UNA VERA AMICIZIA

UNA VERA AMICIZIA

Colpiva in quella stanza che fungeva da salotto-tinello, una grande fotografia incorniciata sul caminetto: non era che uno dei soliti gruppi di laurea o di ultimo anno di collegio, un po’ sbiadito perché risaliva ad oltre cinquanta anni, ma in vistosa cornice.

   Nel vano dell’unica finestra la signorina Anna, una bella e triste ragazza, guardava gli alberi del viale che si spogliavano in quel crepuscolo d’autunno.

– C’è di lì un signore, – disse la vecchia domestica dall’uscio socchiuso.

– Uno… dei soliti creditori?

– Credo proprio di sì. Ammodo però…

– Digli la solita bugia: che papà è partito.

– Chiede qualcuno della famiglia.

La ragazza piegò il capo sospirando e poi disse a voce alta:

– Fa passare!

Era un giovane della sua stessa età, alto, simpatico e ben vestito.

– Lei è creditore di mio padre?

– Giudichi dal nome, signorina. Permette, sono Baroni… Paolo Baroni, per l’appunto, figlio di Pietro.

Anna restò muta: l’altro mormorò:

– Strano! Il mio nome non le rammenta nulla?

– Ignoro gli affari di mio padre.

Seguì un breve silenzio, poi il giovane si fece avanti dicendo:

– Ah! Un gruppo di collegiali…

Anna alzò il viso. Paolo guardava curiosamente la fotografia sopra il caminetto e leggeva:

– Collegio Militare di Firenze… E aggiunse: – Bei ragazzi… bei visi aperti, specie quei due sotto braccio…

– Uno è mio padre, signore! Suo padre e lei sono creditori di molto?

– La debbo informare che il conto di mio ed il mio… sono diversi.

– Intende dire che i conti sono divisi?

– Ciascuno il suo.

– Se mi vuol lasciare qualche appunto… lo consegnerò a mio padre al suo rientro.

– Posso scrivere su questo foglio?

– S’accomodi!

Il giovane si piegò sul tavolo e cominciò a scrivere.

Il silenzio regnò di nuovo, interrotto dalla vecchia domestica che entrò agitando una lettera.

– Signorina Anna… è di papà…

– Oh! Finalmente!

Lacerò in fretta la busta, lesse le prime righe e s’abbandonò ad uno scoppio di pianto col viso tra le mani.

La vecchia domestica si avvicinò preoccupata, ma il giovane le accennò di tacere e di allontanarsi. La domestica obbedì senza protestare. Anna ebbe un gesto di fierezza. Non poteva dirgli che suo padre le comunicava l’ennesimo insuccesso con le banche.

– La prego, signore… Se ha finito… Vorrei restare sola.

– Scusi, non abuserò oltre.

E scrivendo chiese:

– Suo padre non pensò di rivolgersi a qualche amico qui in città?

La risposta fu amara.

– Non credo che gli rimangano degli amici nelle sue condizioni.

Curvo sul foglio il giovane mormorò:

– Chissà! Cercando bene…

– Mio padre ha sempre lavorato, chiuso nel suo ufficio. Non è schivando il mondo che si fanno degli amici.

– Oh! Gli amici che si trovano nel mondo… è meglio perderli. Ma le amicizie vere sono quelle dei vent’anni… e di prima.

– Ahimè! Non credo che ne abbia.

– Eppure… da quella fotografia sul caminetto si direbbe…

– E’ passato tanto tempo! La vita disperde tutto.

– Le persone, ma i sentimenti veri non si dissolvono facilmente.

Paolo si alzò, s’avvicinò al camino.

– Suo padre è uno di questi due sotto braccio?

– Sì, due amici di collegio. Ma non si sono più visti.

– Già… La vita disperde…

Tornò a scrivere. A quel punto Anna perplessa mormorò:

– Scusi signor Baroni…

– Dica pure, signorina!

– Suo padre… mi pare che abbia detto… ha un grosso credito?

– Il maggiore di tutti.

– E anche lei?

– Minore, ma importante. E tuttavia non è ancora insinuato. Si dice così?

– Purtroppo è una parola che ho udita spesso in questi giorni… E perché non l’ha insinuato?

– Sono venuto appositamente. Ma permetta che finisca di scrivere questa nota, poi leggerà…

– Io? Aspetti mio padre!

– Tornerà troppo addolorato. Si sa… il rifiuto di un fratello. E poi è meglio che sappia da lei… non da me…

– Sia generoso! Non mi obblighi a riceverlo con uno strazio nuovo.

– Perdoni se insisto. La conosco da mezz’ora… personalmente e mi sembra che sia dalla fanciullezza… come i due ragazzi di quella fotografia…

Parole confidenziali, ma non la offesero. Alzò il viso, fissò il giovane che protestò dolcemente:

– Non mi guardo così o mi mancherà il coraggio di leggere quello che ho scritto… E, badi, sono parole di mio padre… non mie.

In tono sommesso, ma molto chiaro, il giovane cominciò a leggere:

– Pietro (mio padre si chiama Pietro, come il suo)… Pietro, anche se lontani per tanti anni, non puoi aver dimenticato la fraternità che ci unì dal collegio. Sono dunque io il tuo vero fratello e ti prego di accogliere mio figlio come se fosse tuo.

La ragazza ascoltava con ansia, gli occhi sbarrati, le guance in fiamme. Paolo, un po’ commosso continuò:

– Perdoni, Anna, mio padre è giù nell’ufficio col suo. I viaggi per Roma, i fratelli, sono cose buone per gli altri. Con noi non valgono… Con gli amici… non valgono. E i nostri padri da veri amici stanno facendo i conti.

Lei, affannosa, cercò di parlare: ma non ci riuscì. Le venne in aiuto il giovane:

– Più tardi verrà il momento del mio credito… ma per ora non chiedo che gli interessi.

E poiché i loro occhi s’incontrarono, penetrandosi come una promessa, egli continuò:

– Vuoi darmi il braccio per andare incontro ai due amici di collegio? Non mi credi, Anna?

Lei finalmente respirò e rispose sorridendo:

–    Sì, Paolo!

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