ORAZIO NELSON

ORAZIO NELSON

Gloria e ombre di un genio

Prima dell’evoluzione determinata dalle armi da fuoco, le grandi battaglie navali erano battaglie d’arrembaggio, di furiosa lotta fra soldati imbarcati per combattere sui ponti delle navi. Non è che non esistesse una strategia della guerra sul mare basata sulla velocità dei mezzi, sulla sorpresa, sulla buona conoscenza dei venti, delle correnti, delle coste, ma alla fine tutto si risolveva in agganciamenti, speronamenti, appicca mento di incendi, e l’urto dei reparti terrestri imbarcati. Anche allora il dominio del mare assicurava la fortuna economica di qualsiasi impero, ma esso era affidato al valore dei combattenti di terra ferma, più che ad una autentica organizzazione della marineria da guerra. E’ solo col Seicento, e ancor meglio nel Settecento, che si delinea l’immagine più definita delle flotte da guerra delle grandi potenze. Spagna e Inghilterra sono le prime, fin dal Cinquecento, nel loro mortale duello, a creare le premesse di quella definizione, ma è nel Settecento che il concetto e la scienza della guerra sul mare si evolvono verso forme tutte proprie. Il primo grande personaggio che emerge nettamente in questa nuova concezione della potenza navale ed esprime più di altri il suo genio nella guerra sul mare, è Orazio Nelson.

   Quando agli inizi del 1798, Nelson fu designato ad assumere il comando della flotta inglese nel Mediterraneo, la situazione dell’Inghilterra era poco meno che fallimentare. L’Europa risuonava stupefatta delle prime grandi gesta napoleoniche. Gli eserciti francesi nati dalla rivoluzione avevano battuto tutti gli alleati dell’Inghilterra. Egli proveniva da una modesta e povera borghesia inglese Suo padre era pastore protestante a Burnham, un villaggio del Norfolk, ove Orazio era nato il 29 settembre 1758. La miseria e la ristrettezza mentale in cui viveva la sua famiglia era vivacizzata dalle rare visite di uno zio materno che aveva viaggiato, aveva combattuto, continuava a viaggiare ed aveva grandi relazioni a Londra. Questo zio aveva rilevato l’intelligenza  e la straordinaria vivacità del nipote, amante dei viaggi, che erano la passione dei giovani del tempo. Così Orazio, con l’appoggio dello zio, riuscì ad imbarcarsi a soli 12 anni, come mozzo sul Resonnable, piccola nave da guerra diretta alle Indie Occidentali. Da questo momento comincia una delle più straordinarie carriere d’in uomo di mare. A sedici anni partecipa sul Carcass a una spedizione polare affrontando col massimo giudizio qualsiasi pericolo. L’anno dopo è imbarcato sul Worcester dove resta due anni per un lungo viaggio nelle Indie Orientali e partecipa ai primi combattimenti contro navi olandesi e francesi. A diciannove anni è tenente di vascello sul Bristol, di cui è comandante il grande ammiraglio Parker, che subisce il fascino del giovanissimo ufficiale e lo nomina Commodoro a venti anni. Ma l’incontro cui dovrà la fortuna del riconoscimento pieno della sua genialità è quello con Lord Hood. Fu lui a farlo destinare calla flotta del Mediterraneo al comando dell’Agamennone, nella sua squadra.   

   Agli inizi del 1894 Nelson  era nel Mediterraneo agli ordini dell’ammiraglio Jarvis e prese parte con successo alla conquista della Sardegna, dell’Elba ed allo sbarco a Calvi, in Corsica, dove perdette un occhio. A questa prima mutilazione doveva seguirne un’altra non meno grave, l’amputazione del braccio sinistro, nello scontro di Santa Cruz di Tenerife, nel luglio del 1897, in seguito a una ferita che gli aveva spappolato l’avambraccio. Senza alcun dubbio queste mutilazioni contribuirono a rendere sempre più solitario e talvolta aspro e spietato il suo carattere. Ma la sua fama crescente indusse Jarvis ad addossare sulle spalle di Nelson tutta la responsabilità della guerra nel Mediterraneo. Eppure la missione cominciò con un insuccesso. Napoleone, eludendo abilmente la sorveglianza inglese nel maggio 1798 salpò da Tolone, con una grande flotta, e riuscì ad occupare Malta, togliendola ai Cavalieri, ed entrò trionfalmente il 1° luglio con pochi colpi di artiglieria nella rada di Alessandria d’Egitto. Queste catastrofiche notizie giunsero a Londra con molto ritardo , quasi contemporaneamente a quella della strepitosa vittoria di Nelson il 1° agosto nella rada di Aboukir, in Egitto. La distruzione a sorpresa della flotta francese stroncava per sempre la corsa di Napoleone verso l’Oriente, nonostante le sue vittorie sulla terra ferma contro Egiziani, Turchi, Arabi.

   E’ in questo tumultuoso periodo di lotta tra il Re Borbonico e la Repubblica Partenopea che una grave ombra scende sulla vita di Nelson e sulla sua stessa gloria di soldato. Nelson era allora preso della bella Lady Hamilton, già Emma Liona, moglie dell’ambasciatore britannico alla corte di Napoli, donna di umili origini, dal passato torbido, ballerina, infermiera, venditrice di cosmetici, ma ancora giovane, raffinata, esuberante e con un marito troppo vecchio. Nelson l’aveva conosciuta fin dal 1796, ma se n’era invaghito durante le peripezie della corte napoletana, quando la bella inglese aveva seguito i Borbone nella loro fuga in Sicilia, perché legata da amicizia con la regina Carolina. Dopo il loro ritorno a Napoli, nel luglio del 1799, sotto la protezione della flotta inglese, i Borbone servendosi della suggestione che lady Hamilton esercitava su Nelson, provocarono l’intervento di lui per violare i patti stipulati dal Cardinale Ruffo coi rivoltosi repubblicani asserragliati nei forti. Infatti fu proprio Nelson che li fece arrestare quand’essi erano già sulle navi che dovevano condurli liberi in Francia, e li consegnò agli sbirri borbonici. Ne seguirono centinaia di processi sommari che avevano il solo scopo di dare parvenza legale all’assassinio premeditato dei più nobili patrioti. Fra le più spietate, l’esecuzione dell’ammiraglio napoletano Francesco Caracciolo, reo non tanto di aver comandato la flotta repubblicana, ma di aver tenuto testa alla flotta di Nelson e di non aver fatto parte, quand’era fra i più brillanti ufficiali del Borbone, della corte particolare di Lady Hamilton.  

   Tornato a Londra, quand’egli presentò domanda di divorzio dalla moglie, legato ormai apertamente a Lady Hamilton, fu dall’Ammiragliato richiamato dal Mediterraneo e assegnato alla flotta del nord, nuovamente agli ordini di Parker, per fronteggiare la lega di neutralità armata degli Stati del nord che osteggiavano l’Inghilterra. Svedesi e danesi rinforzavano gli sbarramenti costieri, ma non osavano avventurarsi al largo. Nelson decise allora di attaccare la flotta danese nel porto di Copenaghen, sicuro che l’audacia della sua mossa gli avrebbe dato non solo la vittoria, ma avrebbe spezzato l’unità della lega. La battaglia di Copenaghen è il capolavoro di Nelson. Entrò a cannonate nel porto sparando a zero sulle navi nemiche, bruciandone oltre trenta, e spezzando per sempre la lega dei neutrali. Fu la vittoria che ristabilì definitivamente il prestigio dell’Inghilterra come padrona dei mari e che rese più assillante il pensiero di Napoleone di invadere l’Inghilterra per colpirla nel cuore, sulla terra ferma.

   Napoleone continuava a sventolare il suo piano d’invasione senza troppa certezza di condurlo a termine. Egli sapeva benissimo che non bastava allontanare con qualsiasi diversione navale la flotta inglese dalla Manica, come aveva ideato l’ammiraglio Villeneuve, che comandava la flotta francese, per realizzare con la vittoria lo sbarco sul suolo inglese. Egli dal 1802 al 1805 continuava ad ammassare truppe da Boulogne a Dunquerke, mentre per Napoleone quello sbarco era stato più sognato che concepito. In Inghilterra però quei preparativi francesi impressionavano fortemente sia l’uomo della strada che gli uomini di governo, ma di meno i militari. Nelson continuava a passare con le sue potenti navi dalla Manica all’Atlantico al Mediterraneo. Le trentacinque navi francesi e le quindici navi spagnole erano messe nell’impossibilità di un’azione comune. Ma il 31 marzo 1805, Villeneuve sapendo che Nelson è davanti a Brest, tenta la grande diversione navale che avrebbe dovuto permettere a Napoleone di tentare lo sbarco. Ma le unità che dovevano venirgli incontro da Brest non tentano nemmeno di forzare il blocco e Nelson precede a vele spiegate Villeneuve sulla via delle Antille. Il francese perde la testa e braccato da Nelson vira nuovamente verso l’Europa, e nell’impossibilità di rientrare a Tolone, si butta disperatamente contro la squadra inglese di Calder e riesce a passare entrando fortunosamente nel porto di Cadice. Villeneuve esasperato di essere il solo vinto di quella guerra, convince l’ammiraglio Gravina che comanda le navi spagnole a uscire con quelle francesi dal porto di Cadice per affrontare Nelson sul mare aperto. E’ la mattina del 21 ottobre 1805 quando le due flotte unite al comando di Villeneuve, con trentatre vascelli di linea vengono a trovarsi di fronte a Nelson che ha ventisette vascelli da guerra, al largo di Trafalgar, poco distante da Gibilterra.

   A sera le diciannove unità superstiti franco-spagnole volgevano in fuga disordinata, mentre altre dieci erano in fiamme, e le altre alzavano i segnali di resa.

   Nelson cadde nella battaglia di Trafalgar sulla Victory, come lo spagnolo Gravina sulla sua ammiraglia, e Villeneuve, disperato di essere sopravvissuto a così grave disfatta, si uccise dopo qualche giorno. La morte diede però a Nelson l’apoteosi di fronte al suo popolo che lo considerò a ragione l’artefice primo della vittoria contro Napoleone e l’iniziatore di quel predominio inglese su tutti i mari del mondo che è durato fino al termine della prima guerra mondiale.

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