VIAGGIO SENZA SPERANZA

VIAGGIO SENZA SPERANZA

Alla stazione di Napoli scese la coppia di sposini e Mario restò solo con l’anziano prete.

   “Chissà cosa fa in giro, un prete, a questa ora di notte…” pensò Mario, e riprese a leggere il giornale. Il parroco pose le mani in grembo, il breviario stretto tra di esse, poi socchiuse gli occhi e cominciò a muovere impercettibilmente le labbra.

   “Sta pregando o sta dormendo?”, si chiese Mario, “…o forse i preti pregano anche dormendo? A proposito, anche la mamma quando pregava chiudeva gli occhi… Chissà perché ho detto “pregava” come se fosse già morta… Lo sarà di già?”

   Certo che Antonia, se la mamma non fosse grave, non avrebbe scritto sul telegramma: “Vieni subito. Mamma gravissima”. Lei lo sa che non posso lasciare l’ufficio e se non fosse cosa veramente grave non mi avrebbe scritto così…

   Poco prima di Salerno il prete si scosse dal suo torpore, prese la borsa di cuoio, salutò e si avviò senza fretta lungo il corridoio per scendere alla stazione. Mentre il treno ripartiva, Mario si affacciò al finestrino ed osservò il prete che si guardava attorno, titubante, e poi si avviò a piccoli passi sotto la pensilina. Mario pensò che forse nessuna cosa al mondo può rendere l’idea della solitudine come il marciapiede di una stazione vista di notte. Si rimise a sedere e provò a dormire un poco.

   “Non sono mai riuscito a dormire nel treno e certamente non riuscirò nemmeno questa volta. Domani mattina arriverò al paese che sarò uno straccio”. Il treno filava rapido nella notte, mentre Mario correva col pensiero al passato.

   “Quanto tempo che non mi vede povera mamma. Lei è stata una buona madre, mentre io non sono stato un buon figlio, proprio no, davvero. Ma per lei, forse, lo sono stato. Per le mamme i figlioli sono tutti buoni, sempre. E poi è difficile essere buoni figli quando si mette su famiglia; e vai in ufficio, e segui lo studio dei ragazzi, e tua moglie che vuole questo, quello e quell’altro, e non è mai contenta di quello che si fa! Quanti anni avrà, adesso, la mamma? Vediamo un poco, forse settantanove. Sì, settantanove anni, certo che sono tanti, ma se li portava bene… strano, anche adesso ho pensato a lei come se fosse già morta. Ogni tanto le ho mandato dei soldi, è vero, ma forse non è di questo che lei aveva più bisogno… Scrivi, Mario, scrivi più spesso…e poi vieni a trovarmi, magari di Natale, ho voglia di vederti, figlio mio, ed anche tua sorella Antonia, lo sai…

   Il treno si fermò ad una stazione di cui qualcuno, in lontananza, annunciò il nome. Poi riprese a marciare, prima lentamente, poi sempre più veloce. Mario continuò a correre col pensiero incontro a sua madre.

   “Vieni a trovarmi più spesso, mi scriveva, ma io non sono andato a trovarla nemmeno quando ebbe la polmonite. Se vuoi andare da tua madre vacci, ma la polmonite, al giorno d’oggi, non è cosa grave – diceva sua moglie – pensa all’ufficio, ai ragazzi, alla spesa da fare… e non ci andai. Però alla Fiera di Milano ci sono stato. Già, non credo di essere stato un buon figlio, non credo proprio”.

   Il treno correva veloce verso l’alba e Mario si lasciò andare in un inquieto dormiveglia… “Chissà se arriverò in tempo perché possa vedermi?”.

   A Battipaglia salirono due giovani operai che si recavano al lavoro. Intanto il tempo si stava guastando. Uno dei due operai si sedette accanto a Mario, tirò fuori un’armonica e cominciò a soffiarci dentro motivetti allegri. Mario pensò che quello suonava motivi allegri e lui aveva in tasca il telegramma che diceva: “Vieni subito. Mamma gravissima”. Forse è già morta, mamma, e quello suona. Egli cercò di ricordare quante volte, in quasi vent’anni, sarà tornato al paese per vedere la madre. Cinque, sei… o forse quattro?  Almeno, però, avrei dovuto scrivere più spesso… Dio, questa musica mi dà sui nervi! Perché non la smette? Quasi, quasi cambio scompartimento… ma non lo fece. Qualcosa gli impediva di muoversi, di pensare ad altro o di non pensare a nulla.

   Mario cercò di vedere il viso mesto della vecchia madre con un sorriso, ma non riuscì. Possibile mai? L’unica cosa che gli venne in mente, della sua infanzia, fu quella volta che scappò di casa e si nascose, per una notte, nel pagliaio di Tommasino. Quando la mattina dopo lo ritrovarono e lo riportarono a casa, la mamma fece come per picchiarlo, ma poi si nascose il viso tra le mani e si mise a piangere.

   “Chissà quante volte l’avrò fatta piangere…”.

    Il treno entrò in una lunga galleria e l’operaio dell’armonica smise, improvvisamente, di suonare.

    “Dio fa che la riveda ancora una volta…”, pregò Mario.

    Come il treno uscì dalla galleria, l’operaio ricominciò a suonare. Ora aveva preso a piovere e le gocce, lungo il finestrino impolverato, sembravano lunghe lacrime sporche…lunghe e sporche lacrime di una tristezza infinita… senza speranza.

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