FILIPPO ED ISABELLA NEL CASTELLO BARONALE DI TUGLIE

FILIPPO ED ISABELLA NEL CASTELLO BARONALE DI TUGLIE

Filippo Guarino, barone di Tuglie, detto il “bello”, era figlio cadetto del duca Ferrante e di donna Antonietta Prato. Era giunto all’età di sessanta anni ed era ancora celibe. Aveva condotto vita galante e spensierata ed era ammirato per la sua prestanza fisica e per la sua forbita eloquenza. Col suo nome, con le sue ricchezze, con un fascino ancora vivo e penetrante, gli fu facile prendere in moglie la nobilissima fanciulla sedicenne Isabella Castriota Scandemberg, educanda nel convento di Santa Chiara, delle suore di Gallipoli. Con Filippo veniva ad estinguersi l’illustre discendenza dei Guarino, per cui cominciò a farsi strada nella sua mente l’idea di un eventuale matrimonio e la speranza di avere eredi per il casale di Tuglie.

Le fauste nozze di Filippo Guarino con Isabella Castriota avvennero l’11 dicembre 1720 nella città di Gallipoli.

Così, senza comprendere la gravità del passo, la bella fanciulla lasciava il convento e univa il suo destino a quello del barone Filippo, maturo misantropo, saturo di ogni godimento della vita, vivente in un quadrato palazzo e solo desideroso di non estinguere una gloriosa dinastia, ma di perpetuarla più ricca e più potente.

Una sera fredda e piovosa del mese di dicembre, il castello baronale di Tuglie vide arrivare un lungo corteo di carrozze chiuse, coperte di neve e di fango. Erano entrate nell’abitato provenienti dalla strada di Gallipoli e accolte dalle “travate” e da altre calorose manifestazioni popolari di giubilo e di affetto verso la nobile coppia.

I fanali accesi accanto ai cocchieri, gettavano sulla strada circostante una luce incerta e rossastra, dando l’impressione di assistere al passaggio di un corteo funebre e di sentire un sinistro presagio di sventura e di dolore.

Dalla vettura ammiraglia, tirata da due bianche mule, coperte da gualdrappe dorate e da finimenti scintillanti, scese una caratteristica figura di donna e di signora, di moglie e di amante, di poetessa e di mistica, sbocciata dalla mite e leggiadra educanda.

Ella entrava in quella vecchia casa, lieta ed ingenua e vi portava la sua acerba giovinezza, il suo vergine cuore, i suoi sogni d’oro, mentre intorno l’atmosfera era stagnante e appesa  ad un gelido passato con i quadri dei corruschi antenati pendenti dalle pareti alte e solenni.

Dall’alto del torvo palazzo, guardando il lontano mare di Gallipoli, e, in fondo, l’isola di Sant’Andrea, nell’animo della giovinetta, che si affacciava alla vita, vagavano sogni di felicità sconosciute, che doveva eternamente inseguire e mai raggiungere come una visione di fata morgana.

Più triste del silenzio del chiostro era quell’atmosfera fredda e senza fine che incombeva nelle stanze del castello, dove il marito dolorava per la gotta e dove soltanto i cani di guardia e la fedele nutrice le stavano attorno e la confortavano nelle tormentose trepidazioni e nelle sue irraggiungibili aspirazioni.

Invano Isabella cercò di dimenticare la sua sventura con lo sprofondarsi nello studio del Vangelo, invano dalla sua mente poteva allontanarsi il crudele destino che tiranniche leggi di famiglia avevano legato la sua giovane vita ad un uomo vecchio, sofferente, geloso, sfiduciato nei suoi vivi propositi.

Così il tempo trascorse lentamente, rendendo cupi e interminabili i giorni di un’attesa angosciosa e senza speranza, in una casa fredda e straordinariamente vuota, dove raggio di sole non penetrava mai a fugare il buio che, sempre più fitto, si addensava nell’anima della giovinetta avida di luce e di vita, condannata a bruciare la sua esistenza sull’altare del sacrificio, a infrangere i suoi sogni e la sua dolce e promettente giovinezza sull’ara di una assurda speranza.

Isabella scrisse al padre, allo zio che tanto aveva caldeggiato quel matrimonio, alle suore, che l’aveva allevata e incoraggiata ad andare con fiducia verso il nuovo destino, svelò le sue tristi vicende, chiese aiuto e comprensione, implorò liberazione, ma tutti furono spietati, crudeli, inesorabili; risposero con linguaggio breve, tagliente, inequivocabile: “Devi rispettare il vincolo matrimoniale; devi restare accanto a tuo marito”.

Alla bella signora non restò che piegare il capo e trovare la forza di vivere nella preghiera; si chiuse nel suo cupo dolore e continuò la sua pia opera di infermiera, di moglie, di castellana, confidando in Dio.

Passarono così sette lunghissimi anni di sospiri e di lacrime; la bella duchessa girava sempre più inquieta per le grandi sale, dagli ampi balconi sulle terrazze pensili e nel giardino ricco di luce e di fiori.

Ogni tanto girava lo sguardo triste sulla lontana curva ionica e seguiva la riva dal pizzo alla torre dell’Alto, ammirava lo scintillio di quel mare ed ascoltava voci e musiche amiche d’un tempo felice e spensierato; ricordava quella visione e quelle voci insieme e nel suo sangue si riaccendeva il desiderio di vivere e di amare, si scatenavano uragani di ribellione e di angoscia, si sentiva sola, abbandonata e distrutta.

Ma la mattina dell’11 settembre 1797. perdute ormai le ultime speranze di avere un figlio e non sopportando più i legami di una vita impossibile, Isabella chiese decisamente al marito di ottenere la separazione legale.

Era la prima volta che una donna girava le spalle al duca Filippo Guarino.

Dopo lo smarrimento di quella sconcertante richiesta, Filippo pregò a mani giunte la moglie di ripensare, si umiliò in mille modi, cercò di persuaderla, ma fu tutto inutile.

Ebbe soltanto la promessa che Isabella non sarebbe andata a vivere con nessun altro uomo, ma che avrebbe preferito chiudersi nel convento di Sant’Anna, in Lecce, ove era superiora sua cugina, Angela Guarino.

La duchessa raggiunse la nuova residenza, lasciando nell’animo del marito la più dolorosa amarezza di una vita sbagliata, completamente vuota, senza nessun ideale e senza speranze.

Filippo Guarino, rimasto solo e bisognoso di cure e di affetto, decise di donare il casale di Tuglie a suo nipote, Giuseppe Ferdinando Venturi, duca di Minervino, e si ridusse a vivere i suoi ultimi anni con lui, nello stesso palazzo che, con tanta cura, aveva preparato per la sua inafferrabile felicità.

 

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