LE VICENDE DEGLI ULTIMI STUART A ROMA

LE VICENDE DEGLI ULTIMI STUART A ROMA

Dalle cronache romane del Settecento

    Il 1° agosto 1714, alla morte della Regina Anna, grazie all’Atto di successione del 1701, fu proclamato  Re di Gran Bretagna ed Irlanda Giorgio I di Hannover, figlio di Sofia, nipote di Giacomo I Stuart, morto nel 1625. Fallito in Scozia il tentativo di riprendere con le armi il trono occupato da Giorgio I, il figlio di Giacomo II, l’ultimo monarca della dinastia degli Stuart  che avesse effettivamente regnato sull’Inghilterra, si stabilì a Roma, città consolatrice delle perdute grandezze. Si chiamava come il padre, Giacomo, anzi ufficialmente s’intitolava Giacomo III, Re d’Inghilterra, Scozia, Irlanda e Galles, mentre nella vita ordinaria usava farsi chiamare, considerandosi come sovrano in incognito, Cavaliere di San Giorgio. Il suo matrimonio con Maria Clementina Sobieska, discendente dal prode re polacco che aveva liberata Vienna dai Turchi, era stato l’oggetto di lunghi e complicati negoziati. I partigiani di Giorgio I di Hannover avevano cercato di ostacolare in tutti i modi quel matrimonio, che poteva costituire una seria minaccia contro il loro sovrano. Giunsero persino a far imprigionare, ad Innsbruck, la principessa Maria Clementina, mentre, accompagnata dalla madre, si trovava di passaggio in quella città, per recarsi in Italia, a raggiungere il suo fidanzato. Infine, a dispetto di tutte le contrarietà e di tutte le avventure di carattere prettamente romantico, il matrimonio fu celebrato nella cittadina di Montefiascone, fra Viterbo e Bolsena, il 1° settembre del 1719.

A Roma, l’esistenza di Giacomo e Maria Clementina ebbe inizio sotto l’egida paterna di papa Clemente XI, Albani, che non solo provvide alla parte spirituale e morale degli sposi ed il riconoscimento completo delle loro prerogative reali, bensì provvide anche al loro benessere materiale. Infatti assegnò ai regali sposi come residenza il palazzo Muti a Piazza Santi Apostoli, oltre ad una villa a Monte Mario, una piccola corte, un corpo di guardia di truppe papali, ed infine un sussidio annuo di dodicimila scudi, il quale, insieme a quelli versati loro dalla Francia e dalla Spagna, assicurava agli esuli Stuart un’esistenza conforme alla loro dignità reale.

I primi tempi del loro soggiorno a Roma trascorsero infatti sereni e furono allietati dalla nascita, avvenuta il 31 dicembre del 1720, del principe Carlo Edoardo, seguita, alcuni anni dopo, da quella di Enrico, il futuro cardinale di York. Nessuno avrebbe potuto supporre che con questi due fratelli sarebbe finita la dinastia degli Stuart, dopo aver regnato quattrocento anni in Scozia, e ottantacinque in Inghilterra.

Il futuro di Giacomo e Maria Clementina era del resto destinato ad essere una serie di agitazioni e di scandali. Le agitazioni furono dovute alla politica, perché il Cavaliere di San Giorgio non perdette mai la speranza di poter tornare sul trono d’Inghilterra. In tal senso non cessò un sol giorno di organizzare intrighi e complotti per raggiungere lo scopo.  D’altra parte, il pretendente al trono, corse più volte il rischio di cadere vittima di sicari, perché la fitta rete di spie e d’insidie che circondarono il Re Giorgio I, misero continuamente a repentaglio la sua vita. Come se tutto ciò non bastasse, Giacomo aggiunse la sregolatezza della sua condotta e le gravi infedeltà verso Maria Clementina,  della quale ben presto si parlò in tutta Europa come di una delle più infelici consorti. Palazzo Muti divenne teatro di scenate e di pettegolezzi senza fine per la Roma settecentesca, la quale, specie in alcuni ambienti, viveva di queste cose. La Sobieska, gelosissima e fiera, allorchè credette di non poter più sopportare l’affronto del marito, che la costringeva  a vivere sotto lo stesso tetto con la propria amante, un’avventuriera a cui il pretendente al trono d’Inghilterra aveva dato un impiego di corte e il titolo di contessa d’Inverness, Maria Clementina organizzò una drammatica fuga dal palazzo e si rifugiò nel convento di Santa Cecilia. Questo avvenimento segnò il culmine dello scandalo. Poi, la morte liberò Maria Clementina dall’infelicità. Il consorte le sopravvisse di pochi anni, fino al 1776, ma questi pochi anni furono per lui di dolore e di miserie. Tormentato da malattie che non perdonano, affranto dal tramonto definitivo delle sue speranze politiche e dal peso dell’età, Giacomo cercò un’ultima consolazione nella religione, chiedendo perdono a Dio dei suoi peccati.

Il Papa volle onorare la sua morte facendogli celebrare nella basilica di San Pietro un funerale nelle forme solenni riservate ai sovrani. La salma di Giacomo III, Re di Gran Bretagna, fu rivestita in pompa regale, con la corona, lo scettro e il manto di ermellino. Il Vaticano, naturalmente, non riconosceva il re Giorgio I di Hannover,  l’eretico, che sedeva sul trono di Londra. Più tardi fu consacrato in San Pietro alla memoria degli Stuart un monumento, opera del Canova.

Se le vicissitudini coniugali del penultimo degli Stuart avevano sollevato grande scalpore, una sorte uguale era riservata al figlio Carlo Edoardo, detto il Giovane Pretendente. Per i suoi partigiani egli era Carlo III, ma portò abitualmente il titolo di conte d’Albany. Carlo Edoardo offrì un triste esempio di sé stesso, degradando dall’alto in basso nella sfera morale. Nel tentativo anche da lui compiuto sui campi della Scozia per recuperare il trono, egli aveva dato numerose prove del suo valore. Quando dopo la battaglia di Culloden, che poneva fine alla sua audace ma sfortunata impresa, dovette affrontare, per salvare la propria vita – sulla quale i nemici avevano posto una taglia di 30.000 sterline – pericoli d’ogni sorta, s’attirò l’ammirazione di tutti. Tornato a Roma, il giovane principe che aveva brillato nella corte di Francia per la sua eleganza e che aveva fatto palpitare tanti cuori di donne, attratti dalle vicende romantiche di cui era stato l’eroe, divenne un altro uomo, un misantropo, cupo, irriconoscibile, che cercando l’oblio nel bere, vi  trovò invece la sua degradazione.

Comunque vi fu chi pensò ad un matrimonio per questo cinquantaduenne ridotto in tali condizioni, scegliendogli una compagna ventenne, Luisa di Stolberg-Gedern, appartenente ad una delle innumerevoli piccole case principesche regnanti in Germania. Chi concepì un matrimonio così assurdo fu il duca d’Aiguillon, succeduto, nel 1771, a Choiseul, quale Ministro degli affari esteri di Francia.

Gli ultimi Stuart erano , come abbiamo visto, Carlo Edoardo e suo fratello Enrico, entrato, negli ordini sacri. Il duca d’Aiguillon pensò dunque che se l’ultimo pretendente Stuart avesse potuto assicurarsi una discendenza, ciò avrebbe rappresentato una nuova minaccia per la casa degli Hannover, salita sul trono d’Inghilterra. Quanto alla giovane Luisa di Stolberg, essa fu certamente toccata dalle descrizioni che le avevano fatto di questo principe cavalleresco ed infelice, che del resto non aveva mai visto, e poi non si può negare che per l’ambizione della giovane rappresentasse un grande fascino il titolo di “regina”. Una volta sposati, Carlo Edoardo e Luisa vennero a Roma e si stabilirono nel palazzo di Piazza Santi Apostoli. La vita matrimoniale parve risollevare il Giovane Pretendente ad abitudini più conformi alla sua dignità. Cessò di ubriacarsi tutte le sere e si comportò con più riguardo nei confronti della moglie e del personale del Palazzo. Ma questa riabilitazione durò poco perché egli ricadde ben presto nella malinconia più cupa, negli eccessi dell’alcolismo e più biasimevole fu la sua condotta verso la giovane Luisa, a cui rese la vita insopportabile con la sua insensata gelosia. Fra l’altro, la teneva chiusa in casa, come una prigioniera.

Il re di Svezia, Gustavo III, che si trovava in quel momento in Italia, in incognito, sotto il nome di conte di Haga, cercò in qualche modo di rimediare a questo stato deplorevole di cose, messo a compassione non soltanto della contessa d’Albany, ma anche del suo sciagurato marito, che, nonostante tutto, considerava il legittimo re d’Inghilterra. Gustavo III pensava anche all’eventuale recupero del trono da parte dello Stuart, che avrebbe dovuto poi diventare suo alleato. Però, visto lo stato di avvilimento in cui era caduto il Giovane Pretendente, Gustavo III si limitò soltanto ad aiutarlo. Perciò gli assegnò una pensione annuale e convinse le corti di Francia e di Spagna a continuare a versare anch’esse allo Stuart i loro sussidi, assicurando che, in fondo, apparteneva sempre ad un’antica famiglia reale e quindi ne era degno. I Papi che erano succeduti a Clemente XI non avevano cessato di aiutare i pretendenti inglesi, per cui le loro vicende private in qualche modo si sistemarono. Il fratello Enrico, il cardinale di York, nel frattempo era stato nominato arciprete della Basilica Vaticana e vescovo di Frascati. Egli però si era impossessato di una parte dei gioielli di Casa Stuart, e dovettero intervenire il Papa ed il re di Svezia per convincerlo a restituirli al fratello primogenito cui spettavano.

Nello stesso modo in cui Roma un tempo era stata piena delle sventure coniugali di Maria Clementina Sobieska, così si parlava ora del trattamento crudele cui il conte d’Albany sottoponeva la propria consorte. Dovette intervenire di nuovo il re di Svezia, Gustavo III, il quale, dopo inutili intermediazioni, propose allo Stuart che avrebbe negoziato la sua separazione legale dalla contessa d’Albany, se avesse rinunziato alle sue pretese al trono, tanto più che ormai non poteva aspettarsi alcuna discendenza. Il vecchio Carlo Edoardo alla fine accettò e Gustavo III si rivolse alla contessa d’Albany per comunicarle che aveva raggiunto l’accordo col marito. La contessa così rispose alle premure del re Gustavo III, che, come abbiamo già detto, si trovava in incognito in Italia :

“Signor Conte, non si potrebbe esser più riconoscenti di quanto io ho sentito di esserlo verso di voi ricevendo la vostra, datata Roma, il 24 marzo (1784). Mi pongo completamente nelle mani di un amico prezioso come voi siete, poiché non conosco nessun altro cui potrei meglio affidare il mio onore ed i miei interessi. Cercate di condurre a fine questo affare il più presto possibile. Per conto mio, consento pienamente alla separazione da mio marito. Nell’esprimervi la mia più sincera gratitudine ed amicizia, rimango la vostra buona amica – Contessa d’Albany”.

Una settimana dopo, Carlo Edoardo confermava la separazione in un documento ufficiale, che cominciava con queste parole : “Noi Carlo, per la grazia d’Iddio re di Gran Bretagna”, e recava la firma : “Carlo Rex”.

“Carlo Re”. Era l’ultima volta che così doveva firmarsi lo sventurato principe. Carlo III poteva considerarsi morto, per quanto sopravvivesse per circa quattro anno. Di lui scrisse il suo amico e protettore re di Svezia : “Da quando è rimasto vedovo ( scrisse proprio così ) non eccede più nel bere, è divenuto molto sobrio, molto saggio. Qualche volta soltanto la sua testa si esalta quando parla delle sue disgrazie e del modo in cui fu trattato a Parigi, dopo la pace del 1748”. La pace cui faceva allusione il sovrano svedese era quella di Aquisgrana, che escludeva gli Stuart da ogni pretesa al trono d’Inghilterra, e il trattamento del governo di Parigi nei confronti del Pretendente consisteva nella proibizione a lui notificata di risiedere in Francia.

Anche Carlo Edoardo, alla sua morte, avvenuta nel 1788, ebbe, come suo padre, nella Basilica Vaticana, funerali reali. Quella corona della quale non aveva potuto cingersi la testa, fu posata sul suo feretro.

Il fratello, cardinale di York, tentò qualche timido passo per affermare i suoi diritti di successione al trono. Fece addirittura coniare una medaglia con la sua immagine e con la scritta : “Enrico, re di Gran Bretagna, solo per grazia di Dio”. Ma finì per accettare dall’usurpatore del Regno una pensione annua di quattromila sterline, quale compenso della rinuncia ad ogni suo diritto. E senza dubbio, come dissero anche  in quel tempo, concluse un ottimo affare.

Alla contessa d’Albany il destino riservò di divenire l’ispiratrice di un grande poeta. Il suo incontro con Vittorio Alfieri parve infatti segnato dal fato. Al solo vederla egli s’innamorò perdutamente di lei ed ebbe la felicità di sentire contraccambiati i suoi sentimenti. Da quell’amore, colei che aveva portato un titolo effimero di regina, doveva raggiungere una fama duratura, perché la gloria di Vittorio Alfieri, doveva consacrarla alla morte. Dal 1787 fu la sua compagna e la sua ispiratrice.  Donna intelligente e colta, animò i salotti letterari di Parigi, Firenze e Roma. Morì il 29 gennaio 1824 a Firenze. Le sue spoglie riposano a Santa Croce, presso la tomba del suo poeta, non lontano dai monumenti di illustri uomini italiani.

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