ECHI DELLA GRANDE GUERRA

ECHI DELLA GRANDE GUERRA

In pattuglia a Borgo Valsugana

 

Borgo Valsugana è un centro molto importante della Valle del Trentino sud orientale dove scorre il fiume Brenta. Nel 1915, allo scoppio della Grande Guerra, la Valsugana si trovò sulla linea del fronte. Per vari mesi quella zona fu terra di nessuno. Nel 1916 gli abitanti furono costretti a sfollare in parte verso l’Austria in parte verso l’Italia. L’intera zona fu sottoposta a furiosi bombardamenti che provocarono la distruzione del paese. Alla fine della guerra Borgo venne annesso all’Italia assieme al resto del Trentino, all’Alto Adige e all’Ampezzano.

 

S’era ai tempi che Borgo, paese della Valsugana, nel trentino, dormiva fra due trincee sonni agitati e tormentati dall’incubo. La notte le pattuglie austriache e italiane vi si scontravano talvolta, per le strade, e gli abitanti, svegliati all’improvviso dal crepitio delle fucilate o dai tonfi sordi delle bombe a mano, correvano a sbarrare più fortemente porte e finestre, poi si ricacciavano sotto le coltri tirandole ben sulle orecchie per non sentire, per ignorare. Era bene per loro ignorare tutto. In quell’estate del millenovecentosedici era prudente non sapere nulla, non mettere mai il naso fuori di casa e uscire soltanto per comprare qualcosa e sbrigare le faccende più urgenti. 

Molti soldati in quella guerra avevano vissuto anni in trincea, erano stati decine di volte sotto i bombardamenti, avevano sentito passarsi sulla faccia l’alito caldo della morte violenta, rapida, vertiginosa. Ma i più sapevano che il combattimento o l’attesa del combattimento, mentre esplodevano le granate, non facevano una impressione così paurosa e strana come il cadere dei proiettili in una città nella quale si aggiravano ancora borghesi, ombre cioè di vita e di pace.

Per i soldati, nomadi del ventesimo secolo, la città era il focolare di tutti, il riposo, il letto soffice, la donna che aspetta, il bimbo che sorride, le vetrine luccicanti, il ristorante con le tovaglie pulite, il caffè con i tavoli di marmo, i tram, le automobili, le vetture o i carri. Certo era bello tutto questo, un ricordo che sonnecchiava un po’ a tutti nel cuore! E quella città dava loro, anche nel moto della vita quotidiana, un senso di pace, di riposo. E la guerra in città sembrò, quando venne, una profanazione orrida, spaventosa.

Quando in trincea i soldati sentivano arrivare il terremoto, stringevano un po’ i denti e si preparavano a giocare a rimpiattino con le granate. Se non era necessaria la loro presenza fuori, si mettevano in un ricovero o in un angolo morto. Se bisognava andare fuori si andava con il passo svelto e si diceva mentalmente: speriamo che non tocchi a me! Se si doveva attraversare una lunga zona battuta, con le truppe mandate all’attacco, ci si raccomandava l’anima a Dio o alla fortuna, e si andava avanti, sotto la spinta del dovere, un po’ inconsci e un po’ abbrutiti, fatti insensibili dalla fatica, dal persistere del rombo, dalla furia del combattimento che travolgeva anche i pensieri e che, certe volte, nel suo uragano uccideva anche l’istinto di conservazione. Lassù, per i soldati, la guerra era a casa sua.

C’è tanto posto per ammazzarsi. Perché proprio in città? La città è l’ultimo baluardo della convivenza sociale, è il simbolo di infinite cose. La guerra del cannone, del rombo, del crollo, delle macerie, distrugge le città, le fa scomparire e restano le rovine. E un giorno sulle rovine arate dalla guerra, prima di rifiorire il pesco il mandorlo il ciliegio, sarà il deserto. E sul deserto passerà l’uomo solo.

I soldati scendevano dal monte Asolone dopo due mesi di battaglie. Due mesi sembravano tanti. Un battaglione, una brigata restavano a volte in linea anche tre mesi senza requie senza un solo momento di pausa. I bombardamenti si succedevano ai bombardamenti, gli attacchi ai contrattacchi, le pattuglie alle pattuglie, i colpi di mano ai colpi di mano. La vita camminava sempre sul filo del rasoio e la morte di sotto invitava sghignazzando.

Il povero Antonio scendeva dall’Asolone con i suoi commilitoni, aveva la febbre. Gli erano morti attorno gli amici più cari, aveva pianto per il terrore che con loro morisse la patria, la sola cosa che gli era rimasta a trentatré anni, l’età di Cristo. Dall’Asolone scendeva a Bassano e credeva di trovare nella città il riposo e la pace. Aveva bisogno di quiete. Aveva la febbre.

La popolazione s’era diradata. Già il giorno prima erano cadute alcune granate e la notte erano passati gli aeroplani austriaci. Tre case erano squarciate. Gli abitanti se le mostravano con orrore, sostavano muti davanti alla grande voragine che aveva inghiottito i piani i tetti e i mobili. Poi proseguivano a capo chino pensosi. Alcuni passavano in fretta senza guardare senza voltarsi come se il luogo fosse maledetto. In quelle povere case s’era vissuto, c’era stata la commedia e la tragedia di tutti i giorni, la verità e la menzogna, il riso e il pianto. Sul selciato c’erano mattoni rotti spaccati polverizzati e vetri infranti che luccicavano al sole freddi taglienti maligni.

Antonio camminava come trasognato. Aveva nelle narici uno strano odore di ospedale, le ossa indolenzite, il pensiero pesante torpido. A lui, in fondo, di quella rovina importava poco. Aveva visto ben altre rovine ormai. Ci aveva fatto il callo. E poi era abbrutito, il pensiero gli faceva male. Mentre scendeva si godeva il sole. Gli pareva strano dopo due mesi di rombi di non sentire più il cannone, di poter camminare senza che tutti i suoi nervi aspettassero l’arrivo di un proiettile e lo scoppio di una granata. Gli pareva strano. A un tratto sentì passare sulla cittadina l’urlo acuto di una sirena. Trasalì. Non poteva credere a sé stesso. Come, anche qui?, domandò l’anima. E rispose uno scoppio secco fragoroso. Era il cannone austriaco, il suo vecchio amico dell’Asolone. Antonio impallidì. Ed era tanto che il cannone non gli faceva né caldo né freddo. Ma capì subito che il cannone di lassù, sui monti, non era il cannone di Bassano.

Era in una piazza popolosa. Donne e uomini chiacchieravano prima che sparasse il cannone. E parve a un tratto che un vento di follia passasse su quella povera gente, che una folata fredda di orrore s’abbattesse sulle case. Una fuga rapida di donne piangenti, un fuggi fuggi improvviso di uomini spaventati e fu intorno ad Antonio il deserto. E l’ululo della sirena tagliò ancora l’aria. Gli scoppi seguivano gli scoppi a intervalli regolari precisi con la metodica perfidia dei bombardamenti austriaci. Antonio si addossò a un muro e rimase solo, così, perplesso, senza pensiero, ma in preda a uno sgomento vago, a un malessere indefinito.

Gli austriaci bombardavano la città… perché? Che cosa aveva fatto la città? Combatteva essa forse? Antonio aveva ancora negli occhi la faccia spaurita di una donna nel buio di un androne, negli orecchi il piagnucolio di un bimbo. La morte passava sulle case. A ogni scoppio a ogni fracasso di vetri infranti ad Antonio sembrava di sentire un urlo. I soldati non urlavano quasi mai. Feriti si abbattevano con una bestemmia, con una smorfia, se perdevano troppo sangue perdevano i sensi. Stringevano i denti, ma non urlavano. Gli inermi urlavano. I soldati sapevano quale era il loro destino. Dicevano sempre: oggi o domani… qualcuno per troppa fatica diceva meglio oggi che domani. Ma i non combattenti? E’ povera gente sorpresa sulle strade della vita d’un paese, quasi senza agguato, dalla morte. E non capisce, non si spiega, non sa. Si trova piagata stracciata annichilita d’urto, senza attesa, senza meditazione, senza preghiera, senza rassegnazione. E allora urla…

Il piccolo paese viveva quella vita da mesi. Le trincee austriache erano trecento metri a occidente, quelle italiane un chilometro a oriente. Il cannone austriaco vomitava fuoco da occidente, quello italiano da oriente. Morte da due lati e silenzio perché non c’erano padroni non c’era autorità e nessuno sapeva se si sarebbero decisi prima gli italiani o gli austriaci a prendere possesso delle case sbocconcellate, a scavare trincee nelle strade, a porre un comando nella cantina. Nella povera gente l’attaccamento al poco che posseggono sembra quasi più forte che non l’attaccamento alla vita. Rimangono nella loro casa anche sotto i bombardamenti e se il cannone gliela distrugge si aggirano attorno alle rovine come cani scacciati dal padrone a pedate.

Sta di fatto che Antonio una notte dovette tornare a casa sua. Era un tipo di montanaro magro ossuto biondo, con grandi occhi turchini e una calvizie precoce completa. Quando si toglieva il cappello mutava fisionomia e sembrava un altro. Antonio rideva sempre. Rideva cantava e beveva. Non era mai triste. Portava all’attacco il suo plotone raccontando barzellette una dietro l’altra. Quando dopo quattro settimane di fatiche spaventose e di combattimenti lo portarono via da una trincea con una febbre di esaurimento che pareva dovesse morire, raccontava ancora barzellette nel delirio. Un giorno Antonio ricevette l’ordine di andare a casa sua.

Il comandante di battaglione, in Valsugana, mandò a chiamare un ufficiale che avesse conoscenza dei luoghi, fegato sano, e tutte le altre qualità necessarie per compiere incarichi di fiducia nei quali si richiedeva audacia e prudenza nel tempo stesso.

Fu quel colonnello a chiamare Antonio nel suo ufficio, in Caserma.

– Mi hanno detto che lei è di Borgo in Valsugana.

– Si, signor colonnello, sono nato a Borgo.

– Allora, lei, stanotte torna a casa sua.

Quel pensiero gli stringeva il collo: era il capestro. Eppure andò. Egli sapeva che i suoi non erano più nel paese, che la sua casa vuota era stata colpita, che sarebbe andato di notte e non avrebbe rivisto nessuna faccia nota. Tornare è il verbo più bello e più triste d’ogni umano linguaggio. Tornare vuol dire rivivere, riamare. E a lui, che tornava nella sua bella valle, in un paese sospeso tra due patrie, dopo mesi di guerra e di sventura dovevano certo piovere sul cuore infinite lacrime del “non c’è più”. 

Partì dal “Casermone” ch’era il tramonto. La conca era rossa di sangue e azzurra come il mare. I giardini e i frutteti delle colline emanavano profumi da far perdere la testa. Il sole andava a cacciarsi giù tra le catene dentate dei monti bianchi di neve. Dopo tanta strada, finalmente vide il suo paese: Borgo si trovava rannicchiato, accucciato, silenzioso, tra i monti.

Antonio aveva disposto i suoi uomini in ordine di pattugliamento: punta, fiancheggiatori, grosso del plotone. Passò il monte Maso, tenne a sinistra per trovare la riva del fiume Brenta, si cacciò tra i vigneti. Verso Trento le montagne parevano galoppate dalle nuvole blu sotto pennellate di zafferano e di rubino. Il Brenta scorreva tranquillo riflettendo le ultime luci del tramonto. Si vedevano lontano lumini di baraccamenti che palpitavano. A un tratto il tenente perse un fiancheggiatore. Ci fu, nella piccola truppa, un rimescolio. Si fermarono, si strinsero, si contarono. Cercarono il disperso. Con il fucile impugnato, l’indice sul grilletto, gli alpini avanzavano cauti, rovistavano i cespugli. Finalmente Antonio lo trovò. Era sotto una pianta d’uva che mangiava tranquillamente:

– M’ero fermato, sior tenente, a mangiare un po’ d’uva. Era così bella!

– Animale! Non vedi che non è ancora matura? E poi non è grappa…

E ripresero la strada, rimettendosi in ordine. Dovettero fermarsi più volte a causa dei piccoli incidenti che capitano alle pattuglie. La pattuglia è una caccia all’uomo nella quale il successo si ottiene con la prudenza. Cacciati fra due linee sono soggetti a tutte le imboscate. Se sono essi i primi a scoprire il nemico ne hanno quasi sempre ragione, se sono invece scoperti loro sono quasi sempre irrimediabilmente perduti. Anche quella notte una pernice parve un austriaco, una lepre mise in allarme tutta la pattuglia. Eppure a passo, a passo, con infinite giravolte e allungamenti, seguendo i fossi e i filari d’alberi, sempre al coperto, a mezzanotte, arrivarono al paese.

Antonio era a casa sua. Le strade erano deserte. Gli abitanti dormivano d’un sonno pesante simile alla morte. Ma gli alpini dovevano scivolare sulle strade senza rumore sui selciati. E con i loro scarponi chiodati non era facile. Il Colonnello aveva dato ad Antonio un compito ingrato. Si trattava di rovistare il paese da cima a fondo, di accertarsi bene che gli austriaci non vi fossero nascosti; d’andare anche oltre la cittadina, vedere se dalla prima trincea austriaca alle prime case ci fossero camminamenti; parlare anche, se era possibile, con qualche abitante rimasto tra le case per completare le osservazioni, dovevano rendersi conto di tutto. E nella notte gli alpini procedevano nell’ombra della luna, incollandosi ai muri.

Antonio arrivò a una villetta bianca, e si fermò. Disse agli uomini: ci siamo. Scavalcò un cancello, scosse le imposte d’una finestra, spinse le vetrate, saltò dentro: era in casa sua. Gli alpini lo avevano seguito. Pensò a loro. Accese un mozzicone di candela.

– Figliuoli andiamo. Se mi hanno lasciato in pace la cantina stanotte offro io, come se fosse venuta la stelletta di capitano. Ci devono essere giù delle bottiglie di vino speciale!

Scesero. Dovettero scassinare la porta. Le botti erano intatte. Le bottiglie anche. Agli alpini sfavillavano gli occhi nella semioscurità.

E li lasciò in compagnia delle bottiglie. Egli andò a masticare il fiore dolceamaro dei ricordi, come diceva suo padre. A rivedere le sue stanze, i suoi mobili, i suoi libri. Oh! se ricordava!… Quando era bambino, quando era adolescente… Là aveva riso, qua pianto. E forse quell’alpino ossuto, con quel cranio pelato, forse, quella notte ridiventò bambino. E pianse.

Tornarono fuori. Le case erano fantastiche. La luce dell’alba metteva sulle muraglie toni freddi di biacca e d’azzurro. Dovevano cercare l’abitante fidato che confermasse con la sua esperienza, le loro osservazioni di quella notte. Il risveglio non batteva ancora a nessuna imposta. Andavano silenziosi di nuovo rasente i muri.

Gli alpini erano tranquilli e non erano ubriachi. Avevano bevuto, sì, molto, ma non erano ubriachi. Un alpino non è mai ubriaco. Avevano bevuto silenziosi. Religiosamente. E quando si beve si beve. E basta.  Uno degli uomini di punta cominciò a balzare di qua e di là, a volte strisciando lungo una viottola ancora incerta fra notte e alba. Un balzo, un ritorno strisciando.

– Tenente, ci sono i cecchini austriaci!

– Quanti?

– Mi pare una sessantina.

La pattuglia era di dodici uomini. Gli austriaci sbarravano ormai la strada dell’Italia. Antonio sentì ancora quel suo pensiero vecchio stringergli il collo… guardò i suoi alpini; erano calmi.

Disse: Bisogna passare. Risposero: Passeremo, sior tenente.

Gli altri avanzavano. Erano sicuri che all’alba le pattuglie italiane avessero già sloggiato. Andavano per quattro, in bell’ordine, con il passo cadenzato.

Gli alpini aderivano al muro nella penombra dove il bianco dell’alba non arrivava ancora. I più si erano fermati in un androne. Antonio era fuori, steso per terra, con la pistola in pugno. Tutte le baionette erano innastate. Egli dava istruzioni a denti stretti, soffiando:

– Lasciarli venire fino a venti metri, poi sparare tutto un caricatore, addosso con la baionetta e, approfittando della sorpresa, passare in mezzo. Intesi?

Gli uomini avevano capito. Nascosti, immobili avevano l’anima negli occhi, miravano già.

Ma allora… si schiuse anche quella via di scampo. Sboccavano austriaci anche da un’altra strada a tergo. Nascevano come d’incanto. Ad Antonio girò la testa. Era finita. Prese un’altra decisione rapida. La fece capire agli uomini con un gesto. A poco a poco tutti scomparvero nell’androne. La porta fu socchiusa, piano. Tutti trattenevano il respiro. Fuori, con passo cadenzato, sfilavano gli austriaci. Nell’androne c’era una porticina interna. Antonio picchiò con le nocche piano. Attimi di silenzio che parvero eternità. Poi la porticina s’aperse. Una donnina di trent’anni, sonnolenta, trepida, pallida, ravvolta in uno scialle, con i capelli scomposti comparve nel vano. Antonio aveva l’indice in croce sulla bocca. La donna si ritirò sul letto rassegnata. Piagnucolò per la paura che gli austriaci venissero dentro. – Stai buona – disse Antonio – non verranno!

Tutti gli alpini erano entrati silenziosi. La porticina s’era rinchiusa. Fuori, con passo cadenzato, sfilavano gli austriaci. Dentro tredici anime in pena non fiatavano. Gli alpini rimasero ad aspettare. Antonio si grattava il cuoio capelluto. Ormai l’aurora era alta e fuori passavano gli austriaci. Si vedevano dalle griglie: passavano a plotoni, a gruppi, ma ce n’era sempre.

– Cristo, se occupano Borgo proprio oggi siamo in trappola! – disse Antonio.

La donna si fece coraggio. Si ravviò i capelli. Si buttò lo scialle sul collo, uscì.

Quando tornò disse buttando lo scialle sul letto:

– Sono più di due compagnie. Dicono che non restano qui. Ma ce n’è dappertutto. Non potete uscire. Dovete restare qui almeno fino a sera. Sia fatta la volontà di Dio.

Si sedette. Prese un ricamo. Si mise a lavorare. Soltanto se sentiva rumore di fuori trasaliva, guardava la porticina con l’occhio fermo un po’ pallida, con le labbra strette. Gli alpini s’erano seduti sul pavimento e sbadigliavano.

La donna si chiamava Ornella. Una povera maestrina di bambini di tre o quattro anni. E questo costituiva il maggiore impiccio. Cosa devo dire ai bambini quando arriveranno? Si spaventeranno e si metteranno a piangere. Antonio la consolava dicendo che se voleva che andassero fuori i suoi alpini andavano subito via. Tanto per loro non era un problema. Si sarebbero nascosti nella boscaglia. Ma non c’era da spaventarsi. I bambini avrebbero giocato con gli alpini, si sarebbero divertiti. Poi la sera sarebbero tornati nell’androne più tardi per far dormire i bambini. E rimasero d’accordo così. Ogni bambino che arrivava, vedendo la piccola scuola trasformata in caserma, faceva gli occhi grandi e la bocca tonda, poi, passata la sorpresa, si riprendeva, si sedeva sulle ginocchia d’un alpino, gli tirava i baffi, e si metteva a parlare con lui. E la maestra quel giorno ebbe dodici aiutanti meravigliosi. E quei babbi soldati s’erano scordati che fuori c’erano gli austriaci; s’erano scordati ch’erano a Borgo; s’erano scordati che si trovavano in guerra! E stavano bene così.

E il sole come Dio volle se n’andò. E i bambini anche. Allora Antonio s’accostò alla maestrina. E le disse:  – Può darsi che si sappia, più tardi, che siamo stati qui. Venite con noi.

L’altra scosse la testa, fissò gli occhi nel vuoto. Rispose: – No, resto!

Antonio le pose una mano sulla testa, senza carezza. La ringraziò e poi dodici ombre scivolarono fuori, si gettarono nei campi, e presero la strada per ritornare in caserma.

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LE EROINE DEI CAMPI NELLA GRANDE GUERRA

LE EROINE DEI CAMPI NELLA GRANDE GUERRA

Per l’Italia, tra i tanti problemi della Grande Guerra del 1915-1918, quello agricolo prese il primo posto. Con la partenza dei soldati al fronte, si accesero dispute interessanti: si incrociarono le proposte più disparate, fino a quella arditissima per la cessione delle terre incolte ai contadini. All’epoca il Bilancio dell’Agricoltura, insieme a quello dell’Istruzione, erano i più trascurati, d’ora innanzi quel Bilancio doveva essere oggetto di cure particolari. O l’Italia si avviava ad essere un paese preminentemente agricolo o avrebbe dovuto rinunciare alle sue più importanti tradizioni alimentari. La crisi degli approvvigionamenti che travagliava i paesi belligeranti andava imputata innanzitutto alle imprevidenze del passato. Con la proclamazione del blocco sottomarino tedesco ad oltranza, l’Inghilterra non possedeva provviste per più di sei settimane. Si doveva alla singolare energia del suo popolo ed ai mezzi superiori di cui gli inglesi disponevano, se le speranze tedesche di ridurre l’Inghilterra alla fame non ebbero successo. Essa ricorse senza alcun indugio ai modi più opportuni per favorire lo sviluppo dell’agricoltura in tempo di guerra. Per la soluzione dell’importante problema dovette provvedere da sé medesima alla produzione dei generi di prima necessità. In assenza degli uomini chiamati a combattere il nemico nelle trincee, contribuì validamente la mano d’opera femminile. Nell’ora del bisogno si gettarono le basi di un vero e proprio Esercito della Terra (Land Army), e si istituirono corsi preliminari di istruzione pratica per donne di ogni condizione sociale, di umili origini e di alto lignaggio, studentesse e massaie, cittadine e campagnole che si iscrissero volontarie. E moltissime donne che avevano fino allora ignorato ogni sorta di lavoro si dimostrarono adatte all’uso del badile e del tridente, esperte nel guidare l’aratro. 

Ma nella benefica opera dei campi la donna inglese ebbe come degne sorelle la francese e l’italiana. La pittoresca fantasia popolare le designò “eroine dei campi” e i Governi ed Enti pubblici offrirono loro diplomi di benemerenza e medaglie d’onore. Tredicimila proposte di premi conteneva l’Albo d’Oro italiano e per “motivazioni” che onorarono la Patria e fecero ben sperare per il suo avvenire.    

Alcune di esse, nel periodo in cui urgeva la mietitura, essendo scarsa la mano d’opera per la mancanza di uomini partiti al fronte o morti e feriti in guerra, contrariamente alle abitudini che prevalevano nei nostri paesi, diedero per la prima volta l’esempio e si presentarono al lavoro come operaie e contadine distinguendosi nella raccolta del grano con grande zelo.

Ecco le testimonianze di alcune lavoratrici che in quegli anni di guerra si districavano tra campi da arare e le bestie da scuoiare:

Angelina, svolgeva tutti i lavori che facevano gli uomini nei campi di famiglia. Il marito era in trincea e combatteva contro gli austriaci. Andava persino a spargere i covoni, a scaricare il grano, ad aiutare a trebbiare quando veniva la macchina. Spesso andava ai vicini che avevano le bestie e aiutava a scuoiarle. La sera si ritirava a casa stanca e piena di dolori e doveva pensare ai bambini.

Ernesta, essendo partiti al fronte il marito e il fratello nel 1915, dovette dedicarsi alla coltivazione di un podere di cinque ettari tenuto in affitto dalla famiglia, aiutata solo dalle figlie minori e da alcune parenti. Con grande sforzo, concedendosi solo poche ore di riposo, riusciva a compiere tutti i lavori agricoli. Lavorava con l’aratro, seminava il grano, falciava il prato, mieteva il grano, caricava i prodotti sui carri, governava il bestiame tra l’ammirazione di tutti.

Né mancò, nella balda schiera di lavoratrici dei campi che sfidavano la sferza del sole e il rigido inverno, la vittima gloriosa. Avvenne nella zona di Macerata, dove il Comitato Tecnico dell’Agricoltura segnalò all’attenzione del Ministro dell’Agricoltura e degli italiani in guerra, l’esempio virtuoso della buona signora Celeste, che avendo il marito richiamato alle armi  fin dal 1915, rimasta sola con due bambine, provvedeva a tutto con abilità ed energia. Il fondo che la famiglia coltivava, di ettari cinque, procurava come sempre prodotti in più per sé e per la Patria. Una mattina, colta da malore per l’eccessivo lavoro, cadde come una eroica combattente, immolando sé stessa alla famiglia e all’Italia. Alla memoria di quella valorosa donna il Comitato concesse la Medaglia d’Oro.

Nel periodo bellico vi erano piccole industrie agricole, le quali, a differenza del lavoro dei campi, richiedevano più pazienza che fatica e potevano quindi essere affidate con successo alle cure femminili: come la coltura delle api, l’allevamento dei conigli, del pollame, dei bachi da seta, la piantagione delle melanzane, la preparazione delle conserve alimentari, del burro, la disinfezione delle viti, ed altro.

Quelle industrie, prospere nell’Italia Settentrionale, erano trascurate a causa della guerra e dalla mancanza di manodopera maschile in altre regioni, ma per il fervente impegno di donne energiche e volenterose, andavano ormai diffondendosi dappertutto.

A iniziativa della signora Consolo e con l’adesione del Governo, sorse a Roma una Lega Nazionale Italiana Femminile Agricola che portava per emblema una fanciulla che seminava ed aveva lo scopo di intensificare la produzione agraria con la istituzione di appositi corsi pratici d’insegnamento per le giovinette e i ragazzi al di sotto di 17 anni. I risultati ottenuti furono lusinghieri e tutti capirono che non si trattava di un capriccio del momento, ma rispondeva alla certa convinzione di un bisogno fortemente sentito per il rafforzamento economico delle imprese italiane.

Nel frattempo la guerra andava avanti a ritmi incessanti e i servizi svolti dagli uomini, che erano lontani ad impugnare i fucili nelle trincee, dovevano continuare. Toccava alle donne guidare gli autobus e i tram, consegnare la posta e spazzare le strade, a lavorare negli uffici e nei magazzini. Contemporaneamente migliaia di lavoratrici fecero il loro ingresso nei reparti delle fabbriche. Le donne italiane furono costrette a partecipare alle sorti del conflitto, uscendo dalle loro case in cui per anni erano state confinate. Nell’agosto del 1916 già 198.000 donne erano state inserite negli stabilimenti di produzione bellica. I turni di lavoro erano massacranti, soggetti a controlli molto rigidi che sfiancavano le lavoratrici. Mentre gli uomini morivano al fronte, nelle città e nelle campagne la penuria di approvvigionamenti era grande: il burro, lo zucchero e la carne non bastavano più a sfamare le famiglie. Nell’estate del 1917 esplose il disagio e il malcontento quando nei negozi delle città incominciò a scarseggiare il pane. Vennero improvvisati cortei, a cui parteciparono uomini e donne, che improvvisamente, al grido di pane e pace, assaltarono forni, negozi e caserme. La protesta coinvolse le donne del sud che lavoravano nei campi, occupando i posti dei contadini ed operai che furono lasciati vuoti per essere coperti da chi era restato e non sarebbe mai stato chiamato al fronte: le donne. Si trattò di un momento molto importante per la storia sociale italiana. Per la prima volta migliaia di donne presero parte attiva nell’economia e nella società collettiva di un intero Paese. Non che le donne fossero del tutto nuove a questo tipo di esperienza: molte di loro, specialmente nel sud, erano già abituate a lavorare nei campi mentre, a livello industriale, la loro presenza era già registrata nel settore tessile. Ma adesso il loro numero era aumentato considerevolmente e furono presenti in settori del tutto nuovi per loro.

Ovviamente questo processo non fu indolore perché le donne erano obbligate a compiere gli stessi lavori dei maschi, anche quelli più pesanti. Nei campi era necessario spostare il fieno o i sacchi di grano, accudire il bestiame e utilizzare tutte le macchine agricole. Sei milioni di manodopera femminile fecero sì che nell’intero periodo della Grande Guerra, dal 1915 al 1918, la produzione agricola non scendesse mai al di sotto del 90% del totale di prima della guerra.

I salari, dalla fine del 1915 erano bassi o aumentavano di poco rispetto all’aumento dei prezzi, quindi le famiglie vedevano dimezzarsi il potere di acquisto della lira. Molti generi di prima necessità in realtà erano inaccessibili rispetto a prima della guerra. I prezzi della lana, del pane, della carne, del latte e dei fagioli, aumentavano a vista d’occhio. Anche le donne che lavoravano in fabbrica non riuscivano a sfamare i figli con il loro stipendio. Spesso le merci risultavano introvabili. Erano le donne, allora, ad organizzare scioperi, a manifestare con lunghi cortei e a protestare per l’aumento dei salari e per porre fine alla guerra. 

 

Il 3 novembre 1918 l’Italia firmò il trattato di pace con l’Austria che finalmente decretò la fine delle ostilità sul fronte italiano. Oltre ai circa 600.000 uomini caduti al fronte, la guerra lasciò un’eredità drammatica al paese, con l’economia messa in ginocchio, lo sconvolgimento dei flussi commerciali, il debito pubblico alle stelle e l’inflazione incalzante. A tutto questo si aggiunsero i problemi del reinserimento dei reduci nel sistema produttivo e della riconversione industriale. Un processo che andò ad investire soprattutto la manodopera femminile e minorile impegnata nella produzione bellica, pesantemente colpita dall’ondata di licenziamenti seguiti alla smobilitazione del dopo guerra.  Migliaia di donne e ragazzi dovettero uscire dalle fabbriche, lasciando spazio agli operai specializzati che nelle officine ritornarono a ricoprire un ruolo di primo piano.

Un passaggio che segnò un’impietosa diminuzione della manodopera femminile che aveva lavorato con grande impegno e sacrificio per portare avanti la produzione bellica dal 1915 al 1918.

ASSUNTINA

ASSUNTINA

Quel sabato mattino di dicembre, pieno di freddo sole, molta gente si raccolse davanti alla chiesa del paese. C’era molta curiosità nei paesani, sia per la notevole differenza d’età che intercorreva tra i due sposi, sia per le voci, piuttosto maligne, che erano corse negli ultimi tempi sul conto di Assuntina Linoci. Quando gli sposi uscirono dalla chiesa, gli amici più intimi di don Oronzo Casciaro, ricco proprietario terriero, effettuarono un nutrito lancio di confetti. Poi gli sposi salirono su una lucida berlina nera che si allontanò tra frizzi e schiamazzi. Il pranzo nuziale fu ricco e prolungato. Tuttavia si ebbe subito la sensazione che il matrimonio avrebbe riservato più spine che rose a don Oronzo. La sposa si abbandonò ad una eccessiva euforia, non rigettando gli scherzi e le allusioni degli invitati più allegri. A don Oronzo non piaceva essere tenuto fuori da questa atmosfera di confidenza, ma non poteva prendersela con Assuntina che in un certo modo lo sfuggiva lasciandogli un senso di amaro in bocca. Tale amarezza aumentò alla fine della festa, allorché la sposa confermò che non aveva intenzione di partire in viaggio di nozze. Glielo aveva già detto, perciò fu irremovibile. Don Oronzo dovette cedere e soltanto dopo il tramonto, con un’auto a noleggio, partirono per trascorrere pochi giorni alla villetta che aveva al mare, a otto chilometri dal paese. La stagione non era certo indicata per festeggiare la “luna di miele” al mare d’inverno, la zona era deserta, desolata, ma la casina non mancava di comodità. Scesi dalla macchina, insieme con Rosaria la donna di servizio, si avviarono verso la breve gradinata di accesso alla villa, che lasciava fondere gli ultimi bagliori del sole con l’incipiente tramonto. Mentre l’autista aspettava, don Oronzo e l’inserviente entrarono in casa spalancando porte e finestre. Assuntina rimase sulla piccola rotonda antistante l’ingresso. Muta e immobile si mise a fissare il mare freddo e sconsolato come lei. Chiuse gli occhi e stette a pensare così per lungo tempo. Quando aprì gli occhi sentì un po’ di movimento in casa, gli ultimi saluti. L’inserviente salì sulla macchina che, rombando, s’allontanò verso il paese. Don Oronzo e Assuntina rimasero soli.

 

Non c’era luce elettrica nella villa (la marina ne era ancora sfornita) ma in compenso vi erano dei bei lumi a petrolio, ottocenteschi. don Oronzo ne accese uno e lo pose sul massiccio tavolo ch’era nel soggiorno. Indi andò a bussare ancora, lievemente, alla camera da letto. Assuntina, che era rimasta a lungo chiusa in camera, sdraiata sull’alto e gonfio letto, si scosse e si decise a uscire. Non si era quasi accorta del buio che ormai si era fatto nella stanza: l’unica percezione materiale che aveva avuto durante quel tempo era stato il rombare frusciante delle onde, ad intervalli uguali, cadenzati, come una musica fatta d’acqua e di vento, contro la bassa scogliera. Raggiunse il marito (come suonava strana quella parola riferita a don Oronzo!) e capì che doveva pur dire qualcosa.

– Mi ero quasi addormentata. – Egli ebbe un lampo di ingenua gioia, come una timida speranza.

– Se vuoi possiamo andare anche subito a letto. Ma prima prendi qualcosa di caldo. Annetta ci ha acceso un bel fuoco in cucina ed io vi ho messo a riscaldare un po’ di brodo. Ella non rispose. Si diresse, lentamente, verso la porta-finestra che dava sulla rotonda e dalla quale, di giorno, si godeva la vista del mare. Ora il mare lo si sentiva soltanto e lo si indovinava, inquieto, nel buio al di là dei vetri. Sentì il marito armeggiare in una dispensa con bicchieri e bottiglie. Si voltò e vide che stava posando sul tavolo due coppe di cristallo, limpido e freddo come quella sera di dicembre, e una bottiglia di champagne. Ella sorrise, stranamente, poi disse: – Non devi essere buono con me… Non so se io lo sarò con te… – Egli divenne di fuoco; il respiro gli si appesantì. Dopo un poco disse: – E’ vero, non sei buona con me! Ma preferisco soffrire vicino a te che impazzire lontano da te… – e aveva negli occhi la fedele rassegnazione di un cane bastonato. Ecco: forse don Oronzo aveva colto nel segno, sarebbe stato infatti per lei un continuo agguato, uno di quei agguati contro i quali ella nulla sapeva fare… Eppure doveva vincere lei! Altrimenti perché avrebbe rinunciato ai suoi sogni sposandolo? Tornò a guardare l’invisibile mare. Mentre gli passava accanto, diretta in cucina, don Oronzo tentò una carezza sul suo braccio tornito, ma Assuntina gli si sottrasse con un brusco movimento. Egli ne restò male, ma non disse nulla. Dopo un po’, entrambi, in un silenzio che il rumore del mare sottolineava, sorbivano il caldo brodo fumante. – Non vuoi bere? – le chiese don Oronzo. E siccome ella non rispose, con un gesto quasi rabbioso prese la bottiglia di champagne e la sturò. Il secco colpo con cui il tappo saltò fece sussultare Assuntina. Egli riempì le due coppe, ne prese una e gridò: – Don Oronzo Casciaro brinda lo stesso! – E bevve con foga, bagnandosi la cravatta. Quando finì la guardò: ansimava ed era tutto un fuoco. Ella allora prese la sua coppa e cominciò a bere. – Brava! Così devi fare. Quello che lasci è perduto! E non devi lasciare neanche il resto… Pensaci!… – Assuntina posò la coppa sul tavolo poi prese un lume e disse: – Vado a letto. – Non ebbe il coraggio di raggiungerla. Accese una sigaretta e rimase a fissare le incisioni del lume.

La raggiunse dopo un’ora circa, un’ora trascorsa come una belva in gabbia, a rodersi di tenerezza e di rancore, di desiderio e di odio. Tuttavia sapeva che nulla era più forte della sua passione per quella ragazza dagli occhi verdi, che aveva voluto fosse sua moglie. Sua moglie! Come suonava amara quella parola. Ecco , ora l’aveva a fianco, nel letto, ma lei era lontana, lontana come un sogno tormentoso. Voleva avvicinarsi a lei ma non ne aveva il coraggio. Sua moglie! Il mare ruggiva mentre il vento sbatteva le onde contro gli scogli. Le prime luci dell’alba, un’alba livida, ventosa, filtravano dalle imposte e don Oronzo aveva, sì e no, dormito per due ore appena. Guardò Assuntina che, al suo fianco, dormiva d’un sonno che appariva inquieto. Tese le orecchie: tra il ruggire delle onde gli era parso di sentire il lontano brontolio di un tuono. C’era da aspettarselo il temporale, fin dalla sera prima. Si stava sistemando di nuovo sotto le coperte per dormire, quando un tuono ancor più forte fece vibrare i vetri della stanza. Assuntina con un grido si voltò stringendosi a lui. Sentirne il caldo corpo teso e rispondere freneticamente a quell’abbraccio fu tutt’uno per don Oronzo. La mattina non si parlarono: si sentivano come due amanti nemici. Il temporale aveva lavato il cielo e il mare, che apparivano ora più limpidi e freschi. Il sole, risalito dall’oriente un po’ sfocato, ritinse la sabbia d’un oro giallino e riaccese i colori dei villini. Verso le dieci don Oronzo si allontanò, sentiva il bisogno di camminare un po’ e se ne andò lungo la spiaggia. Assuntina rimase sola. Avvertiva un’inquietudine strana che somigliava un po’ alla paura. Sul tardi, mentre finiva di nettare un po’ di verdura sulla soglia di casa, vide una strana figura dirigersi lentamente verso di lei. Capì solo che era una vecchietta che girava per raccogliere legna su quella desolata marina. Appena fu giunta davanti a lei, la vecchia salutò:

– Buongiorno, figlia. –

– Buongiorno, nonna. – rispose lei, con un tremito che inutilmente cercava di reprimere.

– Il temporale ha portato freddo… Non avresti un po’ di legna? –

– Mi dispiace, nonna: non ne ho.

La vecchietta la guardò con attenzione e poi disse: – Sei bella figlia, ma non sarai felice!… –

Assuntina ebbe un tremito di paura, improvvisamente si alzò lasciò cadere il coltello di cucina che aveva in mano e corse in casa. Si gettò sul letto e pianse, chiamando il marito. Dopo un po’, spinta da un forte desiderio di sapere, tornò fuori. Ma la vecchia non c’era più. Si guardò intorno, terrorizzata, e vide la sagoma stanca, tormentata del marito che tornava. Lo chiamò a gran voce e quando egli giunse gli si gettò tra le braccia singhiozzando. – Quella vecchia… quella vecchia… diceva. E don Oronzo la stringeva, senza capire.

L’ESODO

L’ESODO

Per ricordare la tragica vicenda dei nostri connazionali infoibati o costretti ad abbandonare la propria terra sul litorale adriatico

Una tragedia immensa, poco nota, da molti dimenticata. E’ accaduto a centinaia di migliaia di italiani dell’Istria e della Dalmazia, per colpa dell’ultima guerra. Perseguitati dall’esercito di Tito e dai partigiani comunisti jugoslavi, sono stati massacrati nelle foibe o costretti a fuggire dalle proprie terre. Nessuno intende sollevare polemiche inutili o riaprire risentimenti del passato, ma è doveroso ricordare la verità storica, dopo tanti anni di silenzio.

Padre Flaminio Rocchi, francescano di Neresine, isola di Lussino-Pola, ha condensato in un volume di straordinaria forza e documentazione, la tragica vicenda dei nostri connazionali costretti ad abbandonare nell’ultimo dopoguerra la propria terra sul litorale adriatico. Il libro, di 652 pagine, è stato pubblicato dalle Edizioni Difesa Adriatica di Roma e s’intitola: “L’esodo dei 350 mila giuliani, fiumani e dalmati”. Padre Rocchi, cappellano militare durante la guerra, nella sua lunga esistenza si è interessato dell’Associazione Venezia Giulia e Dalmazia; è stato membro della Società Istriana di Archeologia e Storia Patria ed animatore della Fondazione Giuliana, Fiumana e Dalmata, con sede in Roma. Nelle pagine del suo libro, Padre Rocchi ha delineato i principali termini di una vicenda che si ripercuote ancora oggi sulle persone coinvolte dall’esodo e sulle loro famiglie. L’esodo dei giuliani e dei dalmati comincia alla fine del 1943 e raggiunge il massimo negli anni 1947-1948. E’ una lunga, dolorosa processione che si snoda attraverso tutte le strade d’Italia perché i 109 Campi di raccolta sono disseminati in tutte le regioni. I profughi sono 350 mila, affamati, spauriti, disorientati. Hanno un misero fagotto sulle spalle e trascinano per mano 50 mila bambini. Scompaiono in silenzio nelle baracche di legno e negli androni delle caserme abbandonate dai soldati. Vi resteranno per più di dieci anni. La gente, dai margini delle strade e dalle finestre, osserva e chiede: “Perché venite in questa Italia sconfitta e distrutta? Perché fuggite dalle vostre case, dalle vostre terre? Perché fuggite da una Jugoslavia vincitrice e democratica? Ma siete proprio dei perseguitati o state fuggendo troppo in fretta per paura collettiva?”. I comunisti rispondono subito: “Fuggono perché hanno una sporca coscienza fascista”.

A Venezia i comunisti accolgono con fischi e sputi i primi profughi che sbarcano dal “Toscana”. In seguito gli sbarchi a Venezia e ad Ancona debbono avvenire sotto la scorta dei soldati mandati dalle autorità. La Pontificia Opera di assistenza usa preparare presso la stazione di Bologna un pasto caldo per i profughi provenienti da Pola, via Ancona. Un giorno i comunisti bolognesi minacciano lo sciopero se il convoglio degli esuli si ferma. E il convoglio non si ferma. I profughi non protestano, piangono, ed in silenzio scompaiono nella nebbia verso La Spezia per essere accolti nei cameroni della Caserma “Ugo Botti”. A Trieste il 30 aprile 1945 i comunisti affiggono un manifesto, a firma di Palmiro Togliatti, che dice: “Lavoratori di Trieste, il vostro dovere è di accogliere le truppe di Tito come liberatrici e di collaborare con esse nel modo più stretto”.

I profughi si riversano in Italia a ondate con vecchi piroscafi, con barche, con treni, con carri. Il maggior flusso si verifica negli anni dal 1945 al 1949. Tenuto conto anche delle fughe successive e di quelle sfuggite al controllo, il loro numero può essere fissato in 350 mila. In Italia nessuno ha un’idea precisa di quello che succede nell’Istria. Il pericolo è grande di fronte a questa tragedia che colpisce centinaia di migliaia di uomini, donne, anziani e bambini, che hanno la sola colpa di essere italiani. La popolazione di Pola è angosciata e si chiede se riuscirà a salvarsi dalla ferocia dei partigiani comunisti jugoslavi e dei soldati di Tito. Per gli italiani che hanno vissuto in quelle terre, l’esodo dalla penisola istriana ha significato l’abbandono di ogni cosa cara, la distruzione dei focolai domestici e delle comunità cittadine; per molti ha voluto dire la morte, la disperazione, la miseria. Un antifascista di Pola che lottò nelle file comuniste, scrive che l’esodo ebbe le sue radici in una reazione naturale al violento tentativo di rapida snazionalizzazione da parte degli slavi.

Su tutta l’Istria pesa l’ombra di un destino terribilmente incerto. La gente, bloccata dalla paura nelle case, origlia attraverso le imposte delle finestre: soldati arrabbiati, rastrellamenti, delazioni, vendette, spari, fughe, infoibamenti. Notizie nuove, terrificanti, spesso ingrandite dal timore,

corrono per le città e per le campagne. Le città cominciano a svuotarsi. Da Fiume fuggono 54.000 su 60.000, da Pola 32.000 su 34.000, da Zara 20.000 su 21.000, da Rovigno 8.000 su 10.000, da Capodistria 14.000 su 15.000. E’ una tragedia immensa, conosciuta da pochi e da molti dimenticata.

Ogni anno, il 10 febbraio, si celebra il Giorno del Ricordo in memoria delle Vittime delle foibe e dell’esodo forzato di centinaia di migliaia di giuliani, fiumani e dalmati dalle loro case e dalle loro terre sul litorale adriatico. La giornata del ricordo, è stata sancita con Legge dello Stato approvata a larghissima maggioranza dal Parlamento Italiano.

LA LOTTA DELLE DONNE SALENTINE PER IL PANE E CONTRO LA GUERRA DEL 1915 – 1918 NELL’ULTIMO LIBRO DI SALVATORE COPPOLA

LA LOTTA DELLE DONNE SALENTINE PER IL PANE E CONTRO LA GUERRA DEL 1915 – 1918 NELL’ULTIMO LIBRO DI SALVATORE COPPOLA

Nel convegno del 21 febbraio 2017, organizzato dal Rotary Club nella Sala del Grande Albergo Internazionale di Brindisi, con la partecipazione della Società di Storia Patria Per la Puglia, di Assoanna Brindisi e della Società Storica di Terra d’Otranto, in prosecuzione degli incontri tenuti per il centenario della Grande Guerra, venne affrontato un tema molto importante sulla ridefinizione della donna in occasione della 1^ Guerra Mondiale. Nella discussione intervennero Giovanna Bino dell’Archivio di Stato di Lecce, Salvatore Coppola e Antonio Caputo della Società di Storia Patria per la Puglia ed altri studiosi. Il prof. Coppola, per l’occasione, rivolse la sua attenzione al mondo delle campagne di Terra d’Otranto durante la prima guerra mondiale e ai movimenti di lotta delle donne per il pane e contro la guerra.

Il prof. Coppola ritornò sull’argomento la sera del 27 novembre 2017, all’Assemblea dei Soci della Storia Patria per la Puglia tenuta nella Sala del Museo di Maglie, per sollecitare gli studiosi a soffermarsi e contribuire, con propri studi e contributi storici, sulle cause oggettive delle manifestazioni di protesta delle donne nelle strade e piazze delle città e dei paesi salentini al grido di pane e pace. Cause oggettive che, secondo il Coppola, portarono a una progressiva maturazione della coscienza femminile di classe, contro tutti coloro che erano ritenuti responsabili di affamare il popolo. E poi si aggiunsero le cause soggettive di quelle manifestazioni dovute alla lontananza dei loro uomini che combattevano e morivano nelle trincee al fronte. La sezione di Storia Patria di Lecce, come fa con le grandi ricorrenze storiche, fu pronta a promuovere un seminario sulla Donna salentina nella Grande Guerra.

Il nuovo libro del prof. Salvatore Coppola, membro della Società di Storia Patria, autore per tanti anni di ricerche sulla storia del movimento sindacale e politico del Salento, ha risposto a quell’appello sulla mobilitazione delle donne nel primo conflitto mondiale. Il libro “Pane!… Pace! – Il grido di protesta delle donne salentine negli anni della Grande Guerra” – Giorgiani Editore – dicembre 2017, di recente presentato con successo al Comune di Poggiardo, sarà presentato il 27 febbraio p.v. alla Biblioteca Comunale di Tuglie con la presenza del sindaco Massimo Stamerra, Silvia Romano, Assessore alla Cultura, Antonio Rima, Direttore della Biblioteca, Eugenio Rizzo, Presidente del Collegio dei Geometri di Lecce, dott. Antonio Gabellone, Presidente della Provincia di Lecce, prof. Giuliana Iurlaro, docente dell’Università di Lecce, Prof. Salvatore Coppola, autore.

L’esito della ricerca del prof. Coppola presso l’Archivio Centrale dello Stato di Roma, gli Archivi dello Stato di Lecce e Taranto, Archivi giudiziari dei Tribunali Militari, Biblioteche, ecc. è stata ampia, dettagliata e precisa. Negli anni dal 1916 al 1918 in Italia, mentre si svolgeva una guerra terribile e sanguinosa ai confini della Patria, si diffuse una guerra nella guerra da parte delle donne contro le autorità dello Stato per la mancanza del pane e per il ritorno dei mariti a casa perché non ce la facevano più a tirare avanti con i figli, la famiglia e il lavoro. Nelle campagne del Salento si svilupparono numerosissimi movimenti di lotta delle donne che scendevano in piazza non soltanto per reclamare il pane quando mancava e per una migliore qualità del pane quando era di cattiva qualità, ma anche contro gli speculatori e accaparratori del mercato nero. In molti paesi le donne urlavano contro la guerra e volevano subito la pace per ottenere il ritorno dei mariti a casa. Il prof. Coppola si è anche soffermato sulle proteste delle donne, dei bambini e degli anziani, per la riduzione delle razioni di pane, che non erano sufficienti a sfamare le famiglie; per la riduzione di altri generi di prima necessità; per l’aumento dei prezzi; il ritardato pagamento dei sussidi alle mogli dei richiamati; gli abusi nell’assegnazione delle tessere annonarie; la propaganda a favore del prestito nazionale; la mancata concessione delle licenze agricole.

Le donne protestavano per le sofferenze patite a causa dell’allontanamento dei mariti, figli e fratelli che erano al fronte a combattere e morire; per la mancanza di notizie sulla sorte dei propri cari; la presa di coscienza che la guerra sarebbe durata a lungo; la percezione di subire un’ingiustizia nel constatare che mentre tutti i figli delle classi povere erano al fronte, molti figli delle classi ricche riuscivano a rimanere a casa o imboscarsi negli uffici; nel constatare che il pane di peggiore qualità era destinato alle classi povere. Le donne rimaste a casa per sostituire gli uomini assenti per combattere nelle trincee, alla fine di tanti sacrifici e sofferenze fecero esplodere la loro rabbia per provocare l’abbattimento delle barriere domestiche in cui erano rimaste confinate. Il prof. Coppola a questo punto parla di manifestazioni di massa, con centinaia o migliaia di donne salentine, che nacquero spontaneamente, e si scagliarono con le pietre contro i vertici politici e militari.

Massicce manifestazioni di protesta interessarono nel 1917 i Comuni di Lecce, Gallipoli, Galatone, Nardò, dove le donne si rivoltarono contro i funzionari governativi che promuovevano la raccolta di fondi per il prestito nazionale. Ma si svolsero proteste anche in Comuni minori come Alezio, Aradeo, Arnesano, Carmiano, Corigliano d’Otranto, Cutrofiano, Felline, Maglie, Martano, Melissano, Muro Leccese, Neviano, Poggiardo, Presicce, Racale, Scorrano, Sogliano, Taviano, Tricase. Le donne nelle contestazioni gridavano: “Vogliamo pane, siamo a digiuno noi e i nostri figli”. Altre gridavano: “Abbasso la guerra. Vogliamo i nostri mariti a casa e non il denaro”. Altre ancora gridavano: “Vogliamo la pace, non vogliamo la guerra”. Le manifestazioni prettamente femminili provocarono prima sorpresa nelle classi dirigenti, e poi un forte senso di fastidio perché le donne non dovevano protestare ma restare a casa, produrre e pensare ai figli.

Di questo grande movimento delle donne che interessò le tre province di Lecce, Brindisi e Taranto, il prof. Coppola, ha studiato le carte, le cause, le sentenze conseguenti agli arresti, ai fermi in carcere, ai processi e ai giudizi nei Tribunali Militari. Ha studiato le reazioni delle classi dirigenti e dell’apparato statale con misure sempre più repressive, specialmente dopo la disfatta di Caporetto. Di ogni manifestazione Salvatore Coppola descrive i fatti, cita i nomi delle donne e degli altri denunciati perché implicati nelle manifestazioni di protesta, degli avvocati penalisti e difensori, dei politici, amministratori e forze dell’ordine.

Le prime proteste più corpose si ebbero a marzo del 1917 nei centri di San Donato, Ceglie, Grottaglie e Ostuni. L’ultima protesta ebbe luogo il 9 luglio 1918 a Sogliano Cavour. Le fonti citate sono quelle dell’Archivio Centrale dello Stato e degli Archivi di Stato di Lecce e di Taranto, le carte dei Tribunali militari, oltre agli organi di stampa provinciali.

La monografia di Salvatore Coppola, sostenuta dal Presidente Eugenio Rizzo del Collegio dei Geometri di Lecce, fa parte della collana “Cultura e Storia” della Società di Storia Patria per la Puglia di Lecce diretta da Mario Spedicato; è stata pubblicata da Giorgiani Editore, con i patrocini della Società di Storia Patria per la Puglia, Sezione di Maglie, Fondazione “Capece” di Maglie, Società Storica di Terra d’Otranto e Sindacato Pensionati Cgil – Spi di Lecce.

L’INDUSTRIA METALMECCANICA PUGLIESE ALLA FINE DELL’OTTOCENTO

L’INDUSTRIA METALMECCANICA PUGLIESE ALLA FINE DELL’OTTOCENTO

Le condizioni dell’industria metalmeccanica pugliese tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento non si presentavano molto diverse da quelle delle altre regioni del Mezzogiorno.

Nel territorio di Lecce, come ad Alessano, Alezio, Brindisi, Corigliano d’Otranto, Galatone, Maglie, Ostuni, Otranto, San Cesario di Lecce, Trepuzzi, non si trovavano che piccoli opifici, con scarso numero di operai, ed anche quei pochi come a Brindisi, Galatone e San Cesario, che risultavano in possesso di piccoli motori a vapore, si limitavano alla fabbricazione e riparazione di torchi da olio e da vino, di strumenti agricoli, ed altri lavori in ferro.

Solo in due centri pugliesi si rilevava qualche interessante progresso: a Foggia e a Bari.

A Foggia, divenuta un importante nodo ferroviario, la “Società delle Strade Ferrate Meridionali” aveva allestito dopo il 1885, per l’esercizio della sua rete adriatica, un’officina per la riparazione delle sue locomotive, carrozze e carri. L’officina – munita di 15 fucine ordinarie, di 12 apparecchi di sollevamento da 2 a 12 tonnellate, di 67 macchine utensili, di alcuni ventilatori, di 2 caldaie a vapore della potenza di 160 cavalli, con 3 motori a vapore di 68 cavalli – impiegava ben 463 operai.

 

C’era inoltre l’officina Saponaro – Pollice, che, con un motore di 3 cavalli e 24 operai, costruiva focolari per locomobili, pompe, torchi per vinacce, carri completi in ferro con botti inodori, ventilatori, rastrelli, ecc.

Fuori di queste due officine nella st essa Foggia, in S. Marco La Catola e in generale nella provincia, a Cerignola, Monte S. Angelo, San Ferdinando di Puglia, San Severo, l’industria metalmeccanica tipo era rappresentata dalla piccola officina, con un paio di operai, dove si producevano o coltelli per uso domestico, o arnesi rurali, o ferramenta diverse, ecc.

 

A Bari, la piccola officina creata sin dal 1836 da Guglielmo Lindermann, un meridionale nonostante il nome, era cresciuta. Ancora nel 1864 non aveva grande rilievo, e veniva generalmente indicata come fabbrica di macchine di ferro. Ma già nel 1878 essa occupava 103 operai ed era definita “importante”. Alla fine del secolo utilizzava due motori a vapore da 30 cavalli, dando occupazione a circa 250 operai. Forniva impianti per stabilimenti di olio di solfuro, molini a cilindri, presse idrauliche, nonché caldaie e macchine per la Regia Marina, impianti completi per luce elettrica, ecc.

A fianco dello Stabilimento Lindermann erano sorti e si erano sviluppati altri due opifici. Il più importante era quello della Ditta Francesco de Blasio. Fornito di 2 caldaie a vapore di 50 cavalli, con motore a vapore di 20 cavalli, e con 215 operai, riparava macchine e caldaie di piroscafi, e costruiva assi montanti, argani a vapore, caldaie a vapore di ogni sistema e forza, forge portatili, gru a mano, idrauliche ed a vapore, locomobili, pompe centrifughe, tettoie in ferro, torchi idraulici ed a vite, turbine a ruote idrauliche, trasmissioni, ventilatori, ecc. L’altro stabilimento era quello di Giovanni Tinazzi, un’officina meccanica, con annessa fonderia in ghisa, con una caldaia a vapore di 16 cavalli, con un motore a vapore di 8 cavalli e 39 operai; fabbricava e riparava caldaie e motori a vapore.

Al di là di questi tre stabilimenti, anche a Bari, a Barletta, a Bitonto, a Fasano, a Gravina di Puglia, a Molfetta e a Rutigliano l’industria era rappresentata soltanto da piccole officine, con o senza piccoli motori a vapore, con pochissimi operai, dedite alla fabbricazione o riparazione di oggetti diversi in ferro, ghisa, ottone, ecc. come strumenti e macchine agricole, serrature, candelieri, campane, bilance, armi, ferri da cavallo, ecc.

Il 1° dicembre 1849, Thomas Richard Guppy, considerato ai suoi tempi il fondatore dell’industria metalmeccanica napoletana, sbarcò a Napoli per la prima volta con la sua famiglia per impiantare stabilimenti per la fabbricazione di macchine ed attrezzature in ferro.

Con l’unificazione del Regno d’Italia l’industria napoletana entrò in crisi, ma fu una crisi che interessò, sia pure in misura minore, anche l’industria nazionale. La politica perseguita dal Governo prima dell’Unità, proteggeva l’industria, specialmente quella siderurgica. Tranne il Ducato di Parma e quello di Modena, e tranne il Regno di Sardegna, tutti gli altri Stati della Penisola praticavano dazi assai elevati. Il più protezionista ero lo Stato Pontificio. Veniva secondo il Regno delle Due Sicilie; poi il Lombardo Veneto e la Toscana. Con l’Unità tutte le tariffe erano state sostituite con una sola: quella praticata dall’ex regno di Sardegna e cioè di £. 5, poi portata a £. 5,75 al quintale di ferro introdotto. Quasi subito questa tariffa provocò crisi e chiusura di fonderie  in Lombardia e quindi in tutte le altre regioni d’Italia. In particolare la crisi si manifestò nelle regioni produttrici di ferro. Il Governo alla fine si convinse che nelle condizioni in cui versavano le province meridionali non era facile trovare capitalisti nazionali disposti ad assumere lo sborso di milioni di lire per l’acquisto di stabilimenti. Era necessario l’intervento di capitali stranieri per risollevare l’attività delle industrie meridionali. Nel 1866 la situazione sembrò migliorare con l’approssimarsi della guerra con l’Austria per la liberazione del Veneto.

In effetti dopo il 1866 il corso forzoso, creando una situazione inflazionistica, finì con l’agire indirettamente da dazio protettore per la nostra industria contro l’importazione di macchine estere e, unendosi poi agli effetti della guerra franco prussiana, dette l’avvio ad un rapido processo di sviluppo che sfociò nel triennio 1870-1872 di febbrile attività.

Nel 1872, i Guppy, industriali inglesi provenienti da Bristol, lavoravano alla fabbricazione di caldaie marine per la Regia Marina e non avevano abbandonato le costruzioni meccaniche agricole, che praticavano da decenni, e per cui si erano assicurati notorietà e stima in tutte le province meridionali. Proprio al 1877 risale il contratto tra due proprietari di Ruvo di Puglia e lo Stabilimento Guppy per la fornitura di un macchinario per un mulino a vapore. Si trattava di un impianto abbastanza complesso, del valore, non spregevole per quei tempi, di circa 13 mila lire (Atto Notaio Michele Mazzitelli del 21 luglio 1877, che descrive minutamente anche l’impianto).

L’agricoltura del Mezzogiorno essendo rimasta assai indietro rispetto al Nord, non poteva segnare lo sviluppo straordinario che la stessa aveva trovato nell’Italia centro-settentrionale, specialmente nel campo dell’industria meccanica per l’agricoltura. Nel meridione era mancata la fioritura di nuove industrie meccaniche piccole e medie registrata nell’Italia settentrionale, e solo poche delle antiche fabbriche avevano segnato progressi notevoli. A fianco di queste aziende private continuavano ad operare alcune fabbriche ed imprese statali.

A Taranto, dopo l’Unità, era stato creato nel settembre 1883 con la legge n. 833 del 29 giugno 1882 che stanziava 9.300.000 di lire, un arsenale, destinato alle riparazioni delle navi da guerra, che, in seguito, dopo essersi meglio attrezzato, era diventato prezioso per la costruzione delle navi sussidiarie della Regia Marina, venendo ad occupare, tra la fine del secolo e gli inizi del nuovo, circa 1.500 operai. Il 21 agosto 1889 l’arsenale di Taranto fu inaugurato alla presenza di Re Umberto 1°. Nel 1894, alla presenza dei Principi di Napoli, fu varata la prima nave da guerra: l’Ariete, poi diventata torpediniere Puglia. Gli arsenali di Napoli e Taranto e il Cantiere di Castellamare non erano i soli stabilimenti per le costruzioni belliche che, agli inizi del Novecento, lo Stato possedeva. L’antico cantiere militare borbonico di Castellammare, non solo era sopravvissuto all’unificazione politica del Paese, ma si era anche ammodernato e ingrandito, subendo una prima profonda rivoluzione dopo il 1862, quando aveva cominciato ad adoperare il ferro nella costruzione degli scafi.

 

Tra le grandi opere di ingegneria costruite in Italia si deve ricordare il grande ponte girevole in ferro sul canale navigabile di Taranto (90 metri di lunghezza e 6,70 metri di larghezza), costruito nel 1887 da Alfredo Cottrau, famoso ingegnere francese che svolgeva la sua attività all’Impresa delle industrie italiane di costruzioni metalliche da lui diretta a Napoli. Il ponte girevole di Taranto fu inaugurato il 22 maggio 1887 dall’ammiraglio Ferdinando Acton del Ministero della Marina. Attraversava il canale navigabile, lungo 400 metri e largo 73 metri, che unisce il mare Grande al mare Piccolo. Un’opera grandiosa che metteva in comunicazione l’isola della città vecchia alla terraferma dove sorge la città nuova.

Alfredo Cottrau fu anche l’autore delle reti ferroviarie costruite per accelerare l’allacciamento di tutte le province meridionali con il nord. La linea ferroviaria Foggia-Ancona fu aperta agli inizi del novembre 1863, e qualche anno dopo, tra il 1864 e il 1865, si poteva andare da Taranto a Torino, a Milano, a Firenze. Fra l’altro fu opera dell’ing. Cottrau la costruzione della grande tettoia della stazione di Foggia.

Per il mezzogiorno d’Italia furono molto importanti quelle poche industrie siderurgiche e meccaniche che esistevano. Importanti furono anche le industrie alimentari, come quella molitoria, delle paste alimentari, della lavorazione delle olive, dell’olio, dell’uva, del vino, quest’ultime specialmente operanti nel territorio salentino. Queste industrie, meritavano la massima considerazione, perché avendo sul posto la base geografica delle materie prime, non solo, col tempo furono suscettibili di grande sviluppo.  Esse riuscirono a configurarsi di grande sostegno all’agricoltura del territorio e risultarono meno esposte ai continui contraccolpi delle crisi politiche ed economiche.

L’unificazione dell’Italia nel 1861 provocò la crisi dell’industria nazionale e specialmente di quella meridionale. La fine della protezione industriale portò la decadenza e la chiusura di fonderie e di industrie siderurgiche. La sostituzione delle tariffe degli altri Stati con una sola tariffa, quella praticata dall’ex Regno di Sardegna, in effetti risultò favorevole solo per le miniere piemontesi, mentre si ottennero risultati negativi per stabilimenti industriali e fonderie.

Per il Meridione, un’altra causa della crisi e della decadenza dell’industria meccanica di Napoli  e del sud in genere, fu la scomparsa della classe dirigente che viveva a Napoli, in quanto capitale. Questa classe dirigente, sebbene anacronistica con i tempi liberali e moderni in cui viveva, riusciva a dare lavoro a moltissimi strati sociali. Il compito del nuovo Stato unitario sarebbe stato quello di agevolare la creazione di una nuova classe dirigente la quale doveva sostituirsi all’antica nobiltà. Il decadimento di Napoli andava anche attribuito all’incapacità della città di governarsi.

L’ing. Alfredo Cottrau, in un suo famoso articolo, sostenne che da Napoli doveva partire lo sviluppo, la crescita e la modernizzazione del Meridione d’Italia. Quando pubblicò quell’articolo egli era ormai, senza saperlo, alla fine della sua vita. Per le nuove generazioni quel suo scritto poteva avere il valore di un testamento morale.