LA BEFFA DI FRANCESCO CARACCIOLO

LA BEFFA DI FRANCESCO CARACCIOLO

Quella che sto per raccontarvi forse è una storia vera! Ma non lo sapremo mai. Io l’ho sentita raccontare da un vecchio marinaio napoletano, amico di mio zio Michele, Sottufficiale di Marina nell’ultima guerra, prima che morisse sotto un bombardamento aereo a Napoli. Si tratta di una storia intrigante che ha per protagonista il grande ammiraglio Francesco Caracciolo, vittima della feroce repressione messa in atto da Ferdinando IV di Borbone contro i maggiori ispiratori della Repubblica Partenopea del 1799, una volta tornato a Napoli sotto la protezione della flotta britannica.

Quella storia cominciava così:

In un luminoso mattino di primavera, il re di Napoli e tutta la sua corte, vennero svegliati nella loro splendida reggia partenopea, da un tuonar cadenzato di colpi di cannone che si ripercuotevano, fragorosi, nella rada di Santa Lucia, dal Castel dell’Ovo all’Arsenale.

Era arrivata una squadra navale inglese. Si era ai bei tempi della vela. I maestosi vascelli a tre ponti, dalle alte murate, le fregate più snelle, a due file di pezzi in batteria, e le sottili corvette, dallo scafo basso e dall’alberatura altissima, pronta ad utilizzare, con le sue capaci vele quadre, ogni benché minimo soffio di vento, apparivano impavesati di bandiere dalle estremità dei bompressi fino alle strutture di poppa.

Inalberando il bianco stendardo dai gigli borbonici, la flotta napoletana, ammantatasi di fumo, restituì in cadenza, salva dietro salva, il fragoroso saluto.

Di lì a poco, l’ammiraglio Caracciolo in persona, in feluca, parrucca bianca e calzoni corti, come si usava allora, seguito da uno stuolo di ufficiali in alta uniforme, si recava in una lancia a remi a bordo della nave ammiraglia inglese per effettuare la visita, prescritta in tali circostanze, ma il cui ordine di precedenza era stato invertito per volontà del re Ferdinando IV, sempre pavido verso gli inglesi.

Superata la scaletta d’onore, gli ufficiali napoletani vennero ricevuti sul ponte dai loro colleghi d’oltre Manica.

Non sfuggì all’ammiraglio Caracciolo qualche ironico sorriso determinato dall’arrivo dei borbonici a bordo. La prosopopea britannica che si nutre, specie in mare, di uno stolto disprezzo per tutti coloro che non sono nati tra le nebbie d’Inghilterra, aveva infatti, in quella visita di cortesia, una nuova occasione per rivelarsi.

Caracciolo e il suo seguito vennero accompagnati nel “quadrato” di poppa e, in loro onore, fu offerto un cioccolato.

La conversazione si animò. Caracciolo era stato diversi anni prima nelle Antille, a fare pratica di arte navale bellica con gli inglesi e parlava benissimo la loro lingua.

Ma ecco che, dopo aver scambiato alcune frasi, un rombo repentino e tremendo, un frastuono assordante e spaventevole, scosse l’intero vascello, dalla chiglia alle vele, mentre fuori, dagli ampi sportelli a sezione quadra, si vedeva il mare coprirsi di una enorme nuvola di fumo, satura dell’acre odore della polvere da sparo. Cos’era mai avvenuto? Era forse saltata la Santa Barbara del vascello?

Tuttavia, se il massiccio scafo aveva sussultato, scricchiolando penosamente, la mano bianca ed aristocratica dell’ammiraglio napoletano, che reggeva la tazza di porcellana ancora in parte piena della gustosa bevanda, non aveva tremato, né il cioccolato si era riversato sui bianchi risvolti della sua uniforme di Ammiraglio, imbrattandola, il che parve contrariare alquanto i suoi anfitrioni inglesi.

  • Vostra Nobiltà deve scusarmi! – si affrettò a spiegare l’Ammiraglio inglese con un mal celato sorriso ironico. Deve essere stato uno sbaglio del nostro cannoniere. Invece di iniziare le salve in vostro onore, egli ha fatto scaricare i pezzi in una sola bordata. Lo punirò per la sua storditaggine. –

La calma, anzi l’impassibilità di Caracciolo, aveva deluso i britannici i quali, per un volgarissimo scherzo, speravano che a quel tremendo ed improvviso frastuono l’Ammiraglio napoletano e il suo seguito, fossero saltati in piedi, terrorizzati, imbrattando di cioccolato le loro vistose uniformi…

Qualche ora dopo, l’Ammiraglio inglese restituiva la visita al suo collega partenopeo.

Caracciolo accolse il suo ospite sul barcarizzo, mentre le salve in onore degli inglesi  partivano in cadenza regolare, da una murata all’altra del vascello napoletano. Senonché, invece di accompagnare i suoi ospiti nel vasto quadrato di poppa, egli si diresse verso la prora del vascello e incominciò a discendere una serie di scalette.

  • Vostro Onore mi scuserà – annunziò egli al suo collega britannico. – Il quadrato è in riparazione. Ci accomoderemo nella Santa Barbara, che è l’unico ambiente spazioso, disponibile per noi a bordo. –

Alcuni ufficiali inglesi non riuscivano a tradire una smorfia di contrarietà. Sarebbe, infatti bastato una strisciata di piedi, un seggiolone spostato in fretta per far saltare la nave.

Ohimè, quell’improvvisato salotto fra la polvere da sparo uscita dai barili, non era certo indicato per favorire l’inizio di una brillante ed animata conversazione.

Un gruppo di marinai… – scalzi per fortuna – aveva frattanto servito il cioccolato, in sontuosi vassoi colmi di preziosissime tazze. Ma qualche ospite aveva guardato, inquieto, i piedi degli uomini, immersi spesso nella polvere… Che razza d’idea era stata quella di offrire un ricevimento nella Santa Barbara!…

Vuotate le tazze, Caracciolo, affettando la più grande indifferenza, trasse di tasca la pipa e, chiestane licenza agli ospiti allibiti, batté l’acciarino per accendere il tabacco. Le scintille sprizzarono, vivide, dall’acciarino. I volti degli ufficiali inglesi si fecero bianchi, bianchi quasi quanto gli immacolati risvolti dell’uniforme dell’Ammiraglio partenopeo. Poiché sarebbe bastato che una scintilla, una sola scintilla fosse caduta sui rivoli di polvere serpeggianti sotto ai tavoli, per determinare una vampa improvvisa, poi una fiammata allucinante e un rogo immane che avrebbe trasformato quasi istantaneamente il bel vascello partenopeo in un vulcano apertosi in mezzo al mare, e allora alberi, pennoni, artiglierie e uomini, sarebbero volati in alto o scagliati lontano dallo scoppio simultaneo di trecento barili di polvere da sparo.

Imperturbabile, Caracciolo aspirò una prima boccata di fumo e accavallò le gambe.

  • Ma Vostra Eccellenza non teme che sia pericoloso fumare qui? – si azzardò a chiedere un giovane ufficiale, il più balordo di tutti e che aveva dimenticato la beffa del mattino.

  • Cosa volete? Sono abituato a fumare qui dentro! – rispose l’ammiraglio continuando a godersi il suo buon tabacco profumato.

E la conversazione venne ripresa. Ma non senza una certa fatica… Perché gli ufficiali inglesi sembravano seduti sui carboni ardenti. Attenti a non smuovere i seggioloni, attenti a tenere le gambe immobili, i loro sguardi cadevano di tanto in tanto, irrequieti ed ansiosi, su quella pipa dannata che non cessava di sprigionare nuvole di fumo e che, per giunta, ad ogni poco, aveva bisogno dell’acciarino, quel maledetto acciarino, per riaccendersi!

La fine della riunione venne perciò accolta con un mal represso respiro di sollievo… L’unica persona calma, soddisfatta e sorridente, in mezzo a quel vulcano “in potenza”, pronto ad esplodere, era precisamente Caracciolo… Povero grande Ammiraglio! Gli inglesi, e la gelosia professionale di Nelson che ne conosceva il valore, non gli perdonarono di essere un uomo di fegato e di amare quell’Italia che doveva avviarsi a diventare una nazione libera e unita.

Pochi anni dopo, il suo corpo pendeva inerte a un pennone della fregata siciliana Minerva, nel golfo di Napoli, benché egli avesse chiesto la fucilazione!

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