LE ORE DELLA GUERRA : IN PATTUGLIA

LE ORE DELLA GUERRA : IN PATTUGLIA

In un pomeriggio di settembre, mentre il sole colorava i monti e gli alberi, e lo Spitz, enorme, in ombra, si macchiava di striscioni turchini, alternati da forre violastre, e il cielo di un azzurro fondo mostrava qualche nuvola bianca, partimmo dalle trincee, leggeri e freschi, per esplorare il piccolo paese lontano, giù nella valle profonda. Partimmo ridendo, scendendo veloci, a salti, il sentiero ripido, incavato nella roccia, sull’orlo del burrone. Il soldato di punta avanzava agile, audace. Il sentiero s’inabissava in un bosco di faggi, poi, fuori, si apriva sulla roccia  nuda e scoscesa. E di faccia, come un’apparizione improvvisa sul dosso di là dalla valle, il forte Belvedere, il terribile forte nemico, mostrò d’un tratto la sua fronte grifagna… Silenzio… e si va avanti.

La pattuglia si allunga, si distanzia, marcia cauta e silenziosa. Sgusciamo tra le rocce per sfuggire all’occhio del mostro. Dal fondo invisibile sale lo scroscio di un torrente. La discesa continua calma e prudente. Appena il sentiero si allarga e scende troppo scoperto, lo lasciamo, girando il fianco di un promontorio che scende giù e ci caliamo sottratti alla vista del forte. Le pareti dei monti si elevano sempre più alte. Scendiamo di roccia in roccia, afferrandoci agli sterpi. Improvvisamente si apre, dinanzi a noi, il fondo della valle, dove il torrente s’allunga fra il verde.

Ci aduniamo e dopo una sommessa intesa riprendiamo a discendere, cautissimi, distanziati. Io rimango in coda con un compagno. Passando da macchia a macchia, vediamo una stradina sassosa che penetra nel paese, tra due muretti bassi. Vedo due compagni che l’attraversano uno alla volta, curvi, correndo, poi scompaiono dietro gli alberi. D’improvviso uno scoppio formidabile e lacerante squassa la montagna, si prolunga per la valle.

Mi butto a terra col mio compagno e rimango fermo ansiosamente. Passa qualche minuto di strano silenzio. Poi due fischi brevi, acuti, ci chiamano. Corriamo. Giungendo udiamo una voce bassa : “C’è Nicola ferito”. Sulla stradicciola, all’imbocco del paese, il soldato di punta giace a terra, supino e silenzioso, coperto di sangue e di polvere. Ci volgiamo intorno smarriti. Tutto è silenzio, nessuno si muove. Che cosa è stato? Di dove viene quel colpo? La valle è sempre deserta e muta. Il forte Belvedere tace. Poi scorgiamo, poco lontano, sulla strada, un bossolo di Sraphnel, scoppiato, il quale ha per noi un non so che di vivo; e crediamo sia la causa del ferimento. Poi ci chiniamo sul compagno colpito. E’ ferito alle gambe. E’ ricoperto di terriccio; di fianco a lui c’è tra i sassi una buca. Allora ci si rivela l’insidia sotterranea. E’ lo scoppio di una mina. Mentre uno di noi subito parte e risale, verso la trincea lontana, a chiedere soccorsi, noi trasportiamo a braccia il ferito, su nella stoppia, lo adagiamo dietro un cespuglio. Dalla sua bocca, chiusa e ferma, non esce un gemito. Nella immobilità del volto, imbrattato di terra, solo le ciglia battono sovente. Sotto l’occhio destro da un buco profondo, cola un sangue denso, rosso, cupo. Il momento è orribile.

Il rombo enorme della mina deve averci rivelati. Occorre intanto medicare alla meglio il ferito. Siamo allo scoperto, sotto gli occhi del forte e in faccia al costone austriaco. Due compagni curvi,  a ginocchio, nascondono il ferito tra le rocce e i cespugli, ed incominciano a medicarlo. Poiché bisogna anche sorvegliare le vicinanze, mi pongo in vedetta con l’altro compagno, un poco avanti, dietro un gelso, col fucile pronto, guardando il paese, la vallata, il monte di faccia. Il villaggio è deserto. Quelle case, svuotate d’ogni vita, sono tragiche e sinistre. Temo di udire lo scricchiolare di un passo sui ciottoli, o di vedere un’ombra sbucare, o di sentire un colpo di fucile.

Mi volgo nell’impazienza verso i compagni incitandoli. Uno è sceso, cauto, al paese e ne ha riportato un catino d’acqua con la quale lavo le ferite di Nicola. Temiamo che qualche pattuglia nemica ci veda; i soldati che vigilano credono di scorgere qualcuno oltre il torrente sulla pendice nemica. E ripartiamo, salendo il sentiero tra le rocce dove ormai siamo coperti difesi dai tiri del forte. La valle è ridiventata silenziosa. Ogni tanto, sfiniti, riposiamo, alternando la vigilanza alle spalle. Però avanziamo pochissimo, la salita sembra sempre più alta. Incomincia a fare buio.

Andiamo avanti. Abbranchiamo la barella e la trasciniamo tesi in uno sforzo sovrumano. Il ferito non parla, non geme, subisce tutti gli sbattimenti in silenzio, solo il suo occhio si volge a noi mite e riconoscente. A poco a poco s’aggiunge l’orrore del crepuscolo e della notte. E le trincee sono ancora distanti. Riusciamo infine a girare il promontorio estremo ed entriamo in una valle boscosa. I nemici non ci potrebbero più raggiungere. Sono esausto, i miei nervi tormentati stanno per cedere. E’ notte. I miei compagni ora parlano calmi, ridono anche. Dopo lunghe ore di spasimo taciturno, quei loro suoni calmi sono come carezze. Intorno regna una letizia socchiusa. Gioia inesprimibile di essere vivo e salvo, di sentirsi il sangue palpitare nelle vene. Qualcuno scherza amorevolmente col ferito, che tace disfatto.

A un tratto, udiamo, in alto, sopra di noi, un fischio, poi un altro. Sono i nostri. Rispondiamo.

Un calpestio lontano, un rimbalzare di pietre lungo un sentiero. Alcune voci concitate.

Qualcuno scende, saltando pel sentiero. Balziamo in piedi. E’ una squadra di soccorso.

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