a luglio.

Il Sacello e l’immagine della statua vennero benedetti il 4 agosto 1901 dal Patriarca Giuseppe Sarto, salito a dorso di una piccola mula bianca, dopo aver pernottato a circa metà salita in una umile casetta di montanari. Sul Grappa erano presenti circa seimila persone.

Quando la statua il 14 gennaio 1918 rimase mutilata dalla granata nemica che esplose su Cima Grappa, facendola cadere dal Sacello, i soldati italiani presenti la trasportarono nella chiesa di Borso del Grappa e poi a Crespano nella cui chiesa parrocchiale rimase esposta alla venerazione dei soldati e della popolazione.

Conclusa la guerra, la sacra immagine della Madonna Mutilata tanto cara ai combattenti del Grappa, venne ricollocata su Cima Grappa tra i Caduti di ogni bandiera, il 4 agosto 1921. Per tale circostanza il Poeta Renato Simoni scrisse i famosi versi MONTEGRAPPA TU SEI LA MIA PATRIA. Da allora il 4 agosto di ogni anno viene festeggiata la figura della Beata Vergine del Grappa.

Nel 1938 , il dott. CesareVergine, medico-combattente e poi sindaco di Tuglie, raccolse intorno a sé i vecchi compagni d’arme, le vedove di guerra e le madri dei caduti, per costruire sulla collina che si eleva a nord di Tuglie, una chiesetta in onore della Madonna del Grappa, la Grande Mutilata. Vicino alla chiesetta fece erigere il Sacrario ai Caduti nella Grande Guerra tra il verde dei pini del Parco delle Rimembranze. L’iniziativa si rivelò geniale perché in quella zona incolta e abbandonata incominciarono a sorgere villette, strade,viali alberati e parchi che d’estate accolgono numerosi residenti e turisti.

E questa è un’altra storia … quella di Montegrappa.

VISITA AI FERITI IN OSPEDALE

VISITA AI FERITI IN OSPEDALE

E’ sempre stato un grave e difficile compito confortare i malati e i feriti, tenere allegra la gente in ospedale durante il tempo di guerra. Era l’inverno del 1917. Decisi di andare a visitare un grande ospedale militare della mia città. Dopo qualche giorno mi presentai con le referenze del mio giornale un po’ imbarazzato. Chi non ha mai avuto a che fare con un’arma qualsiasi, eccolo di punto in bianco creato soldato. Chi ha sempre cercato la quiete, la calma, eccolo inviato in mezzo a fucilate, a cannonate, a menare botte da orbo.

La Direttrice mi accolse con cortesia, insieme con i visitatori e i parenti dei ricoverati che giungevano da lontano. L’ospedale, scuola d’infermiere, era stato creato e veniva mantenuto da lei ed era felice quando poteva far fare un giro per le sale e i corridoi dell’ospedale facendo rimanere tutti sorpresi ed ammirati per la sua bellezza, ordine e scrupolosa pulizia. Sale d’infermeria ampie, piene di luce, di sole, di fiori; sale e salette di ricevimento e di lettura, sale per medicazioni, per operazioni; per radioscopia, per analisi … tutto perfetto come deve essere un grande ospedale, ma con di più un tono di casa, di villa, che toglie l’idea dell’ospedale e dà al malato l’illusione di essere a casa, circondato dalle cure dei suoi cari, perché lì, dalle capo sala alle bianche infermiere, è una gara di bontà e di cure amorose per i soldati ospitati.

Questi soldati feriti e malati erano buoni, rispettosi e pazienti; non si potevano dire mai figli dei campi e delle officine; erano perfettamente educati e coscienti; soprattutto sereni per avere compiuto il loro dovere. Nell’ospedale erano presenti una ventina di donne con una settantina di soldati, e nessuno si era mai lamentato del più piccolo incidente, di una minima infrazione alla disciplina, all’educazione. Non si sapeva dove questa gente rozza fino a ieri … popolo, avesse trovata tanta educazione. Non uno sgarbo, non una parola scorretta, non una lagnanza … mai. Chi direbbe che quelli erano gli stessi soldati che ieri si lanciavano a testa bassa, urlanti, nelle trincee nemiche per scovarvi, in un grido d’odio, il nemico? Erano dei ragazzi che soffrivano senza un lamento, ma che appena il male era cessato non avevano altro desiderio che quello di divertirsi, di giocare, di ridere. A letto ce n’erano pochi; fortunatamente le ferite erano leggere: alle braccia, alle gambe, e appena lo potevano, si alzavano e andavano all’aperto a mettersi sulle sedie a sdraio nella veranda o nel giardino. Ed eccoli intenti al gioco della tombola; oppure si raccoglievano attorno al fonografo  e senza farsi pregare ecco il fonografo che incominciava a cantare, canzoni napoletane naturalmente. I soldati ascoltavano estatici, qualcuno si commuoveva. Talvolta s’iniziavano discussioni vivaci anche per il fonografo. La discussione veniva interrotta dall’arrivo di una infermiera che portava una buona notizia: Ragazzi! Andiamo! Questa sera c’è il cinematografo! Sicuro! Perché c’era anche un piccolo cinematografo nell’ospedale che funzionava gratuitamente per tutti coloro che avevano lo scontrino guadagnato al fronte a prezzo di qualche ferita.  Un altro dei passatempi preferiti era la lettura fatta dal “confortatore”. Un successo vivissimo l’aveva ottenuto Pinocchio. Che risate! E alla fine i soldati era ancora in sala che scherzavano, che ridevano, attendevano qualcosa …

E questi ragazzi che si divertivano con Pinocchio, che giocavano  due caramelle a tombola, che si commuovevano  con le canzoni del fonografo, erano gli stessi che ieri sul Carso, a Plava, a Monte Nero, sull’Isonzo, avevano compiuto prodigi di forza, di ardimento di valore. Gli stessi che si erano buscate delle pallottole nelle braccia, nelle gambe, nelle costole, gli stessi che, forti e sereni, preparavano i destini dell’Italia. Della guerra, delle loro giornate di ansie e pericoli, delle loro ferite … poco ne parlavano. Dicevano qualcosa, se erano interrogati, ma così, semplicemente, senza abbondanza di parole, né di particolari, come se parlassero d’imprese d’altri. 

Uno di questi ragazzi mi aveva raccontato  di essere stato ferito con tre pallottole, una dopo l’altra, quasi scusandosi se, alla terza ferita, si era dovuto fermare nell’assalto. “Sono andato avanti – diceva –  finché ho potuto; ho sopportato il primo colpo alla spalla, la seconda ferita al braccio poi, alla terza pallottola alla gamba, mi sono fermato; mi creda, non si può assolutamente camminare con una pallottola nella gamba , altrimenti, le giuro che non mi sarei fermato!”.  Eroi! Eroi semplici e buoni! C’era un calabrese che parlava un lingua incomprensibile, ma si aiutava con la mimica del volto e delle mani che riusciva a farsi egualmente comprendere. Era un ragazzo svelto, intelligente, aveva fatto sino a ieri il pastore sui monti della sua Calabria da dove l’avevano chiamato alle armi e mandato sulle Alpi. Aveva combattuto da valoroso ed ora era lì, sereno, con tre ferite, ma per nulla sorpreso di quanto gli era accaduto. Non sapeva né scrivere, né leggere, perciò si faceva scrivere le lettere alla moglie, perché aveva moglie, un figlio e vent’anni, da un compagno o dalle infermiere e poi, per essere ben sicuro che avevano scritto quello che voleva lui, andava da qualcun altro a farsi rileggere la lettera dettata. Guai se ad un compagno arrivavano dolci o sigarette! Gli si avvicinava tutto premuroso e cominciava a tenere un lungo discorso nel quale parlava di mille cose insignificanti fino a che, in ultimo, come chiusa, chiedeva il favore di una pasta o di una sigaretta. L’altro giorno un ferito aveva delle paste, il calabrese fece il suo solito monologo, l’altro capì … il latino.  – Prendine, prendine, disse accennando alle paste. – Quante? Fece il calabrese. – Ecco … allora … bastano otto?  Un siciliano, un bel ragazzo bruno, forte, con una scheggia di shrapnel nel braccio, si  fermò e mi chiese: “ Scusa … tu sei professore? “ – “Sono giornalista …” –  risposi. – “ E allora … sai leggere?” – “ Oh Dio! Ecco … faccio quello che posso …” – “ E allora leggimi questa lettera di mio fratello”. Ed io gli lessi la lettera di suo fratello contadino e la trovai così interessante che gli chiesi se potevo ricopiarla.    “ Caro fratello carissimo. Sappiamo che stai meglio e siamo contenti, bravo che hai fatto il tuo dovere, ricordati che quando tornerai al fronte ammazza più austriaci che puoi ma lasciamene qualcuno anche a me che presto mi chiameranno soldato e voglio tirare il collo a molti austriaci. Ringrazia le infermiere buone che ti curano e ti abbraccio. Tuo fratello”. – Vede, riprese il sodato, non sono ancora guarito e mi dicono già di tornare a combattere. – E mi lasciò crollando il capo come per dire: “ Benedetta gente, non sono mai contenti!”.

L’altro giorno ho assistito ad una severa punizione di un soldato. La mancanza era gravissima. Aveva dato dello stupido ad un compagno, il quale sosteneva che lui, l’insultatore, non aveva mai visto dei pesci-cani vivi. Il maresciallo,  che nell’ospedale rappresentava l’autorità militare, e che si trovava presente, lo ammonì con piglio severo: “ Questa sera i tuoi compagni avranno la caramella e tu rimarrai senza!”. E il soldato mogio, mogio si ritirò con le lacrime agli occhi. “Quello – mi disse il maresciallo – è un alpino che da solo tenne testa ad una pattuglia di tre austriaci e due ne uccise!”. Una cosa, ogni tanto, rannuvolava il viso di quei ragazzi. Il pensiero della famiglia lontana, il desiderio di libertà, di tornare al loro lavoro, ai loro campi, ai loro monti. E spesso cercavano, con lo sguardo, al di là dei cancelli, al di sopra del muricciolo dell’ospedale, la campagna infinita, e cercavano laggiù, lontano lontano, quasi si potesse scorgere il loro paese, la loro casa.

Ogni treno che passava, la ferrovia era vicina all’ospedale, lo seguivano con gli occhi: “Ah! Se ci fossi anch’io là sopra! “. E non lo perdevano di vista fino a che, del treno, non rimaneva che uno sbuffo di fumo che si perdeva fra le nuvole.  “Crede, mi domandavano spesso i feriti, che ci manderanno a casa in convalescenza? ”. Di tornare al fronte, mi diceva un bersagliere, non me ne importa, anzi ci vado volentieri, ma prima vorrei dare una capatina a casa ! ”. E quei ragazzi non lo confessavano, ma in fondo a questo loro desiderio, c’era un po’ d’orgoglio. Quello di tornare al paese feriti, di presentarsi alla mamma, alla moglie, alla fidanzata, con la loro vecchia, lacera uniforme gloriosa! I più conservavano gelosamente i proiettili che li ferirono e non li cederebbero per tutto l’oro del mondo, come non cambierebbero la divisa che avevano al campo, strappata, sbiadita, logora, con un’altra nuova fiammante. “ Ci costa troppo caro questo vestito per cederlo! “ dicevano. E guai a parlar loro di rammendare i buchi fatti dai proiettili! Ed è per questo che i soldati degenti all’ospedale per malattia, per fratture o lesioni non causate direttamente dai proiettili nemici, si sentivano un po’ inferiori ai compagni che avevano avuta la fortuna di buscarsi qualche pallottola austriaca!

Spesso accadeva che domandando : “ Dove sei stato ferito? “, si vedeva rabbuiarsi un volto e ci sentiva rispondere con un tono un po’ brusco: “ Ma che ferito! Mi sono buscato un calcio da un cavallo … e fosse stato almeno un cavallo austriaco! Ma che, era italiano!”. Un altro rispose: “ Io? Io mi sono presa una bronchite facendo la sentinella, a duemila metri, con quel freddo! E mi dispiace. Fare la guerra con gli austriaci va benone, ma col freddo!”. Tutti poi non  avevano che un rimpianto, quello che la guerra non si svolgeva … in pianura! Ed io mi ero fatto amico di questi bravi ragazzi ed essi mi dimostravano gratitudine per quel poco di compagnia che facevo loro e mi ringraziavano.

Ed alla sera, sul crepuscolo, quando uscivo dall’ospedale, avevo il cuore gonfio di commozione e di gioia. L’oscurità avvolgeva l’edificio. In alto, sui tetti, ancora illuminati dall’ultimo raggio di sole, sventolavano il tricolore e la bandiera bianca crociata di rosso. Unite insieme, frusciando al vento, vegliavano sui fanti  feriti combattendo per la Patria.

I TRAGICI FATTI DEL PIROSCAFO TRIPOLI AFFONDATO NEL 1918 A GOLFO ARANCI

I TRAGICI FATTI DEL PIROSCAFO TRIPOLI AFFONDATO NEL 1918 A GOLFO ARANCI

Nella notte tra il 17 e il 18 marzo 1918, a poca distanza da Capo Figari nel mare di Sardegna, il sommergibile tedesco UB49, al comando del Capitano Hans von Mellenthin, affondò il piroscafo Tripoli che faceva servizio postale tra Golfo Aranci (Olbia) e Civitavecchia. In quel tragico evento morirono oltre trecento persone tra equipaggio, militari e civili. Molti dei militari appartenevano alla Brigata Sassari e alla Marina Militare. Da allora un indescrivibile silenzio calò su quello che a suo tempo fu definito “il più grande disastro della navigazione commerciale in Sardegna, ed il più drammatico episodio della Prima Guerra Mondiale che abbia coinvolto l’isola”.

Bisogna ricordare che cinque mesi prima, esattamente il 13 ottobre 1917 alle ore 5,23 a 6 miglia da Tavolara, il Tripoli aveva subito il primo attacco dal sottomarino tedesco UC35 al comando del Tenente Hans Paul Korsch. Un primo siluro passò sotto la chiglia del piroscafo postale, un secondo lo sfiorò di lato. Le vedette diedero l’allarme, la nave cominciò a zigzagare ma il sottomarino proseguì l’attacco con il cannone. Un proiettile raggiunse la fiancata poco sopra la linea di galleggiamento. Furono uccisi il Capitano Luigi Curti e il Vice-Brigadiere Giovanni Piras della Legione Carabinieri di Cagliari. Si ebbero 17 feriti. L’U-Boot nemico si era intanto spostato sulla destra del piroscafo per lanciare un altro siluro, ma il cannone da 65 del Tripoli iniziò a sparare in rapida successione 18 colpi, il sottomarino non effettuò altri lanci; si allontanò subito in immersione, ad una distanza di appena cento metri. Il Comandante del Tripoli Giuseppe Paturzo, gli artiglieri e il marinaio di vedetta Pietro Miditi assolsero efficacemente il loro compito. Sulla nave che filava a tutto vapore verso Golfo Aranci regnava però confusione e spavento. La tomba del Capitano dei Carabinieri Luigi Curti si trova nel vecchio cimitero di Olbia. Nella lapide si legge: “Capitano dei RR.CC. – deceduto a bordo della R. N. Tripoli – cannoneggiata dal nemico il 13 ottobre 1917 ”.

Da documenti ufficiali risulta che ben 84 militari si imbarcarono sul Tripoli all’ultimo momento, per cui non esiste alcuna traccia dei loro nomi. Poi vi è la data dell’affondamento che coincide con almeno altre due navi affondate da sottomarini nemici negli stessi giorni (Prometeo e Linz). Il numero più preciso della tragedia del Tripoli è di 288 morti, tratto dall’elenco del libro pubblicato dal dott. Enrico Alessandro Valsecchi intitolato: “L’affondamento del Tripoli”, Fratelli Frilli Editori, 2004, dove sono elencati la maggior parte (ma non tutti) dei nomi delle vittime del tragico evento. Il Regio Commissario di Pubblica Sicurezza di Golfo Aranci trasmise al Prefetto di Sassari la notizia ufficiale di quanto era accaduto al piroscafo postale Tripoli.

Alle ore 07 di mattina del 18 marzo 1918 giunse, come al solito, in porto, il piroscafo postale Bengasi, proveniente da Civitavecchia, informando che alle ore 5 alla distanza di circa 18 miglia da Capo Figari erano stati lanciati contro la nave da un sottomarino nemico due siluri a venti minuti l’uno dall’altro, entrambi da poppa a prua, senza alcun risultato. Il postale sparò 12 colpi di cannone nella direzione da dove provenivano i siluri e poi si diresse a tutta velocità verso lo scalo. Dopo circa un’ora dall’arrivo del postale entrò nel porto l’incrociatore ausiliario Principessa Mafalda, adibito a nave scorta, con a bordo 35 persone, quasi tutte appartenenti all’equipaggio del Tripoli, che raccontarono quanto era accaduto in mare alla loro nave. Alle ore 22,30 del 17 marzo  il postale Tripoli era stato colpito, a circa 20 miglia da Capo Figari, da un siluro nella sezione delle macchine, e dopo circa 4 ore colò a picco. Si seppe che molti passeggeri erano stati salvati e si trovavano alla Maddalena, tra i quali il comandante Giuseppe Paturzo.  Dal registro dell’agenzia risultava che i partenti la sera del 17 marzo 1918 erano 376, però salirono a bordo, all’ultimo momento, un numero di militari maggiore rispetto a quello registrato, imbarcati abusivamente eludendo la sorveglianza del personale addetto all’imbarco, per cui si ritenne che il numero dei passeggeri imbarcati sul Tripoli fosse superiore ai 400 (si disse 460 compresi i membri dell’equipaggio).

Nella fatidica notte, il Tripoli intraprese la sua corsa verso gli abissi, accompagnato dalla nave armata Principessa Mafalda. Dopo due ore l’incrociatore di scorta invertì la rotta per rientrare alla base di La Maddalena. Mentre proseguiva la sua navigazione verso Civitavecchia, il Tripoli fu squarciato da un siluro che penetrò nel cuore della nave. Si udì un’esplosione e il piroscafo rimase al buio perché erano saltati i generatori di corrente. Da quel momento non si capì più niente, la nave incominciò ad inclinarsi su un lato e il mare diventò grosso. La maggior parte dei passeggeri si precipitò sul ponte alla disperata ricerca di una barca o di una zattera per mettersi in salvo. Una parte delle scialuppe era stata distrutta dall’esplosione del siluro, altre si erano sfasciate mentre venivano calate in mare. L’esplosione aveva danneggiato anche la radio di bordo. Per fortuna il marconista riuscì a ripararla e lanciare il primo S.O.S. in cerca di aiuto. Quando giunsero i segnali di allarme, la Principessa Mafalda partì di nuovo per recuperare i naufraghi.  Ormai il Tripoli era scomparso tra i flutti del mare. I superstiti furono circa 150 e quando giunsero a Golfo Aranci vennero curati e rifocillati. Nel porto furono anche composte le salme che i soccorritori avevano strappato al mare. Ebbe inizio la lunga e straziante opera di riconoscimento da parte dei parenti delle vittime. Il postale Tripoli rimase laggiù, negli abissi marini, a circa mille metri sotto il livello del mare, adagiato sul fondale sabbioso del Tirreno, a 20 miglia a est di Olbia. Due uomini si distinsero in maniera particolare nella terribile notte dell’affondamento. Furono il Radiotelegrafista della Marina Mercantile Carlo Garzia e il Vice-Brigadiere dei Reali Carabinieri Angelino Anedda, che sacrificarono le loro proprie vite cercando di salvare quelle degli altri e per questo furono decorati della Medaglia d’Argento al Valor Militare, alla memoria, con le seguenti motivazioni: “Carlo Garzia, di fronte al nemico e al pericolo, dava mirabile prova di sangue freddo, tenacia e cosciente abnegazione, rimanendo fino all’ultimo al proprio posto per lanciare segnali di soccorso che permisero ad altre navi di accorrere al salvamento dei naufraghi della propria nave irremissibilmente perduta. Scompariva con la sua nave, dando generosamente la vita nel compimento del proprio dovere. Paraggi di Capo Figari, 17 marzo 1918”. Allo stesso modo, il Vice-Brigadiere Anedda, “… di notte, in servizio di tradotta sul Piroscafo Tripoli, nonostante che la nave silurata dal nemico fosse in procinto di affondare, rimase in coperta ad incuorare e aiutare tutti quelli che, per la depressione dello spirito, non erano capaci di alcuna risoluzione. Viste in una zattera slegata sulla tolda due donne seminude che, quasi assiderate, imploravano soccorso, offrì la propria giubba ad una di esse, conscio del pericolo, scese nelle sottostanti cabine in cerca d’indumenti per l’altra, trovandovi la morte con la nave che si inabissava. Mirabile esempio di abnegazione, di filantropia e di non comune sangue freddo. Acque del Tirreno, 18 marzo 1918”.

Dopo quasi cento anni dalla data del suo affondamento, il cacciamine Vieste della Marina Militare Italiana, ha ritrovato e localizzato il relitto del piroscafo Tripoli affondato verso la fine della Grande Guerra da un sottomarino tedesco. Il relitto è stato ritrovato in collaborazione con le Forze Armate grazie al Progetto di Commemorazione della Prima Guerra Mondiale. Il cacciamine Vieste, della classe Lerici, è stato ristrutturato e attrezzato con sofisticati sistemi di ultima generazione che rendono possibile l’attività di ricerca ad alte profondità. Così tra il 29 e 30 ottobre 2014 è stato possibile esplorare palmo a palmo un’area di circa 4 miglia quadrate al largo del golfo di Olbia, con un ottimo livello di definizione. La Marina Militare, attraverso l’impiego dei cacciamine appositamente attrezzati, consente di determinare la presenza sul fondale marino di mine, di relitti navali ed altri oggetti di diversa natura per garantire la sicurezza della navigazione nei nostri mari

NONNO PEPPINO

NONNO PEPPINO

Nonno Peppino ci convocava affettuosamente nei giorni d’autunno, nella sua casa linda e profumata di cose buone nella corte più vicina alla piazza.

La fragranza del pane fresco appena riportato in casa sulle assi di legno in spalla dal forno poco distante, il profumo dell’olio nei recipienti di rame che i “trappitari” avevano portato dal frantoio, si spandevano in casa. Sul tavolo, uno scatolone enorme con lo spago ancora intatto. “E’ arrivato il pacco dall’America. Gli zii continuano a pensarci. Voglio che siate voi ad aprirlo”, diceva a me e a mio fratello.

Il nonno, in America, c’era stato in due periodi. Aveva lavorato duro e con dignità nelle viscere delle miniere di carbone. E se n’era riportato i segni. E quando era là, oltre l’Oceano gli avevano spedito la foto della nonna. “Guardala, sarà la tua sposa quando tornerai a Tuglie”. Alla nonna  avevano fatto vedere la foto del nonno. “Peppino è una gran brava persona. Quando tornerà dall’America lo sposerai”. E lei aveva annuito “Mi pare che sia anche un bell’uomo. Vedremo”.

Si sposarono. E il nonno, poco dopo, ripartì ancora in America. Ancora sotto le miniere. Si ritrovarono come una coppia esemplare per i figli e per noi nipoti.

A tutti il nonno trasmetteva i valori più grandi con il suo esempio, con la coerenza dei comportamenti, coniugando, come solo certi uomini sanno fare, affetto e severità.Con le rimesse americane era riuscito a comprare due ampi terreni, vigneti di prima classe, dai quali faceva il vino buono, e quello speciale che offriva alla chiesa, e olivi secolari, lungo la strada che porta ad Alezio.

Suo fratello, invece, era rimasto in America per sempre. La nonna mi raccontava che, amareggiato da una delusione amorosa, aveva tracciato il segno della croce sulla soglia di casa, il giorno della partenza. “A Tuglie giuro di non tornarci più”.

Il suo rapporto con i familiari restò, però, ugualmente intenso, anche se legato essenzialmente alle lettere che inviava a Tuglie, con qualche dollaro nella busta, scritte quasi sempre dalla zia, con la quale si era sposato a Pittsburgh, e nei grandi pacchi che il nonno riceveva almeno due volte l’anno: così io scoprii le scarpe americane, quelle con il bordo largo, i grandi maglioni, gli abiti per la mamma, una pelliccia, una splendida bambola: scoprivamo l’America anche noi attraverso gli oggetti che grazie agli zii ci ritrovavamo fra le mani con una emozione ed una felicità che si rinnovavano sempre.

Quelle esperienze, quelle emozioni, quegli insegnamenti continuo a portarmeli dentro, perché fanno parte di me, perché hanno “orientato” la mia vita, perché sono le mie radici.

Ma anche quella storia, quelle storie costituiscono le radici della nostra comunità.

Nostro compito è quello di indagare le nostre storie, quelle dei nostri nonni per scoprire da dove veniamo, per capire il senso profondo del mutamento sociale, i risvolti socio-economici che il fenomeno emigrazione ha avuto nel paese, per ricostruire l’identità degli uomini e della gente del Sud, degli uomini e delle donne del nostro paese, di Tuglie.

La ricerca sulle vie dell’emigrazione è molto importante, un impegno profondo per approfondire la storia di questo fenomeno mondiale, dedicandosi principalmente a due fasi, quella americana e quella europea.