PEPPE DETTO CHIANGI

PEPPE DETTO CHIANGI

Il sole ghignò e scomparve dietro la piccola collina che lambiva ad occidente il paesetto bianco e tozzo. Le campane annunziarono il vespro con lenti tocchi. Svolazzando un corvo raggiunse la vetta del campanile e vi si appollaiò.

   Con passo lento, un vecchietto discese incerto la breve scalinata della Chiesa, poggiandosi su un nodoso bastone. La sua testa calva, pur conservando torno torno, all’altezza delle tempie, una candida corona di capelli, gli conferiva una certa somiglianza col Cristo incoronato di spine. Il viso scarno e legnoso era segnato da due occhietti vispi, in tale dimestichezza col pianto che serbavano, ormai costante, una languida lucentezza. Il resto della persona, lunga ed ossuta, rivestita di vecchi stracci, gli conferiva piuttosto le sembianze di un misero mendicante.

   Tutti in paese conoscevano Peppe, soprannominato Chiangi per quella sua mania di recarsi in Chiesa, ogni qualvolta le campane suonavano a morto, a pregare piangendo pel defunto, chiunque esso fosse, anche se a lui completamente sconosciuto. Era una fissazione come un’altra ! E forse per questa facile pietà pei dolori del prossimo tutti, al paese, gli volevano bene. E Peppe era grato a tutti di quella benevolenza, a tutti meno che ai bambini, i soli a tormentarlo nella loro innocente inclemenza. E soffriva Peppe nel  vedersi così maltrattato proprio dai bambini che tanto gli piacevano. Eppure, per quanto avesse fatto, non era mai riuscito a capire da che dipendesse la repulsione che involontariamente suscitava in loro e sopportava, ormai, rassegnato, le loro birbonate. Come avrebbe desiderato che tutti quei monelli, invece di attenderlo puntualmente all’uscita della Chiesa, per farne il loro bersaglio preferito di ciottoli, beffe e crudeli motteggi, si accoccolassero attorno a lui e lo divertissero con giuochi, storielle, buffonate ed altro. Invece, no ! Proprio loro dovevano perseguitarlo, malgrado i rimproveri e le sculacciate delle mamme. E Peppe, considerando ciò, non poteva trattenere le lacrime che, insistenti, gli rigavano le guance rugose.

   Anche quel giorno, come sempre, la solita masnada di monelli lo accolse a ciottoli e lo beffeggiò. Peppe, col pianto agli occhi, brandì il bastone e lo fece volteggiare nell’aria, se non altro per impressionarli. Ma quel giorno un fatto nuovo si verificò : un esile fanciullo, che assisteva alla triste scena, si lanciò tra quei monelli e, acceso il volto di collera, prese a gridare :

   “Lasciatelo in pace ! Che vi ha fatto per maltrattarlo così ? Non vi vergognate ? Che direste se qualcuno trattasse allo stesso modo i vostri nonni ? Tornate a giocare, lasciatelo stare !”.

   Quelli abbassarono gravi le testine e sembrarono finalmente comprendere tutto il male che facevano a quel vecchietto. Quindi, in silenzio, si allontanarono.

   Peppe, dal canto suo, con gli occhietti sbarrati, luccicanti di pianto, guardava imbambolato quel piccolo, mentre il cuore gli si gonfiava di tenerezza. Poi gli si avvicinò, con passo malfermo, lo prese per il braccio e lo condusse, gelosamente, come un tesoro, presso un piccolo muro mezzo diroccato e si sedettero.

   Peppe scoppiò in singhiozzi e si curvò a baciare, con disperazione quasi, le manine del ragazzo coprendole di calde lacrime. Il ragazzo lo lasciò sfogare, poi disse :

   “Andiamo Peppe, non piangere ! Vedrai che non ti daranno più fastidio. Devi perdonarli, sai ! Non sono cattivi : tutti noi bimbi non siamo cattivi. E’ che spesso non ci rendiamo conto del male che facciamo”.

   Peppe lo guardava senza poter dire qualcosa. Infine gli riuscì di chiedere :

  “Come ti chiami ?”

  “Antonio. Ma tutti mi chiamano Tonino. E’ più bello, non ti pare ?”

  “Certo Tonino. E quanti anni hai ?”

  “Nove. Sono già un omino !” – Peppe annuì .

  “Ed ora promettimi di non stare triste. Domattina aspettami qui : ti porterò qualcosa da mangiare. Arrivederci Peppe”.

  “Arrivederci Tonino. E che Iddio ti ricompensi !”

   Tonino sorrise e si allontanò.

   Certo, ormai Peppe non doveva stare triste : Tonino sarebbe stata la sua gioia, il suo sorriso, la sua luce !

   Levò gli occhi al Cielo ed esclamò, più col cuore che con la bocca :

  “Ti ringrazio mio Dio !”.

 

 

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