LE DONNE NELLA GRANDE GUERRA

LE DONNE NELLA GRANDE GUERRA

Fu chiamata la Grande Guerra, come se tutte le guerre precedenti fossero state minori al confronto. Una guerra che ha lasciato nel nostro Paese tracce ancora evidenti del suo passaggio, come nei cimiteri di guerra, nei sentieri alpini, nella memorialistica, nella poesia e anche nei ricordi personali di tante famiglie. Le donne appaiono sullo sfondo, come se il loro sacrificio e la loro stessa esistenza fossero stati di secondo piano: piccola storia di piccole donne in una grande storia forgiata da grandi uomini.

Sappiamo che non è così. Ormai la storiografia ufficiale si sta occupando per fare uscire dal dimenticatoio il ruolo, l’impegno, il peso che le donne hanno attuato nel corso della Grande Guerra.

Finalmente si apre una finestra importante sul peso delle donne durante la guerra del 1915 – 1918, analizzando diversi aspetti della presenza fisica della donna ai combattimenti; al lavoro delle infermiere della Croce Rossa; alle madri di famiglia impiegate nei lavori da uomini, al lavoro svolto nei servizi civili e nelle fabbriche al posto degli uomini che combattevano al fronte.

Che contributo hanno dato questi anni di guerra all’emancipazione femminile? Dal corso della storia sappiamo che in Italia è stato necessario attendere la fine del secondo conflitto mondiale, prima che le donne godessero dei diritti civili richiesti, primo fra tutti il diritto di voto.

Un parziale riconoscimento al contributo sociale femminile fu dato nel 1919 dall’approvazione della legge che riconosceva alla donna la capacità giuridica soltanto in alcuni campi. Dopo la Grande Guerra, il fascismo cercò di bloccare la spinta sociale verso l’emancipazione femminile, riuscendoci solo parzialmente nel modello della madre prolifica e patriottica.

Ma la guerra non era solo la prima linea perché hanno combattuto le donne rimaste al lavoro nei campi, talmente efficienti che la produzione agricola non scese mai al di sotto del 90% negli anni tra il 1915 e il 1918; o quelle che hanno sostituito gli uomini nei trasporti pubblici  o nei servizi postali, dimostrando coi fatti come fosse falsa l’idea dell’inferiorità naturale della donna.

Dalla Grande Guerra ne escono protagoniste non solo le presenze individuali e per certi versi eccezionali, ma anche le donne del movimento di massa che costrinse la società a valorizzarle e utilizzarle per sostituire gli uomini in ogni ambito lavorativo.

Allo scoppio della guerra si ristabilì l’ordine delle cose e la distinzione tra i sessi, da un lato l’uomo difensore della patria e della casa, dall’altro la donna del focolare domestico e della famiglia. Ma il prolungarsi della guerra, la lunga permanenza degli uomini al fronte, i continui massacri dei soldati che rischiavano ogni giorno la vita, aprivano nelle città grandi vuoti nel campo del lavoro e le donne rimanevano segregate ai compiti tradizionali della famiglia. Il bisogno crescente di manodopera in tutti i settori, specialmente in quelli della produzione bellica, provocarono l’occupazione delle donne nelle più diverse realtà professionali. Le donne che vivevano la loro passività in casa, accudendo i bambini, cominciarono a sentire il moltiplicarsi dei loro compiti e delle loro responsabilità. Le donne si scoprirono tranviere, ferroviere, portalettere, impiegate di banca e dell’amministrazione pubblica, operaie delle fabbriche di munizioni. Il risultato di questa rimozione della repressione sociale femminile fu dunque un anelito alla libertà individuale.: vivere sole, uscire da sole, assumersi le loro responsabilità erano cose che per molte diventavano possibili, anche se non sempre erano accettate dagli altri. Il trasferimento al fronte di migliaia di uomini minacciarono di bloccare o di rallentare fortemente la vita nei paesi coinvolti dalla guerra. Ben presto le macchine produttive di ciascuna realtà nazionale cominciarono a marciare a pieno regime grazie all’afflusso di migliaia di donne che, lasciato il focolare domestico, invasero aziende agricole e fabbriche usando macchine complicate create dalla tecnica moderna degli uomini. Allo stesso tempo molte di loro presero il posto dei tassisti, dei cancellieri di tribunale, telegrafisti, maestri e persino degli infermieri. L’emancipazione della donna era finalmente iniziata. A dimostrare tutto ciò bastano alcuni dati statistici ufficiali: 6 milioni di manodopera femminile fecero sì che, nel periodo dal 1915 – 1918, la produzione agricola non scendesse mai al di sotto del 90% del totale pre-bellico; nell’industria tessile si ebbe un incremento del 60% delle operaie; Analogamente, le 651.000 donne che, già nell’aprile del 1916 lavoravano nell’industria tessile, raggiunsero nell’ottobre dello stesso anno quota 972.000; nel gennaio del 1917 divennero 1.072.000; per poi superare largamente 1.240.000 unità solo tre mesi dopo. La stessa macchina della guerra dei materiali, impegnata a sfornare milioni di proiettili e strumenti che alimentavano la carneficina mondiale, registrò l’incremento di ben 200.000 operaie, dalle 23.000 unità censite all’inizio delle ostilità.

La prima guerra mondiale richiese uno sforzo collettivo che spinse inevitabilmente le donne fuori di casa e le proiettò in massa nel mondo del lavoro.

Dalla fine del 1915, i salari, che  aumentavano di poco rispetto all’aumento dei prezzi, vedevano dimezzarsi il potere di acquisto di ogni famiglia europea. Molti generi di prima necessità, come scarpe e indumenti, in realtà erano inaccessibili. I prezzi della lana, del pane, della carne, del latte e dei fagioli, erano quintuplicati. Spesso le merci risultavano introvabili. Anche le donne che lavoravano in fabbrica, non riuscivano a sfamare i figli con il loro stipendio. Le donne allora organizzarono veri e propri scioperi, per aumentare i salari e porre fine alla guerra. Nel maggio del 1914, si astennero dal lavoro le operaie delle industrie tessili di Como, Vigevano e Borgosesia, mentre nell’agosto del 1915, fu la volta delle operaie di Torino; a settembre e a novembre dello stesso anno, lo sciopero si estese a Milano e a Novara e nel 1918 le operaie riuscirono a ottenere qualche aumento di salario e in alcune categorie anche l’orario di lavoro ridotto a 8 ore.

Nel 1915 la gran parte delle migliaia di crocerossine volontarie proveniva dalla nobiltà e dall’alta borghesia ed il loro impegno risultò efficace anche nel campo della crescita sociale e politica della donna italiana. L’attività massacrante dei primi giorni di guerra venne verificata dalla professionalità e potenzialità delle nuove leve di crocerossine e presso gli ospedali territoriali della Croce Rossa. L’intero personale doveva contribuire allo sgombero e alla cura dei malati e feriti di guerra; organizzare la difesa sanitaria antiaerea; svolgere le attività a favore dei prigionieri di guerra; dare soccorso alle popolazioni colpite. In occasione del primo conflitto mondiale la Croce Rossa Italiana mobilitò il suo personale a fianco della Sanità Militare in zona di guerra al seguito dell’esercito operante al fronte, nelle immediate retrovie e nella zona territoriale del paese. Le 4.000 infermiere volontarie del 1915 arrivarono a ben 6.000 l’anno successivo e al termine della guerra se ne contarono ben 10.000. Tramite la Croce Rossa Italiana furono ricoverati malati e feriti provenienti dal fronte in conventi, ville, collegi, stabilimenti. Questi ospedali improvvisati avevano una capacità di ricovero e di cura che andava dai 50 ai 700 posti letto, ed erano completi di personale infermieristico e medico specializzato in chirurgia. Il numero degli ospedali raggiunse la cifra di 2014, con un totale di 30.000 posti letto, queste strutture ricoverarono 693.993 militari, feriti o malati, per oltre 17 milioni di giornate di degenza. Come tutte le unità combattenti anche il Corpo delle Infermiere Volontarie registrò delle perdite. La più famosa è sepolta al Sacrario di Redipuglia. I soldati della III^ Armata la vollero con i loro caduti e la stele che la ricorda recita: “Crocerossina Margherita Parodi di anni 21, Caduta di Guerra. A noi tra bende, fosti di carità ancella. Morte ti colse, resta con noi sorella.

Al momento dell’entrata in guerra dell’Italia si cominciò a parlare anche dei “profughi” che comportò lo spostamento in massa di moltissime donne, che dovettero disperatamente cercare di sopravvivere coi loro bambini, ad una vita di stenti e di sacrifici prodigandosi a tenere unita la famiglia. Da subito si cercò di far fruttare il lavoro delle “profughe” impiegandole nelle fabbriche e nelle aziende agricole. Tutto questo comportò la divisione delle famiglie, l’abbandono dei piccoli e il diffondersi del malessere sociale e lo spirito di ribellione. L’evacuazione delle popolazioni trentine ed il successivo internamento nei territori austro-ungarici fu davvero un disastro che portò a gravi conseguenze. Nella zona di guerra dell’Isonzo e del Trentino, gli internamenti di massa di molti profughi, durante il 1915, furono ordinati ed eseguiti per salvaguardare la sicurezza militare e per imporre una rapida italianizzazione dei territori occupati. Soldati e civili trentini che vissero lontani dalle loro case al fronte o nelle vaste e sperdute pianure della Galizia o nei campi di internamento o relegati nelle campagne delle province interno dell’Impero austro-ungarico. Di grande pregio quello che è stato scritto su cosa hanno fatto le donne nelle vicende collettive di Lavarone durante il periodo passato nel campo di Branau per difendere la propria identità e creare nuove forme di convivenza per le famiglie, gli anziani e i bambini.

Durante la prima guerra mondiale la prostituzione incontrollata e il fenomeno delle nascite illegittime si scontrarono con varie opinioni igienico sanitarie, ma anche di moralità e decoro, che suggerirono l’istituzione dei bordelli militari e la severa repressione della “libera professione di meretrice”. Sin dall’estate del 1915 si scagliò contro la popolazione femminile la repressione della prostituzione clandestina nelle retrovie del fronte. Si trattava di rispondere concretamente a esigenze di carattere igienico-sanitario e alla preoccupazione che tra le prostitute si nascondesse qualche spia nemica. Tuttavia, il profilo della tipica prostituta di guerra rispecchiava una drammatica realtà, molto semplice: si trattava perlopiù di vedove, donne anziane o di madri con figli numerosi, che coinvolgevano nella prostituzione anche le proprie figlie maggiori o che si presentavano come mediatrici o assoldavano altre donne disponibili. Una larga percentuale di donne, che praticavano la prostituzione, si era trasferita nel periodo della guerra dalle campagne vicine alle città in cerca di lavoro. Il fenomeno sempre più evidente delle giovani donne che affollavano le strade cittadine, lontane dalle loro famiglie e prive di alcuna protezione, allarmava le classi medie e le amministrazioni militari e governative. I dati concreti alla fine indicheranno che le moltissime prostitute non erano né pericolose né degenerate né vittime passive. Le prostitute erano giovani donne che cercavano di sopravvivere all’interno di un sistema che assicurava al lavoro femminile salari al di sotto della sussistenza. D’altro canto, la penuria di aiuti e sussidi erogati dallo Stato, spingevano le donne alla necessità di esercitare la prostituzione, per poter garantire la sopravvivenza del proprio nucleo famigliare. Il binomio povertà-prostituzione si creava perché le donne rimanevano sole, divise dal marito, sganciate dai nuclei famigliari, abbandonate da tutti, prive di una rete di solidarietà che consentisse loro di trovare occupazione, aiuto e assistenza per i figli. Inoltre, l’occupazione militare dei paesi, le necessità di sopravvivenza e di protezione, ma anche le molestie sessuali, intimidazioni, ricatti, violenza fisica e morale si traducevano spesso in condotte censurabili analoghe al meretricio.

Un tipo di volontariato svolto dalle donne di estrazione borghese e aristocratica fu quello delle così dette “Madrine di guerra”. Le donne che operavano negli Uffici di Assistenza e Uffici Dono avevano il compito di aiutare, sostenere e confortare le famiglie degli uomini mandati al fronte, i soldati in licenza nelle retrovie o negli ospedali. Scrivere, per molti soldati, diventò ben presto l’unico strumento per dare e ricevere notizie, avanzare richieste e non sentirsi soli. Ma non si scriveva solo alle famiglie, ma anche alle numerose Madrine di guerra e alle volontarie dei Comitati di assistenza. Solo che non tutti i soldati sapevano leggere e scrivere e quindi occorreva la mediazione dei camerati, dei cappellani, dei graduati, ecc. Molte di queste nobildonne decisero quindi di occuparsi più da vicino dei soldati al fronte, diventando loro stesse infermiere o creando unità mediche di supporto agli ospedali.

Infermiere, soldatesse, operaie, attiviste, spie, ma anche e soprattutto madri, sorelle e compagne di quel complesso universo sconvolto dalla violenza che è la guerra, si troveranno sempre come controparte dell’altro complesso che è l’universo maschile. Oggi, specialmente in Occidente, basti pensare alle giovani donne  che  intraprendono la carriera militare, che fanno parte delle Forze Armate, che svolgono mansioni e professioni che prima costituivano prerogativa dei soli uomini; basti pensare alle quote rosa o ai vertici dirigenziali e politici raggiunti dalle donne, per rendersi conto che il mondo in Occidente sta cambiando e che partendo dalle lotte, dai sacrifici e dalle esperienze del passato sta diventando a tutti gli effetti duale.

 

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

w

Connessione a %s...