FATALE COINCIDENZA

FATALE COINCIDENZA

   Da giovinetto, passeggiando con gli amici fuori paese, in campagna, mi sono domandato spesso, data la mia avversione per i rettili, quand’è che ho incontrato per la prima volta una vipera; di quelle vere, reali, striscianti ed anche morsicanti, che durante i mesi caldi facevano capolino nella cronaca dei giornali a spese di qualche incauto villeggiante o contadino. E più ancora me lo sono domandato in questi giorni che l’incontro è avvenuto a poca distanza e poteva trasformarsi in uno scontro, se la schifosa bestiola non avesse cambiato direzione. Come accade quando la realtà è viva e immediata in raffronto di ricordi indeterminati, sono arrivato perfino a pensare di non averla, prima d’ora, incontrata mai. Forse si trattava di serpi “acquaiole” o di innocui serpenti di campagna, ma una cosa è certa, non mi avevano mai attraversata la strada.

   Tutte le volte che mi è venuto di passeggiare per viottoli di campagna, nelle vicinanze del mio paese, specie nelle ore di sole pieno, la sola ipotesi di sentire agitarsi sotto la suola di una scarpa quel rotolino di serpente e la coda avvolgersi al collo del piede mi faceva sentire un brivido per la schiena. Se poi le vipere che vivevano nei paraggi in cui mi trovavo a passare e magari stavano in agguato negli interstizi dei muri a secco, nei cespugli infuocati dal sole o lungo i sentieri di terra rossa, avessero la stessa prevenzione contro di me non lo posso affermare. Qualora così fosse, bisogna dire che la reciproca diffidenza risulta un buon mezzo per evitare collisioni con certe bestie e forse anche con certi uomini e donne non meno pericolosi delle bestie.

   Malgrado la stupenda giornata primaverile, molto calda, il pensiero mio e dell’amico Rocco che mi accompagnava, era rivolto all’eventuale incontro con la vipera. Camminavamo dunque per un sentiero che s’inoltrava nelle terre del Barone De Finis. Mentre parlavamo, i nostri occhi sorvegliavano, in pari tempo, le pietre dei muri a secco ai margini della strada, su cui si stendeva una fitta trama di radici scoperte, nel caso che qualche piccola vipera si nascondesse. Fossimo stati in una foresta brasiliana la circospezione non poteva essere maggiore. Il discorso dal gran caldo che faceva era scivolato alla vipera. Ognuno di noi aveva ripetuto ciò che sapeva sull’argomento: se tutte le morsicature erano o no letali; se erano pericolose in uno stesso grado per tutti gli uomini; se l’azione del veleno tendente a distruggere i globuli rossi nel sangue poteva essere neutralizzato da una bruciatura o arrestata da una legatura stretta; se c’era da fidarsi a succhiare la ferita; se l’ammoniaca era un antidoto sufficiente; se la farmacia possedeva il siero antivipera; tutte domande alle quali ciascuno, non avendo una specifica competenza sull’argomento, rispondeva con notizie che anche l’altro sapeva.

   Così parlando avevamo lasciato il sentiero, salendo verso una collinetta avvampata dal sole. I sassi, la terra rossa sembravano infuocati. L’aria calda ci veniva incontro man mano che avanzavamo lungo il viottolo che portava verso la masseria detta dei “Monacizzi”. Cercavamo di non fare rumore.

  • Questo è proprio un posto e un’ora da vipere, dissi guardando con sospetto tra i sassi.

  • Forse è la loro prima uscita con questo caldo, soggiunse Rocco.

   –    E bisogna riconoscere che è un bel destarsi con la primavera. Per quanto, anche per le vipere, dopo il letargo, comincerà la lotta per la vita, risposi pensieroso.

   Era maggio inoltrato, le nostre parole stonavano di fronte a tanta bellezza; la natura si prodigava tutta per farci alzare gli occhi un po’ più su delle punte delle scarpe. A un certo momento due farfalle color crema che s’inseguivano, una più bassa, alternativamente, e una più alta, traversarono il viottolo all’altezza delle nostre teste; due uccellini cinguettando tagliarono il passo andando a imboscarsi lì vicino, tra gli alberi; non ci voleva altro per farci andare in estasi.

  • Ma qui si vive come in paradiso!

   Esclamai con entusiasmo avvolgendo il creato con una occhiata semicircolare come il movimento dell’annaffiatoio.

   Avevo appena pronunziato quelle parole che mi sentii afferrare per un braccio e tirare indietro con tale forza che il mio piede destro rimase in aria come la zampa di un galletto quando gorgoglia.

  • Attenzione!…aveva gridato Rocco.

Proprio sotto la suola di quel piede passava una delle più belle e brutte vipere del mondo.

   Ondulata, leggera, lucente, i due cornetti sulla testina triangolare, si disegnò sul sentiero quel tanto che bastava per ammirarla.

   Così io e Rocco la vedemmo scomparire tra il basso muro a secco del ciglio opposto, facendo percepire lo scricchiolio delle foglie secche, come il prolungamento della sua insidia sottile.

   Dopo qualche attimo di sbalordimento, ci guardammo in viso con gli occhi che si rimandavano fedelmente la stessa impressione di ribrezzo e di sorpresa.

  • Un passo, ma che dico?…dieci centimetri più in là e…, dissi spaventato.

   Più che altro ci turbava il fatto di avere parlato delle vipere per quasi tutta la passeggiata, di avere esplorato il sentiero, i cespugli per non essere sorpresi, e al primo attimo di distrazione, ecco la fatale coincidenza.

   Riprendendo il cammino vedevamo nettissime le circostanze antecedenti all’episodio: il volo delle farfalle color crema sullo sfondo azzurro del cielo e quello dei due uccellini innamorati, ma, più che altro, il solco tortuoso della vipera che si era fissato negli occhi in una specie di fosforescenza.

   Tornammo indietro. A casa tutti vollero sapere i particolari dell’avventura, ma in fondo, togliendo i particolari della natura e delle nostre apprensioni, c’era ben poco da raccontare.

   Una vipera ci aveva attraversata la strada e io per poco non l’avevo pestata. Ecco tutto.

   –    Vipera che attraversa la strada porta male!…, sentenziò, poco opportunamente, un tale che s’intendeva di cabale.

   E mentre stavo pensando a eventuali disgrazie in famiglia, una vecchietta vestita tutta di nero e con un grande fazzoletto nero in testa legato sotto la gola, disse ad alta voce:

   –   Cosa vuoi che possa portare di male? … Forse, incontrare di nuovo una vipera?…

   Tutti ci guardammo sorpresi, poi scrosciò una grande risata.

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