IL GIORNO DELLA MEMORIA

IL GIORNO DELLA MEMORIA

Per ricordare la tragica vicenda dei nostri connazionali infoibati o costretti ad abbandonare la propria terra sul litorale adriatico

Una tragedia immensa, poco nota, da molti dimenticata. E’ accaduto a centinaia di migliaia di italiani dell’Istria e della Dalmazia, per colpa dell’ultima guerra. Perseguitati dall’esercito di Tito e dai partigiani comunisti jugoslavi, sono stati massacrati nelle foibe o costretti a fuggire dalle proprie terre. Nessuno intende sollevare polemiche inutili o riaprire risentimenti del passato, ma è doveroso ricordare la verità storica, dopo tanti anni di silenzio.

   Padre Flaminio Rocchi, francescano di Neresine, isola di Lussino-Pola, ha condensato in un volume di straordinaria forza e documentazione, la tragica vicenda dei nostri connazionali costretti ad abbandonare nell’ultimo dopoguerra la propria terra sul litorale adriatico. Il libro, di 652 pagine, è stato pubblicato dalle Edizioni Difesa Adriatica di Roma e s’intitola: “L’esodo dei 350 mila giuliani, fiumani e dalmati”. Padre Rocchi, cappellano militare durante la guerra, nella sua lunga esistenza si è interessato dell’Associazione Venezia Giulia e Dalmazia; è stato membro della Società Istriana di Archeologia e Storia Patria ed animatore della Fondazione Giuliana, Fiumana e Dalmata, con sede in Roma. Nelle pagine del suo libro, Padre Rocchi ha delineato i principali termini di una vicenda che si ripercuote ancora oggi sulle persone coinvolte dall’esodo e sulle loro famiglie. L’esodo dei giuliani e dei dalmati comincia alla fine del 1943 e raggiunge il massimo negli anni 1947-1948. E’ una lunga, dolorosa processione che si snoda attraverso tutte le strade d’Italia perché i 109 Campi di raccolta sono disseminati in tutte le regioni. I profughi sono 350 mila, affamati, spauriti, disorientati. Hanno un misero fagotto sulle spalle e trascinano per mano 50 mila bambini. Scompaiono in silenzio nelle baracche di legno e negli androni delle caserme abbandonate dai soldati. Vi resteranno per più di dieci anni. La gente, dai margini delle strade e dalle finestre, osserva e chiede: “Perché venite in questa Italia sconfitta e distrutta? Perché fuggite dalle vostre case, dalle vostre terre? Perché fuggite da una Jugoslavia vincitrice e democratica? Ma siete proprio dei perseguitati o state fuggendo troppo in fretta per paura collettiva?”. I comunisti rispondono subito: “Fuggono perché hanno una sporca coscienza fascista”.

   A Venezia i comunisti accolgono con fischi e sputi i primi profughi che sbarcano dal “Toscana”. In seguito gli sbarchi a Venezia e ad Ancona debbono avvenire sotto la scorta dei soldati mandati dalle autorità. La Pontificia Opera di assistenza usa preparare presso la stazione di Bologna un pasto caldo per i profughi provenienti da Pola, via Ancona. Un giorno i comunisti bolognesi minacciano lo sciopero se il convoglio degli esuli si ferma. E il convoglio non si ferma. I profughi non protestano, piangono, ed in silenzio scompaiono nella nebbia verso La Spezia per essere accolti nei cameroni della Caserma “Ugo Botti”. A Trieste il 30 aprile 1945 i comunisti affiggono un manifesto, a firma di Palmiro Togliatti, che dice: “Lavoratori di Trieste, il vostro dovere è di accogliere le truppe di Tito come liberatrici e di collaborare con esse nel modo più stretto”.

   I profughi si riversano in Italia a ondate con vecchi piroscafi, con barche, con treni, con carri. Il maggior flusso si verifica negli anni dal 1945 al 1949. Tenuto conto anche delle fughe successive e di quelle sfuggite al controllo, il loro numero può essere fissato in 350 mila. In Italia nessuno ha un’idea precisa di quello che succede nell’Istria. Il pericolo è grande di fronte a questa tragedia che colpisce centinaia di migliaia di uomini, donne, anziani e bambini, che hanno la sola colpa di essere italiani. La popolazione di Pola è angosciata e si chiede se riuscirà a salvarsi dalla ferocia dei partigiani comunisti jugoslavi e dei soldati di Tito. Per gli italiani che hanno vissuto in quelle terre, l’esodo dalla penisola istriana ha significato l’abbandono di ogni cosa cara, la distruzione dei focolai domestici e delle comunità cittadine; per molti ha voluto dire la morte, la disperazione, la miseria. Un antifascista di Pola che lottò nelle file comuniste, scrive che l’esodo ebbe le sue radici in una reazione naturale al violento tentativo di rapida snazionalizzazione da parte degli slavi.

   Su tutta l’Istria pesa l’ombra di un destino terribilmente incerto. La gente, bloccata dalla paura nelle case, origlia attraverso le imposte delle finestre: soldati arrabbiati, rastrellamenti, delazioni, vendette, spari, fughe, infoibamenti. Notizie nuove, terrificanti, spesso ingrandite dal timore, corrono per le città e per le campagne. Le città cominciano a svuotarsi. Da Fiume fuggono 54.000 su 60.000, da Pola 32.000 su 34.000, da Zara 20.000 su 21.000, da Rovigno 8.000 su 10.000, da Capodistria 14.000 su 15.000. E’ una tragedia immensa, conosciuta da pochi e da molti dimenticata.

   Ogni anno, il 10 febbraio, si celebra il Giorno del Ricordo in memoria delle Vittime delle foibe e dell’esodo forzato di centinaia di migliaia di giuliani, fiumani e dalmati dalle loro case e dalle loro terre sul litorale adriatico. La giornata del ricordo, è stata sancita con Legge dello Stato approvata a larghissima maggioranza dal Parlamento Italiano.

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