I CARBONARI SALENTINI (1813 – 1828)

I CARBONARI SALENTINI (1813 – 1828)

   La sconfitta di Napoleone a Waterloo (18 giugno 1815) segnò il trionfo definitivo dell’Inghilterra, che aveva diretto la lotta contro l’imperatore francese e aveva contrastato e infine spezzato il dominio della Francia in Europa, nel Levante e nel Sud America. L’unica potenza europea che poteva validamente contrapporsi all’Inghilterra era la Russia, uscita vittoriosa dalla guerra dopo il 1812. Con queste prospettive si aprì nel novembre del 1814 il Congresso di Vienna convocato per definire l’assetto politico e territoriale dell’Europa, sconvolta dal ciclone napoleonico. Vi parteciparono numerosi sovrani e diplomatici, ma in realtà le decisioni sostanziali furono prese dalle quattro potenze vincitrici (Austria, Russia, Prussia e Inghilterra). In un secondo momento fu chiamata a partecipare anche la Francia, rappresentata dal principe di Talleyrand. L’Italia, alla chiusura del Congresso, nel 1815, risultò divisa nei seguenti Stati, che restarono quasi immutati sino al 1860: Regno di Sardegna, sotto Vittorio Emanuele I di Savoia; Regno Lombardo-Veneto, sotto il dominio diretto dell’Austria; Ducato di Parma, Piacenza e Guastalla, affidato a Maria Luisa d’Austria, seconda moglie di Napoleone; Ducato di Modena, sotto Francesco IV d’Este; Granducato di Toscana, governato da Ferdinando III di Lorena; Stato Pontificio, sotto Pio VII (ritornato dall’esilio di Savona); Principato di Monaco, sotto la dinastia Grimaldi; Repubblica di San Marino, che conservò la sua secolare indipendenza; Regno di Napoli, sotto Ferdinando IV di Borbone, che rinunziò al titolo di re di Napoli e di Sicilia per assumere quello di Ferdinando I re delle Due Sicilie. L’Italia, così divisa, fu oppressa dall’assoluto predominio dell’Austria. Su proposta dello zar Alessandro I, i sovrani della Russia, dell’Austria e della Prussia costituirono la Santa Alleanza, un patto solenne che doveva salvaguardare la religione, la pace e la giustizia delle nazioni alleate; in effetti si rivelò uno strumento di cieca reazione nelle mani dell’Austria (principe di Metternich) per soffocare ogni aspirazione di libertà e di indipendenza dei popoli.

L’ingresso ufficiale di Ferdinando I a Napoli, il 7 giugno 1815, fu descritto dai cronisti dell’epoca grottesco e patetico nello stesso tempo: il re, dignitoso e solenne, cavalcava tra il grassoccio principe Leopoldo ed il brillante generale Neipperg in mezzo ad una folla rumorosa e festante. Il 19 giugno, i fedeli del Borbone organizzarono una solenne manifestazione al Teatro San Carlo con luminarie, sfarzo e molta pompa. Il re si commosse di fronte alle manifestazioni di simpatia dei suoi sudditi. Tuttavia gli uomini più responsabili del regno si sentivano a disagio sotto il nuovo governo e il primo ministro Luigi Medici cercò di non toccare le istituzioni create da Gioacchino Murat e di non revocare le riforme per evitare malcontenti. Il 13 giugno 1820, Ferdinando I giurò in nome di Dio di conservare e difendere la Costituzione di Spagna del 1812. A dicembre s’imbarcò sulla nave inglese Vendicatore per recarsi al Congresso di Lubiana, dove rinnegò la Costituzione e chiese l’intervento delle truppe straniere per sedare qualsiasi rivolta.

La Restaurazione, scatenando ovunque una cieca e sordida reazione, soffocò nel sangue le legittime aspirazioni dei popoli alla libertà e all’indipendenza diffuse dalla rivoluzione francese e agitate dai liberali avversi all’assolutismo monarchico. Di qui la necessità, da parte dei patrioti, di organizzarsi in società segrete per eludere la vigilanza della polizia e prepararsi alla lotta contro gli oppressori.

Le società segrete sorsero in Italia, Spagna, Germania e Grecia, fra le popolazioni più oppresse. La maggior parte derivavano dall’antica Massoneria o Società dei Liberi Muratori, sorta in Inghilterra agli inizi del 1700 per divulgare i principi di fratellanza e di progresso in opposizione all’oppressione dei governi. La Massoneria aveva avuto larga diffusione in Europa con l’avvento di Napoleone: gli ufficiali e i funzionari dell’impero francese appartenevano in gran numero a questa associazione.

I massoni si dividevano in Logge, si chiamavano fra di loro fratelli e avevano come simboli la squadra e il compasso, arnesi caratteristici dei muratori. Dal tronco della Massoneria si dipartirono le altre società segrete che continuarono ad operare con gergo simbolico per non essere scoperte e a lottare per la libertà dei popoli. Così dal carbone, che genera la fiamma luminosa, trasse il nome la Carboneria, che fu la più diffusa e più importante società segreta. Gli affiliati si dissero buoni cugini e dall’arte dei carbonari trassero le loro denominazioni (vendite le adunanze, baracche i luoghi delle adunanze, apprendista e maestro i vari gradi della gerarchia); il loro programma era: liberare la foresta dai lupi, liberare cioè i popoli dagli oppressori. La Carboneria fu la setta segreta che maggiormente interessò i patrioti italiani, reclutati per lo più tra i borghesi più evoluti, tra gli studenti, gli ufficiali e i nobili. Si diffuse in modo particolare nell’Italia meridionale, da dove passò prima nella Romagna, quindi nel Veneto e nella Lombardia. In Terra d’Otranto apparve nei primi anni del secolo XIX  per iniziativa delle truppe cisalpine, che qui stanziarono dal 1803 al 1805, e si sviluppò sotto il regno di Gioacchino Murat, il quale si dimostrò così restio ad ogni concessione di rappresentanze parlamentari, da interrompere bruscamente le operazioni elettorali che erano in corso di svolgimento nel marzo del 1811. Il ritorno di re Ferdinando a Napoli, dopo aver promulgato in Sicilia la Costituzione del 1812, lasciò sperare che uguale concessione sarebbe stata fatta nel Napoletano, ma, venendo meno le promesse, le agitazioni settarie cominciarono a sentirsi in queste province, specialmente dopo che il Ministero di Polizia passò nelle mani del principe di Canosa che sostenne la fazione borbonica.

All’opposizione contro il governo francese aveva già aderito la Vendita carbonara di Gallipoli, denominata L’asilo dell’Onestà che, insieme alle altre vendite di Galatina (I novelli Bruti), Copertino (I figli della ragione), Leverano (I figli di Sofia) e Monteroni (I figli di Muzio Scevola), passò alla difesa della libertà contro i tiranni. Capo della Vendita di Gallipoli era il francese Emilio Vienot, il quale, in seguito, richiamò su di sé la polizia borbonica, che lo perseguitò per oltre venticinque anni[1]. Tali Vendite, a quel tempo, erano incoraggiate dai Borboni per combattere i francesi e divennero sempre più attive e numerose, specialmente dopo la catastrofe dell’esercito napoleonico in Russia e le sconfitte dell’anno seguente. Questo mutamento di cose non sfuggiva al Governo e ai Carbonari fedeli al Murat, per cui, a Gallipoli, si ebbero lotte e defenestrazioni all’interno della Vendita fra gli affiliati Domenico Perrone, Angelo Spirito, Antonio Auverny ed altri; lotte che procurarono ai Carbonari le persecuzioni da parte del Generale Riccardo Church, inviato da re Ferdinando in Terra d’Otranto verso la fine del 1817[2]. Non solo le sette e i circoli patriottici preoccupavano i regnanti di Napoli, ma ancora di più il dilagare del brigantaggio comune, che rimaneva sempre un fattore delinquenziale causato dall’alternarsi di governi imbelli, accentratori e faziosi. Il Church scoraggiò con le sue truppe la dilagante delinquenza comune in Terra d’Otranto, nell’alta Puglia e in Basilicata, ma non riuscì a contenere, nonostante la guerra dichiarata per undici anni a briganti e patrioti – dal 1817 al 1828 – l’attività delle sette politiche che finirono per dilaniarsi fra loro, come avvenne in Gallipoli. Cominciò quindi un periodo di diffidenza e di persecuzione poliziesca: a Lecce e in altri luoghi della provincia operavano ormai la delazione, la violenza e l’infedeltà politica. Tutto questo causò la scissione della Carboneria, tanto che si creò un’altra setta, quella dei Calderari, che non ebbe però vita facile. La setta dei Calderari, composta da affiliati espulsi dalle Vendite carbonare e da quelle massoniche, era favorita dal principe di Canosa, che se ne servì per facilitare il ritorno dei Borboni a Napoli. Di conseguenza il Regno fu travagliato da nuovi dissidi, da congiure e da tentativi d’insurrezione che in Terra d’Otranto si rivelarono molto gravi.

Ferdinando di Borbone, intanto, attraverso i suoi emissari De Cesare e Boccheciampe, giovandosi dell’ambigua politica del Luperto in Terra d’Otranto, ma più che altro delle misure repressive messe in atto dal Cardinale Ruffo prima, dal Church e dal Principe di Canosa poi, sfruttando la protezione del principe di Metternich e la scissione delle Vendite carbonare, era tornato sul trono di Napoli, ma, anziché mantenere le promesse fatte, ordinò agli Intendenti delle province ed alle forze di polizia di schedare e di tenere sotto osservazione tutti coloro che avevano favorito i moti del 1799, i massoni, i carbonari e tutti coloro che avevano aderito al governo francese, dichiarandoli “rei di Stato”. Perciò, nell’elenco dei “rei” salentini comparirono i nomi dei Comi, Vergine, Zuccaro, De Donno, Pasanisi, De Rossi, Mac Donald, Vienot, Piccioli, Spirito, Patitari e tanti altri. Anche le Vendite massoniche baresi furono collegate con le consorelle salentine.

Nel Salento, come in terra di Bari[3], i Massoni e i Carbonari, che volevano liberare l’Italia dagli oppressori, si contendevano il territorio, ma non erano soli perché vi erano altre sette che lottavano per lo stesso scopo, come quella dei Trinitari, avversari ai Massoni e ai Carbonari, ma devoti al Papa e ai Borboni, dei Liberali, che caldeggiavano le idee rivoluzionarie, dei Filadelfi, presenti a Lecce sin dal 1804 contro Napoleone, dei Decisi, che volevano una nuova costituzione, e poi altre ancora. Ma la setta che finì per prevalere sulle altre, fu quella dei Carbonari, combattuta nella provincia di Lecce dal re Borbone e dal Generale Church, che compilò lunghe liste di settari salentini. Queste liste danno un’idea precisa del vasto movimento settario esistente in Terra d’Otranto a quel tempo. Dai numerosi documenti sequestrati dal Church durante le persecuzioni effettuate dalla polizia borbonica nella città di Lecce e dintorni, si ricavano notizie preziose sulla maggiore presenza dei Carbonari nella nostra provincia e sulle lotte intercorse tra Carbonari contro Massoni, Trinitari contro Carbonari e Massoni, ecc.[4]

Le Vendite salentine, benché collegate fra loro, erano diverse per forma e per composizione, e ciascuna aveva programmi e regolamenti propri. Nel 1813 la Carboneria leccese ritenne di uscire allo scoperto per combattere i francesi con la propaganda delle idee e con l’impegno di tenere viva la fede e gli ideali patriottici con le numerose Vendite aperte nei paesi e nelle borgate della provincia. Nella sola città di Lecce vi erano sei Vendite che prendevano tutte il nome dell’Idume, piccolo torrente che scorreva nel territorio. Altre ventisette Vendite erano sparse nella provincia e portavano nomi tratti dalla storia romana[5]. Da Leuca a Ginosa vi erano trentatré Vendite carbonare divenute in seguito logge massoniche, ad opera di Giacomo Gaetano Comi di Corigliano d’Otranto.

Secondo una statistica di “ribelli” compilata dal Generale Church, dall’Ispettore di polizia Borrelli e dall’Intendente di Terra d’Otranto Ferdinando Cito di Torrecuso, vi erano 277 settari a Brindisi, 246 a Taranto, 229 a Campi, 256 a Salice, 93 a Novoli, 90 a Monteroni, 78 a Gallipoli (guidati dal massone Angelo Spirito), 82 a Copertino, 55 a Mesagne, 50 a Ceglie, 29 a Soleto, 107 a Galatina, 131 a Nardò, 5 a Sogliano, 56 a Maglie (guidati da Nicola De Donno), 12 a Giuliano (seguaci del massone Antonio Panzera). Negli elenchi, la maggior parte dei settari erano qualificati: “effervescenti”, “riscaldati”, “pericolosi”, “famigerati”, aggettivi usati dalla polizia borbonica e dagli Intendenti nei loro rapporti ai Ministeri napoletani. Di quasi tutti i settari la “condotta” veniva registrata: “pessima”, “irreligiosa”, “immorale”, “ostile al governo”. Da questi documenti si evince che in Terra d’Otranto la Carboneria prevaleva su tutte le altre sette e che spesso si sostituiva alla Massoneria. I settari affiliati prima del 1820 erano definiti “antichi settari” o “settari del 1799”, i più erano segnalati come Massoni entrati poi nella Carboneria. Da ciò si deduce che, da principio, la Massoneria era più diffusa della Carboneria e che poi questa l’assorbì quasi completamente. Tanto è vero che nel 1820 i Massoni erano pochissimi, mentre i Carbonari erano moltissimi. Anche gli affiliati alle sette dei Filadelfi, dei Patrioti e dei Decisi confluirono nelle varie Vendite carbonare di Terra d’Otranto.

Negli elenchi compilati nel 1815, su 523 settari annotati, 312 erano Carbonari, 59 Filadelfi, 34 Massoni, 31 Patrioti, 41 Decisi e 46 erano quelli che pur appartenendo ad altre sette, non si erano iscritti alla Carboneria.

Molto “agitata” ed estesa si rivelò, tra il 1815 e il 1821, l’attività politica condotta dai Carbonari e Filadelfi della città di Maglie e di tutto il Circondario. Ecco i nomi dei principali e più impegnati settari magliesi: Adamucci Oronzo, Adamuccio Paolino, Alessandrì Antonio, De Donno Bascià Nicola, De Donno Raffaele (uno dei più accesi), De Giorgi Michele, De Marco Nicola, De Marco Raffaele, De Micheli Nicola, Ferramosca Fabio, Ferramosca Francesco, Garzia Raffaele, Giannotta Giuseppe Nicola, Giannotta Pasquale, Gualtieri Niccolò, Lionetto Nicola di Giovanni, Lionetto Nicola di Oronzo, Lolli Vincenzo, Longo Tommaso, Mignogna Vincenzo, Palma Giuseppe, Portaluri Angelo, Portaluri Donato, Portaluri Michele, Romano Gennaro (segretario della Vendita di Maglie), Romano Nicola, Scarzia Paolo, Scarzia Salvatore, Stefanizzi Carlo e Tamborrino Vincenzo. Erano in tutto trenta i segnalati di Maglie più pericolosi, ad essi si aggiungevano quelli del Circondario.

Nel Salento, la Carboneria venne incolpata di avere accettato nelle sue file numerosi ribelli turbolenti e sanguinari. Il Giudice del Circondario di Salice, Capece Minutolo, sosteneva che i covi delle società segrete servivano agli affiliati per esercitarsi nella ferocia. Aggiungeva poi che alcune persone del paese venivano molestate solo per la loro affezione alla dinastia dei Borboni e che tutte le sopraffazioni e i reati commessi nei confronti della popolazione di Salice provenivano dalla “terribile setta dei Filadelfi”, dei quali era capo il famigerato Luca Capocelli che dominava il volgo. I popolani, infatti, eseguivano ciecamente i suoi ordini ottenendo lauti guadagni dai molteplici ed efferati misfatti che operavano ogni giorno. Con l’arrivo a Lecce delle truppe comandate dal Generale Church, si fece giustizia anche dei “settari delinquenti di Salice”, definiti dal Giudice Capece Minutolo: “Filadelfici”.

La Carboneria e la Massoneria erano composte da persone che la polizia definiva “galantuomini fanatici”, “settari riscaldati” e “politici pericolosi per l’ordine pubblico”. Dopo il 1820 si trovarono iscritti in queste due sette elementi poco raccomandabili come un carbonaro di Taranto, Espedito Sansonetti, arrestato per stupri, ed un certo Giorgio La Penna, patriota e carbonaro di Taranto, schedato come “carnefice”. Il carbonaro Gregorio Di Noi, calzolaio di Manduria, risultava autore di vari omicidi; un altro patriota, già “filadelfo” di Francavilla Fontana, Michele Chianna, era accusato di essere capo di banditi in corrispondenza col brigante Ciro Annichiarico[6]. Un prete di Gallipoli, Luigi Caracciolo, carbonaro, già “filadelfo” a Napoli, era definito “immorale, ladro e irreligioso”, un bottegaio di Monteroni, Oronzo Moscagiuri, era schedato “ladro, ricattatore e servo dei massoni”. Altri settari di Nardò erano indicati come “sicari o complici di omicidi commessi da sicari”; un frate di Galatina, massone, era segnalato come convivente di una concubina, espulso dal Convento di Scorrano; un medico di Soleto, Antonio Arcuti, era segnalato come “capo dei patrioti e maestro carbonaro”. Quest’ultimo, arrestato dagli uomini del Generale Church, fu spedito all’isola di Capri. Una volta rimpatriato riprese la sua carica di “gran maestro carbonaro” e si adoperò contro il Governo borbonico. Ma dopo qualche tempo fu di nuovo arrestato e processato quale autore di furti.

Negli anni in cui la Carboneria era presente in Terra d’Otranto, la città di Gallipoli, elevata nel 1813 a capoluogo di distretto con circa diecimila abitanti, era divisa in due “partiti”. Il primo aveva come capi Domenico Perrone, Carlo Patitari, Antonio Piccioli, Pasquale Tafuri e Domenico Fersini (segretario della Vendita “L’asilo dell’Onestà” ). Il secondo era influenzato dal Canonico Antonio De Pace che, con Carlo Leopizzi e Francesco Forcignanò, aveva organizzato un’altra Vendita denominata “L’Utica del Salento”, in contrapposizione con la prima. Questa Vendita teneva le sue riunioni in una casina della famiglia De Pace, dove convenivano anche affiliati dei paesi vicini, specialmente di Villa Picciotti (Alezio) e vi partecipavano attivamente Bernardo Ravenna, Domenico Antonio De Rossi, Felice Leopizzi, Angelo Spirito e il sacerdote Gaspare Vergine di Corigliano[7]. Questi erano i Carbonari che maggiormente si agitavano in Gallipoli nel periodo che andava dal 1820 al 1830: dopo quel decennio ogni traccia della Carboneria scomparve nell’importante città salentina. Nelle “Carte di Polizia” e nei “Documenti Riservati” della Sottointendenza gallipolina, conservati nell’Archivio di Stato di Lecce, si leggono accuse, denunzie ed insinuazioni, spesso affidate a lettere anonime, con le quali gli appartenenti ai due “partiti” avversi in Gallipoli si affannavano a discreditarsi scambievolmente e a mettersi in cattiva luce presso le autorità[8]. Furono colpiti da basse vendette di paese i fratelli Patitari, i fratelli De Rossi, Angelo Spirito ed altre persone influenti della cittadina ionica. Quest’ultimo, la notte del 7 dicembre 1822, con la moglie e i figli, dovette rifugiarsi ad Otranto, nella sua masseria denominata Mozza[9]. Dei cinque fratelli Patitari, i più noti erano Salvatore e Francesco, entrambi ufficiali dell’esercito, che avevano preso parte ai moti gallipolini del 1815. Aderenti alla Carboneria, e più tardi coinvolti nella setta degli Edennisti, subirono molestie e sorveglianze da parte della polizia. Francesco, come i De Rossi e gli Spirito, si era allontanato da Gallipoli prima delle agitazioni popolari messe in atto dalle “fazioni” carbonare gallipoline ed aveva preso parte all’insurrezione del marzo 1821 a Messina. Salvatore Patitari rimase a Gallipoli con l’obbligo di non allontanarsi dalla città. Qualche tempo dopo, Francesco Patitari, venne arrestato a Trieste, sottoposto a giudizio dalla Corte Criminale di Messina e condannato a pene severe quale “reo di Stato” [10]. Dopo i Patitari, erano considerati “libertari” i Valentini, che avevano portato l’idea liberale a Gallipoli. Giovanni Valentini, nel 1822, era stato eletto sindaco della città con l’aiuto dei Carbonari; per questo motivo la sua persona richiamò una serie di denunzie diffamatorie, quasi tutte anonime, fra le quali quella di avere fatto della sua casa il covo della Carboneria gallipolina. Giuseppe era figlio di Carlo Valentini, noto alla polizia per avere partecipato nel 1799 alla rivoluzione napoletana[11]. L’ultimo dei Valentini, Epaminonda, acceso liberale e uno dei fondatori a Lecce del Circolo Patriottico Salentino, di cui era presidente il gallipolino Bonaventura Mazzarella, dopo i moti del 1848 fu arrestato insieme a Sigismondo Castromediano, Schiavoni, Tuzzo, Emanuele Barba ed altri; il giovane Epaminonda morì poi nel carcere della Regia Udienza di Lecce[12]. Dopo il 1821 furono denunziati i fratelli Agostino, Pasquale e Nicola Cataldi (sacerdote), reo quest’ultimo di avere iscritto alla Carboneria gli appartenenti alla Confraternita del SS. Crocefisso di Gallipoli, tutti maestri bottai, della quale egli era direttore spirituale[13]. A quel tempo, il Sottointendente Filangieri raccomandava alla polizia del distretto di Gallipoli, nonché alle Guardie di ogni Comune, di vigilare sui locandieri, albergatori e padroni di casa perché rivelassero i nomi delle persone che ospitavano.

Nei paesi sparsi verso il Capo di Leuca, numerosi erano gli iscritti Filadelfi, Patrioti e Decisi che passarono alla Carboneria; la maggior parte di questi, dopo il 1821, mentre in Grecia infuriava la guerra per l’indipendenza, venivano “ferocemente” sorvegliati dalla polizia borbonica[14].

A Tricase i settari più “riscaldati” erano Pasquale Sauli, Michelangelo Pisanelli, Paolo Tronci, Giovan Domenico Aymone, Ferdinando Maroccia; in Marittima i fratelli Maglietta, in Ortelle i fratelli Tronci, in Alessano i fratelli Carlo, Pasquale, Trifone Sangiovanni e il principe Aragona, a Poggiardo Sebastiano Sossisergio, parente di Giuseppe Poerio, Francesco Perchia, il sacerdote Pietro Colluto, Angelo Tafuro, il sarto Raffaele Parisi e i fratelli Galati di Sanarica. Presicce era un paese molto “riscaldato”  perché favorito dal Giudice Michele Prato, ritenuto amico e protettore dei settari. I più importanti erano: il sacerdote Giuseppe Ponzetta, Maestro della Vendita carbonara locale e deputato in Lecce della Vendita provinciale (Alta Dieta); il notaio Francesco Dattilo ed Ercole Stasi, ritenuti “pericolosi per l’ordine pubblico e scellerati politici mestatori”. Ercole Stasi, dopo il 1825, fu arrestato perché faceva parte della setta degli Edennisti; relegato nell’isola di Ponza, dopo sette anni di carcere fu liberato “con la condizione del domicilio coatto in patria”.

In quegli anni neppure i conventi erano indenni da sospetti: gli uomini dell’Intendente  Cammarota e del Sottointendente Filangieri tenevano sotto stretta sorveglianza il Convento dei Cappuccini di Diso e quello di Alessano. Si diceva che in quei luoghi di preghiera si riunivano segretamente gli affiliati alla Carboneria (Andrea Tronci, Saverio e Michele Guglielmo, Giacomo De Blasi, nel Convento di Diso; Antonio Amoroso, Domenico Venturi, i canonici Onofrio Manta e Francesco Pizzolante, Ippazio Brogna e il sacerdote Celestino Caloro di Montesardo, nel Convento di Alessano). Fra i paesi del Capo di Leuca era particolarmente sorvegliato il piccolo Comune di Patù, dove risiedeva la famiglia Romano, i cui componenti erano segnalati come “caldi e bollenti settari”. Sebbene Liborio, considerato “uomo molto pericoloso”, se ne fosse allontanato, la sua famiglia subì molestie di ogni genere dalla polizia locale che vedeva settari e riunioni segrete anche quando non esistevano. Erano poi sorvegliati gli stranieri residenti e quelli di passaggio; uno di essi, il francese Emilio Vienot, arrivato in Gallipoli per ragioni di commercio, sposatosi con una figlia di Antonio Auverny, iscritto alla Carboneria gallipolina, richiamò su di sé l’attenzione della polizia per più di venticinque anni[15].

I Borboni, diffidenti com’erano anche della loro polizia e delle forze militari, assoldarono il Generale Riccardo Church per reprimere la ribellione politica e il brigantaggio che si stava diffondendo nel territorio. Ma la guerra dichiarata, con pieni poteri, dal Church per undici anni – dal 1817 al 1828 – non ebbe l’effetto sperato. E’ vero che il Generale inglese scoraggiò la dilagante delinquenza comune, non certo per suo merito (non avendo alcuna nozione né dei luoghi né delle vicissitudini politiche del Salento), ma non riuscì a contenere l’attività delle sette politiche che covavano piani rivoluzionari. Dai “Fogli” e dai “Carteggi” conservati nell’Archivio di Stato di Lecce si può seguire tutta l’attività repressiva svolta dal Church in quegli anni di lotta intensa contro il governo dei Borboni. In particolare, un episodio attira l’attenzione sui collegamenti che intercorrevano tra i settari di Terra d’Otranto e le Società Segrete napoletane. Alcuni Carbonari che si mostravano contrari alle pretese eccessive dei loro “cugini” più combattivi, informarono la polizia leccese che un individuo, per incarico di alcune Vendite di Napoli, aveva organizzato una pericolosa sommossa per rimuovere con la forza molti funzionari pubblici poco graditi alla “Setta”. Tale individuo, già segnalato, fu riconosciuto dalla polizia, in una vettura di viaggio, come l’Avv. Guglielmo Paladini di Lecce, il quale, mentre i gendarmi si apprestavano a perquisirlo, cercò di nascondere un foglio che aveva in mano. Il Capo della polizia Borrelli, era ancora intento a studiare il figlio sequestrato, quando si presentarono due “emissari” di una Vendita napoletana, chiedendogli di rilasciare sul momento l’arrestato Paladini, altrimenti duemila “cugini”, già pronti all’attacco, avrebbero adoperato la forza per liberarlo. Il Borrelli, con contegno risoluto, sventò la minaccia e denunciò il Paladini alla Corte Criminale di Napoli. Però le prove raccolte dalla Corte dissiparono l’accusa e la stessa prosciolse l’imputato che produsse querela contro il Borrelli presso il Parlamento Nazionale, senza alcun esito.

Col passare degli anni, le sette segrete, nate con la rivoluzione francese, si spogliarono delle formule e delle pratiche misteriose che le avevano caratterizzate e finirono col diventare quasi tutte un partito politico che operava alla luce del sole. Anche in Terra d’Otranto, come nel resto del Regno di Napoli, le sette ebbero lo stesso corso storico. In effetti l’attività delle società segrete cominciò a diminuire dopo il 1821 ed il loro declino fu determinato principalmente dalle reazioni, dalle denunzie e dalle basse vendette portate avanti dagli stessi settari, gli uni contro gli altri.

Nel marzo del 1823, preceduto dalla fama di funzionario duro ed austero, giunse a Lecce, quale Intendente di Terra d’Otranto, Ferdinando Cito dei Marchesi di Torrecuso. Secondo gli intenti del Ministro di Polizia egli doveva affiancare il Generale Church nelle operazioni di polizia per liberare la provincia dalle sette politiche e dal dilagante brigantaggio. Ben presto il nuovo Intendente fu circondato da una turba di “fedelissimi” pronti a sfogare le proprie ire e vendette contro cittadini e provinciali. I primi a provare la ferocia del Cito furono gli stessi funzionari dell’Intendenza di Lecce [16]. L’Intendente Cito nutriva un particolare odio contro i Carbonari perché fomentavano e sovvenzionavano il brigantaggio. Giunto a Lecce, egli riprese le “inchieste” sulle sette che i suoi predecessori Guarini e Cammarota avevano abbandonato. Poi volle assodare l’effettiva esistenza in provincia di Lecce della setta denominata degli Edennisti, di cui si sentiva tanto parlare. Con quel nome si voleva indicare il giardino dell’Eden, ossia “la delizia che i settari si proponevano di ottenere conquistando la libertà, l’uguaglianza e la giustizia”.  Questa setta non aveva né diplomi, né luoghi di riunione, né segni di conoscenza. Ogni iniziatore aveva alle sue dipendenze sette iniziati; ogni iniziato poteva essere a sua volta iniziatore di altri sette, e così via. La corrispondenza era mantenuta per mezzo di fratelli serventi, i quali sotto la parvenza di rivenduglioli o concia-piatti giravano per la provincia. Le loro riunioni, non più di sette all’anno, si chiamavano campi o circoli. Secondo le varie denunzie la setta degli Edennisti proliferava nei Comuni del Capo di Leuca, nei quali, secondo il Cito, contava numerosi aderenti ed affiliati non mai inquisiti dai suoi predecessori Guarini e Cammarota. Con l’arrivo del Cito le denunzie contro la setta del Capo di Leuca aumentarono. A lui si presentarono Carlo Venturi dei Duchi di Minervino, Nicola Piccioli di Gallipoli, Vito Fusco, Filippo Panzera e Pietrantonio Caniglia per “comunicazioni sugli affari politici della provincia”. Sulle loro dichiarazioni l’Intendente aprì un processo contro il Principe di Cassano d’Aragona, il brigadiere Santo Valente, Liborio Romano, Giuseppe D’Ambrosio e Pasquale Ferrante, tutti accusati di attività politica contro il Governo. In tutta la provincia seguirono perquisizioni ed arresti. A Lecce non vennero risparmiati “preti, frati, sacrestani e scacchini”. L’Intendente Cito, nel suo primo anno d’Intendenza in Terra d’Otranto (1813-1814), operò oltre seimila arresti ed i detenuti si tenevano in carcere senza alcun processo, altri si spedivano direttamente nelle carceri di Napoli, a Santa Maria Apparente, come il medico Giuseppe Durante di Leverano, Gaetano Giannetta di Diso, Santo Valente di Casarano, Giovanni Spirito di Gallipoli, Domenico Antonio De Rossi di Ugento e Oronzo Libertini di Lecce[17].

La preoccupazione principale del Cito erano le sette e fra queste lo preoccupava maggiormente quella degli Edennisti, che proprio nel primo anno di permanenza del Cito a Lecce, si era estesa dal Capo di Leuca fino al Circondario di Taranto[18]. Ferdinando Cito, per raggiungere i suoi scopi, sovvenzionava, incoraggiava delatori e confidenti ponendoli sotto particolare protezione sua e della polizia borbonica.

Il 16 giugno 1825, l’Intendente Cito, credendo di aver messo le mani sulla discussa setta del Capo di Leuca, o quanto meno localizzata, inviò un lungo e particolareggiato rapporto al Ministro di Polizia Intonti[19]. Nello stesso tempo fece arrestare i presunti appartenenti della setta e con lettera riservata, inviata per corriere, fece conoscere i nomi dei settari allo stesso Ministro Intonti.

Con nota del 27 settembre 1825, il Ministro, conosciuti i nomi degli “imputandi”, prescrisse “che questi fossero classificati e per ciascuno si proponessero delle misure in via economica, senza trascorrere in soverchio rigore” [20].

I cinquantuno soggetti elencati dal Cito, in una massa di 143 imputati, vennero distribuiti in tre categorie, secondo la gravità delle imputazioni:

Prima Categoria

Liborio Romano, Giuseppe Maria d’Aragona, Giuseppe Durante, Ciro De Rossi, Gaetano Giannetta, Gaspare Vergine, Cirino Ciullo, Santo Valente. Totale N.8.

Seconda Categoria

Augusto Francot, Ignazio Mastria, Vito Domenico Fazzi, Giuseppe D’Ambrosio, Giambattista Grande, Pasquale Ferrante, Ercole Stasi, Gaetano Romano, Vincenzo Balsamo, Girolamo Congedo, Narcisio Trunco, Agostino Cataldi, Angelo Spirito, Salvatore Nervegna, Salvatore Patitari, Carlo Patitari, Giuseppe Patitari, Francesco Campi, Giuseppe Pasquale Pascarito, Arcidiacono, Pantaleo Pascarito, Sacerdote, Gaetano Molines, Raffaele Paolino Quintana. Totale N.22.

Terza Categoria

Agostino Pirtoli, Domenico Pirtoli, Benedetto De Nigris, Giovanni Romano, Eugenio Romano, Giuseppe Romano, Angelo Romano, Paolino Vigneri, Luigi Guglielmo, Antonio Pasca, Filippo Metrucci, Giuseppe Nigro, Antonio Despisciotta, Antonio Amoroso, Nicola Montefuscoli, Giuseppe Cleopazzi, Agostino Andriani, Pasquale Sauli, Pantaleo Colonna, Giuseppe Quartucci, Giulio Valente. Totale N.21[21].

Della classificazione sul momento non si fece nulla, successivamente furono di nuovo arrestati: Liborio Romano, Gaetano Romano, Eugenio Romano, Ciro De Rossi, Pasquale Ferrante, Giuseppe D’Ambrosio, Narcisio Trunco, Raffaele Paolino Quintana, Agostino Pirtoli, Gaspare Vergine, Angelo Spirito e Raffaele Puzzoni. Tutti vennero inviati a Napoli, con buona scorta di gendarmi, e rinchiusi nelle “segrete” di Santa Maria Apparente.

Dopo l’arresto dei settari la Corte Criminale di Napoli iniziò una lunga serie di processi. Agli imputati, tutti rei di appartenere alla “delittuosa setta degli Edennisti del Capo di Leuca” si cercò di strappare, con lunghi interrogatori, confessioni e rivelazioni sugli altri fratelli, ma non si venne a capo di nulla, perché i settari respinsero decisamente le accuse, quasi che a loro non interessassero.

L’istruzione giudiziaria della Corte Criminale non riuscì a trovare elementi di colpa a carico di tredici imputati che, secondo l’Intendente Cito, erano colpevoli di “sovversivismo violento e di lesa maestà”. Pertanto, il 3 giugno del 1826, la Corte Criminale decise di portare il “giudizio” al Consiglio Ordinario di Stato, che stabilì d’inviare in Terra d’Otranto un “ visitatore” per verificare i fatti relativi alle imputazioni. Per questa missione fu scelto, per ordine del re, Giuseppe Ceva-Grimaldi, Marchese di Pietracotella, già Intendente di Terra d’Otranto, dieci anni prima[22].

Il Ceva-Grimaldi arrivò a Lecce il 27 giugno 1826; occupò un’ala del palazzo del Duca Marulli, e subito iniziò la missione affidatagli dal Re Ferdinando di Borbone. Si recò nei vari Comuni del Capo di Leuca, convocando ed interrogando varie persone di quelle contrade. Per alcuni giorni soggiornò a Gallipoli, ospite di Mons. Giuseppe Botticelli, Vescovo di quella Diocesi dal 1822 al 1828, dal quale ebbe benevole informazioni sui settari di Gallipoli (Spirito, Patitari, Quintana, Puzzoni, De Pace, Valentini, De Rossi, Vienot ed altri), ma non riuscì a raccogliere notizie precise sulle Logge operanti nella città ionica. Rientrato a Lecce, il “visitatore”, dopo qualche giorno, si trasferì a Bari e da questa città inviò al Ministro di Polizia il rapporto conclusivo del suo mandato ispettivo. Il Ceva-Grimaldi nel corso della sua missione non trovò elementi importanti e definitivi nei confronti dei presunti settari Edennisti, tuttavia, nella sua lunga relazione, ricalcò le decisioni già prese dall’Intendente Cito di Torrecuso, proponendo che ai settari effettivi o presunti, divisi in tre classi, venissero erogate le sanzioni stabilite dalla polizia borbonica[23].  In definitiva egli propose le misure di polizia per tutti gli imputati, ma non riuscì a fornire la pur minima prova che effettivamente una nuova setta sovversiva era sorta nel Capo di Leuca e che questa setta era quella degli Edennisti, tanto temuta e perseguitata dall’Intendente Cito di Torrecuso. L’inchiesta del Ceva-Grimaldi fu sottoposta dal Ministro di Polizia Intonti al Consiglio Ordinario di Stato in data 1° agosto del 1826. Il successivo 9 agosto il Consiglio di Stato, per intervento del re Ferdinando di Borbone, concluse definitivamente l’istruttoria aperta per una setta segreta che non si seppe mai se fosse veramente nata ed esistita in Terra d’Otranto e della quale si era sempre parlato vagamente.

Intanto i carbonari salentini continuavano ad operare nell’ombra per portare avanti la loro sospirata rivoluzione politica. Però, dopo il fallimento dei moti rivoluzionari del 1820-1821, i primi carbonari delusi cominciarono a confluire nelle Logge Massoniche costituite in Terra d’Otranto dal Gran Maestro Giacomo Gaetano Comi di Corigliano, che dall’alto della sua “piramide” coordinava tutta l’attività massonica del Basso Salento [24].

Scrive E. Cocciolo su Rinascenza Salentina del 1937, a pag. 271, che le prime notizie sulla Carboneria e le altre sette salentine, le ricaviamo da un processo del 1851 così rubricato:

“Detenzione di carte, insegne, emblemi e diplomi delle proscritte Società Massoniche e Carbonerie, nonché di libri sovversivi al Real Governo. Avvenuto in Corigliano e scoverto il 31 marzo 1851 a carico di Giacomo Comi ed altri da liquidarsi”  più “Associazione illecita in corpo, contenente promesse o vincolo da segreto, costituendo setta sotto la denominazione “Novelli Bruti”, avvenuta in Galatina in luglio 1820 a carico di Giovanni Campa, Antonio Viva, Nicola Mongiò-Gigli, Donato Granafei, Carmine Zappatore, Dionisio Casciaro, Lazzaro Luceri da Galatina”.

   Il Procuratore Generale della Gran Corte Criminale di Lecce, sulla base dei documenti ricevuti, istruì il processo e dette inizio ai primi interrogatori (15 maggio 1851), mentre a Napoli s’interessavano all’iter processuale. Espletata l’istruzione penale e fatti tutti gli accertamenti del caso, lo stesso Procuratore Generale con sua requisitoria del 30 giugno 1851 dichiarò estinta l’azione penale a carico di Comi e Campa perché risultavano trapassati e dichiarò abolita l’azione penale a favore di tutti gli altri imputati perché il reato era coperto dalla Sovrana Indulgenza del 28 settembre 1822 e del 1 febbraio 1848, né vi era alcun elemento di prova che da quest’ultima epoca in avanti fosse esistita in Galatina una setta con la denominazione di “Novelli Bruti”.

BIBLIOGRAFIA

  • Cantù, Storia degli Italiani, Torino, UTET, 1874-1877.
  • Ceva Grimaldi, La Setta Edennista del Capo di Leuca. Relazione al Ministro di Polizia in data 5 gennaio 1827. Carte di Polizia.
  • Ceva Grimaldi, Itinerari di viaggio da Napoli a Gallipoli, a cura di Enzo Panareo, Cavallino, Capone Editore – 1981, pagg. 271-275.
  • –    E. M. Church, Brigantaggio e Società Segrete nelle Puglie (1817/1828), Firenze, Barbera, 1899.
  • Cocciolo, Appunti e note: La Carboneria e le altre sette nel Salento, in Rinascenza Salentina, Lecce, Anno V, 1937 – XV-XVI – R. Tip. Salentina.
  • Colletta, Storia del Reame di Napoli dal 1743 al 1825, Napoli, Stamperia Fibreno, 1861.
  • Congedo, Gli Edennisti in Terra d’Otranto, in Rivista Storica Salentina, Anni 1904-1905.
  • G. De Donno, Della Carboneria in Maglie e nel Salento, Soc. Storia Patria per la Puglia, Maglie, Tip. Giaffreda , 1967.
  • De Rossi, Sette segrete e brigantaggio politico in Terra d’Otranto, Cutrofiano (Lecce), Tipolinolito TP, 1979.
  • Dito, Massoneria, Carboneria, ed altre società segrete, Torino, Tipografia Roux, 1905.
  • Leti, Carboneria e Massoneria nel Risorgimento italiano, Genova, Editrice Moderna, 1926.
  • Lucarelli, Il moto liberale del 1817, in Rinascenza Salentina, Lecce, Anno VI, 1938, Tip. Salentina, pagg. 342-370.
  • Lucarelli, Il Maresciallo di Campo Riccardo Church, il bandito Ciro Annichiarico  e la Carboneria in Terra d’Otranto, in Rinascenza Salentina, Lecce, Anno III, 1935/1936, Tip. Salentina, pagg. 205-217.
  • Lucarelli, La Puglia del Risorgimento, Trani, Vecchi Editore – 1954 – IV.
  • Luzio, La Massoneria e il Risorgimento italiano, Bologna, Zanichelli, 1925.
  • Palumbo, Risorgimento Salentino, Lecce, Tipografia Martello, 1911.
  • Pieri, Le società segrete e i moti degli anni 1821 e 1831, Milano, Vallardi, 1931.
  • Ravenna, Memorie Istoriche della Città di Gallipoli, Ristampa anastatica dell’edizione originale di Napoli del 1836, prefaz. Elio Pindinelli e Mario Cazzato, Comune di Gallipoli, Tip. Corsano, Alezio, 2000.
  • Romano, Memorie Politiche, Napoli, Tipografia Campanella, 1848.
  • Zara, La Carboneria in Terra d’Otranto (1820/1830), Torino, Bocca, 1913.

Pubblicato su “Risorgimento e Mezzogiorno” – Rassegna di Studi Storici – Fondata da Matteo Fantasia – Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano – Comitato di Bari, Anno XV, n.1-2, Dicembre 2004, Direttore Prof. Giovanni de Gennaro dell’Università di Bari, Levante Editori – Bari 

NOTE

[1] Archivio di Stato di Lecce (A.S.L.), Fondo Intendenza – Carte di Polizia – Fascicolo Attendibili.

[2] Il 27 dicembre 1817 il Generale Riccardo Church, Maresciallo di Campo di S.M. Fernando I di Borbone, col suo piccolo esercito, giunse a Lecce “senza molestia alcuna, per punire il delitto ma non le opinioni”, come egli stesso dichiarò. In verità, il Palumbo, fra i più dotti e perspicaci storici del Salento, intravide nel Generale Church colui che, forse inconsciamente, fece maggiore scempio del sangue e delle sostanze dei sudditi salentini. La stessa Commissione Militare, istituita da lui per indagare e punire i briganti, i ribelli e gli assassini, altro non fece se non condannare rei d’infima classe o ladruncoli infelici, lasciando impuniti i responsabili più veri e maggiori, nascosti nell’ombra e ben protetti. “Il generale avrebbe tradito in Puglia la sua missione, trafficando, a prezzo d’ingenti somme, la sua protezione verso i Carbonari più ricchi ed influenti”, fu scritto da mano reazionaria anonima, evidentemente esperta ed autorevole, fra il 1818 e il 1819, nel momento di maggiore sconvolgimento del Mezzogiorno d’Italia, ove imperversava la corruzione, la violenza, l’orrore e la tirannia. Fra il 1816 e il 1817 nella sola città di Lecce si annoverarono più di ventisette omicidi. Il sangue scorreva per odio e per vendetta contro spie e delatori, gendarmi e magistrati, quasi tutti affiliati alle sette politiche più varie. Poi si aggiunsero i briganti che spadroneggiavano nelle campagne pugliesi saccheggiando e uccidendo senza pietà. Nessuno fiatava, nessuno osava procedere a denunzie, arresti, giudizi, e tanto meno a condanne per evitare feroci rappresaglie. Senonché l’arrivo del Generale Church nel capoluogo salentino sconvolse i disegni, le speranze e le aspettative dei Calderari e Carbonari, Filadelfi e Decisi. In verità il Generale inglese, dopo aver scrutato con maggiore pacatezza uomini e cose, e dopo aver ponderato il vero atteggiamento delle fazioni, risolse di prestare il suo appoggio, d’accordo col Generalissimo Nugent, ai liberali moderati, che costituivano la parte più saggia e più ricca della Puglia. I Carbonari di parte moderata, in contraccambio dell’autorevole protezione, si obbligarono di scindere ogni responsabilità e relazione con i Decisi, più violenti e rivoluzionari, agevolando l’opera del Church per ristabilire l’ordine nella regione, così a lungo tiranneggiata da Gaetano Vardarelli, il Re del Tavoliere, e da Ciro Annichiarico, l’infernale abate di Grottaglie, che auspicava l’avvento di una utopistica repubblica sociale ed umanitaria.

[3] A quel tempo la provincia salentina confinava con la provincia di Bari e con la Basilicata.

[4] Uno dei primi documenti della Carboneria leccese risale al 5 aprile 1814 e conferma la politica oscillante del Murat, il quale prima perseguitò, poi cercò di agganciare le nuove tendenze massoniche verso la Carboneria. Le Vendite Carbonare misero piede in Puglia, quando già nel Salento le Logge massoniche operavano dappertutto. La Carboneria cominciò a diffondersi e ad imporsi come mezzo di lotta politica dopo il 1812. Anche nel Salento, all’inizio, era presente il dualismo tra Massoneria e Carboneria, che si caratterizzava in tutto il Regno di Napoli. Poi gli affiliati alla Carboneria aumentarono grazie all’adesione di gran parte dei Massoni. Così le Vendite carbonare assunsero varie denominazioni agitando programmi diversi.

[5] A.S.L., Fondo Intendenza, Carteggio di Polizia, Anni 1816-1825. La Vendita di Galatina è registrata “I novelli Bruti”, di Corigliano “I figli di Attilio Regolo”, di Taviano “I Regoli”, di Lequile “I figli di Catone”, di Castellaneta “Minerva al Colle del Cinto”, di Ginosa “I novelli Cassi”, di Brindisi “Liberi Piacentini”. Ed ancora di Acaja “Il buon senso”, di Otranto “L’idro”, di Nardò “La Fenice Neretina”, di Mottola “Il Taborre”, di San Pietro Vernotico “Schiavi Liberi”, di Gallipoli “L’Asilo dell’Onestà”, di Squinzano “Il sollievo dell’Umanità”, di Grottaglie “I Rodiani figli della Vedova”. Senza nome sono riportate le Vendite di Roccaforzata, Martano, Novoli, Guagnano, Campi, Salice, Francavilla, Mesagne, Presicce, Patù e Copertino. Altre Vendite posteriori al 1815 sono registrate a Novoli “Nuovo Carbone”, a Taranto “Agricoltori del Galeso”,  a Cellino “La Vendita del Monte Sacro”.

[6]  L’abate di Grottaglie Ciro Annichiarico, capo del brigantaggio salentino, ed i fratelli Vardarelli, capi del brigantaggio foggiano, erano al servizio della società Carbonara, mentre andavano maturando i moti rivoluzionari che dovevano scoppiare nel 1817. Da un Prospetto della Provincia di Capitanata per S.M. Francesco I, si apprende che nel 1816 i Consiglieri della Carboneria iniziarono i Vardarelli alla setta e li addestrarono pure nei segreti e nei segni convenzionali, affinché nelle loro incursioni potessero distinguere gli amici dai nemici. Identiche notizie giungevano dalla Terra d’Otranto, dove Ciro Annichiarico era stato promosso a vari gradi della Carboneria. I settari Scazzari ed Astuti, con altri cospiratori, avevano decisamente impegnato Annichiarico per la rivoluzione. Questo “fuorbandito” aveva moltissimi protettori i quali lo proteggevano per due motivi: interesse e paura. Nella primavera del 1817, tra Vardarelli ed Annichiarico ci furono numerosi incontri per concordare una certa unità d’azione contro il Governo borbonico. Carbonari e briganti, quindi, facevano causa comune, gli uni offrendo impunità ai banditi che dilagavano nelle campagne, gli altri dando la loro criminale collaborazione nella lotta contro un dispotismo del pari criminale. Il grave pericolo che incombeva nella regione indusse il Governo borbonico a patteggiare con i banditi, i quali, in cambio di lauti stipendi, si misero al servizio della pubblica sicurezza contro il brigantaggio (passavano così da carcerati a carcerieri!). Ma la cosa non poteva durare a lungo perché il 13 febbraio 1818 arrivò al Comando Supremo Borbonico la notizia che il Capo della Banda dei Decisi Ciro Annichiarico era stato arrestato. Il giorno seguente, senza processo e con rapida esecuzione determinata dall’urgenza di sopprimere il depositario di gelosi ed importanti segreti, Annichiarico venne fucilato nella piazza di Francavilla: la testa, recisa dal busto, fu inviata al natio paese di Grottaglie per essere esposta al pubblico. La stessa sorte toccò, non molto tempo dopo, ai Vardarelli, che furono improvvisamente massacrati nella borgata molisana di Ururi. Scomparvero così per delazioni, tradimenti ed agguati, dopo tanti anni di avventurose scorrerie, i maggiori protagonisti del brigantaggio criminale e politico pugliese di quel tempo.

[7]    A.S.L., Fondo Intendenza – Anno 1822 – Carteggio – Riservate Intendente Fernando Cito di Torrecuso.

[8]    A.S.L., Rapporto della Polizia al Sottointendente di Gallipoli, Giuseppe Filangieri.

[9]    A.S.L., Fondo Intendenza – Carteggio – Corrispondenza – Riservate –  Anno 1822 – Gallipoli.

[10]  Ibidem.

[11]  A.S.L., Fondo Intendenza – Riservate Polizia  – Anno 1822 – Gallipoli.

[12]  Ibidem.

[13]  Ibidem.

[14]  Ibidem.

[15] A.S.L., Fondo citato, Registro degli Attendibili residenti ed operanti nel Distretto Circondariale di Gallipoli.

[16] Furono destituiti dalla carica: Gaetano Pochetti, segretario generale dell’Intendenza, Nicola Mastria, consigliere, Girolamo Congedo, segretario della beneficenza. Furono allontanati da Lecce: Giuseppe De Marco, Giovanbattista del Tufo, Ignazio Metraia, Cesare Galloni, Vito Domenico Fazzi, Nicola Del Giudice, Ludovico Romano, Oronzo Miglietta, Silvestro Colletta ed altri.

[17] A.S.L., Fondo Intendenza, Fascicolo Attendibili –  Anno 1823-1824.

[18] A.S.L., Fondo Intendenza, Anno 1824, Circondario di Taranto.

[19] A.S.L., Fondo Intendenza, Carteggio Gabinetto,  Riservate, Minutario, Anno 1825.

[20] A.S.L., Fondo e Carteggio citato, Anno 1825.

[21] A.S.L., Fondo Intendenza citato, Riservate, Minutario, Anno 1826.

[22] A.S.L., Fondo Intendenza, citato, Anno 1826.

[23] Ibidem.

[24] Il Comi era un antico massone, prima del 1820 divenne un riscaldato carbonaro. In realtà, era sempre stato un settario. Il 31 marzo 1851, il Giudice regio di Cutrofiano, sig. Bonghi, nell’eseguire l’inventario dei suoi beni, trovò nel palazzo Comi, in Corigliano, una cassa piena di carte, documenti e diplomi ritenuti sovversivi al Governo, per cui li sequestrò e li spedì all’Intendente della Provincia di Lecce, che aprì un’inchiesta. Il Comi di solito viveva da solo o con qualche persona di servizio in campagna, nella masseria denominata “Appeti”; la sua casa non era frequentata da alcuno “per non essere il Comi trattabile”. Nel 1848, intollerante della tirannia borbonica, partì a Venezia ove morì il 13 agosto 1849.

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