LA SIBILLA DI CONTRADA MONACI

LA SIBILLA DI CONTRADA MONACI

Da più di sei mesi Giovanni diceva al suo amico Salvatore tutte le volte che lo incontrava:

– Ebbene ti sei deciso?

– A che?

– Ma Salvatore…ad andare a trovare la sibilla della contrada Monaci! Ti dico che è straordinaria, è portentosa! Viene da Udine. E poi è bella. Con certi occhi verdi, certi occhi, caro mio…

– Ma andate al diavolo, tu, la sibilla e i suoi occhi verdi! – rispondeva Salvatore infastidito.

   L’altro giorno Giovanni aveva di nuovo incontrato Salvatore mentre scendeva le scale per la consueta passeggiata dopo pranzo.

– Maria è in casa coi nervi. La trovi accovacciata sul tappeto vicino alla radio. Se vuoi sali pure. Io non intendo rinunziare alla mia passeggiata – disse Salvatore.

– Andiamo a trovare la sibilla?

– Vado al diavolo, piuttosto!

– Giovanni, è meravigliosa!

– Va bene, andiamo.

Ma appena montò in macchina, il cuore cominciò a fare tutù tutù, come un pistone impazzito.

– Menzogne, mi dirà delle menzogne, vedrai…

   L’automobile si fermò schiacciandosi sul terreno battuto della strada, fuori del paese. Fece un gran polverone.

–   Quella slava ha gli occhi verdi, bellissimi! Quando ti guarda, ti smarrisci come sotto una carezza ipnotica che voglia addormentare la tua realtà…

   Una cameriera dalla bocca tonda e scarlatta ci introdusse nel salone della vecchia casa di campagna. Poi entrò lei, la sibilla, che aveva sì e no venticinque anni, ed era bionda e dal colorito chiaro, con due bellissimi occhi verdi. Fece sedere Salvatore con un sorriso che pareva la spaccatura di una melagrana matura. Gli ordinò di lanciare sopra un cartone verde degli spilli una due tre volte. Poi lo guardò. Salvatore la guardò. Impenetrabile.

– Ancora una volta, disse la sibilla, senza guardare il suo ospite.

– Ecco fatto! – gridò con voce aspra Salvatore voltandosi dall’altra parte, come se non avesse parlato.

   La sibilla stringendosi con strano nervosismo le tempie su cui si notava un ricamo sottilissimo disse con voce ampia:

–    Dico quello che vedo: una sequela di giorni chiari, di chiara alba e di mezzo crepuscolo. Una vita ferma, scolpita nella pietra. Nessun amore. Nessuna disgrazia. Nessuna fortuna. Una vita silenziosa come un passo felpato. E’ incredibile tanto silenzio in una vita di uomo. No, no, non vi succederà più nulla. Più nulla. Avete raggiunto la soglia dell’infinito.

   La sibilla scomparve. Salvatore si alzò traballando, sorridendo.

–  Grazie, disse mezzo stordito. Si ritrovò nella sala guardandosi attorno. Giovanni disse trionfante:

– Hai visto che ha indovinato?

– Appunto!

– E ora dimmi: è bella sì o no?

   Salvatore afferrò Giovanni per il bavero e gli gridò in faccia:

– E che cosa me ne importa? L’hai sentito, no? Fermo, sono, fermo.

   Rientrò subito poiché una sensazione morbosa lo spingeva a cercare le immagini, le cose, gli oggetti che formavano un tutt’uno con la sua vita. Trovò Maria accucciata sul tappeto con la testa china su un braccio accanto alla radio che recitava le battute di una incomprensibile commedia.

   Salvatore capiva perfettamente che se avesse parlato avrebbe detto delle sciocchezze, delle cose dolorose, forse anche delle parole incomprensibili. Maria lo guardò con occhi opachi e freddi.

– Io e il piccolo mondo che mi circonda siamo gli stessi di un’ora fa e tutti insieme facevamo un’armonia che nessun rumore pareva potesse guastare. Ciò mi piaceva: era il mio vanto, la mia tranquillità. E ora?…

– Che succede? – chiese improvvisamente Maria con voce bassa.

– Nulla.

– Hai una faccia, se vedessi!

– Sì?

   Maria si alzò, andò incontro a Salvatore con le mani giunte e disse:

–  Non mentirmi. Tu hai incontrato Giovanni per le scale.

– E’ vero.

– Ti ha parlato di me. Ma bada, Salvatore, che se tu hai creduto, se tu hai creduto…Ma sì! Tu avrai anche creduto! Si vede dalla faccia, dal modo come mi guardi. Le lettere le ho di là… Ti ha detto anche questo, non è vero? Ma ti avrà anche detto, immagino, che io non ho risposto nemmeno una parola. E le ho conservate per te, capisci? Per te, perché nell’ordine delle varie date, tu possa renderti conto come alle preghiere di quel disgraziato, che mi sta dietro da un anno, io non abbia dato mai ascolto.

– Ti credo, mormorò Salvatore con voce secca.

–    Con questa voce me lo dici, con questa voce! Guarda! Sei pazzo! Perché si direbbe che ti abbia persino fatto dispiacere che io non abbia risposto, che io non ti abbia tradito!

– Non è possibile che tu possa tradirmi!

– Presuntuoso! Se l’avessi voluto, cosa me l’avrebbe potuto impedire?

– Non è possibile, ti dico, non è assolutamente possibile!

– Non fare lo stupido, Salvatore. Ti dico di sì. Solo che l’avessi voluto!

– Ma tu non hai voluto. Questo è quello che conta. Tu non hai voluto!

– Perché ti amo, perché sono una donna onesta. Perché sarebbe stata una cosa orribile tradirti.

– No, perché ciò non era possibile. Come non è possibile per me. Perché più che onesti noi siamo…

   Allora Maria scoppiò a piangere come una matta, con urla e strilli da non dire. La cameriera giunse dalla cucina spaventata, e alla vista di Maria in lacrime, si mise a piangere anche lei.

– Zitte, Zitte!… urlò Salvatore come un ossesso. Le due donne abbracciate si allontanarono.

   Dopo qualche giorno la pace tornò in casa: una pace apparente, buia, gravida di incognite e di tempeste. Altro che giorni chiari, di chiara alba e di mezzo crepuscolo!

   Salvatore si sentiva impazzire. Maria aveva un modo di guardare che lo turbava e scombussolava. Era enigmatica, ironica, strana. Faceva la civetta con i suoi amici, voleva atteggiarsi a donna moderna, sportiva, allegra.

– Tanto io ho il divieto da chissà chi di fare del male. Sono onesta per necessità, perché non è possibile che io sia altrimenti. Me l’hai detto tu stesso, Salvatore. Di che temi, dunque?

   Scappò nell’altra stanza ridendo. Aveva tutta l’aria di una pessima donna.

– Io sono infelice. Mi consolo inviando accidenti a tutte le sibille del mondo!

Povero Salvatore…

Questa è una storia vera, almeno così si diceva in famiglia, quando lo zio Nino la raccontava.

   Da ragazzo, con gli amici, spesso mi avventuravo tra gli alberi di ulivo in cerca della vecchia casa di campagna dove aveva abitato la sibilla. Una mattina, nello spiazzo del fondo Monaci, pieno di erbacce e seminascosto da alberi altissimi e folti, trovammo delle grosse pietre e dei vecchi muri anneriti che alimentarono ancora di più la nostra fantasia.

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