LA CASA DI ROCCO COTROMEO

LA CASA DI ROCCO COTROMEO

Rocco, da vent’anni ch’era in quel paesino appenninico, aveva accumulato qualche denaro e molte pietre. Queste le toglieva dal letto del fiume che d’estate era quasi sempre a secco, e le portava, a forza di braccia e di spalle, sulla riva, dove s’era comprato e spianato un piccolo pezzo di terra. Lo aveva comprato coi soldi raggranellati centesimo per centesimo, prima, col suo lavoro di sterratore e di muratore, all’estero, dappertutto, anche nei lontani paesi dell’est dove aveva combattuto contro popoli selvaggi che difendevano le proprie terre. I terrapieni che egli aveva contribuito ad innalzare e le ferrovie costruite per far correre i treni, avevano visto il sangue di tanta gente che impiegava il treno per viaggiare. Tornato in patria con un gruzzoletto, l’aveva messo a frutto alla Cassa di Risparmio della città vicina; e aveva continuato a vivere di niente, tutto solo, lavorando in estate come facchino dell’albergo del paesello, e in inverno svolgendo i più diversi lavori che necessitavano ai suoi compaesani.

Guadagnava discretamente, così, ingegnandosi, risparmiando, trafficando, sempre alacre e svelto malgrado i sessant’anni, ma ancora in forze tanto da poter bilanciare sulle sue spalle bauli da un quintale, magari, portare a riva dei pietrami anche più pesanti. Nessuno si stupiva di vederlo fare quel lavoro.

Tutte le case del piccolo paese, almeno quelle che si trovavano in riva al fiume, erano state costruite così, col materiale che l’acqua trascinava dai monti, e poi lo lasciava lì, al sole, per farlo seccare. Era una cava di tutti, quella, messa a disposizione di chi voleva servirsene. Un po’ di calcina, poi, della rena, della ghiaia; e le case venivano su fino agli embrici. Ci voleva soltanto pazienza e fatica. E la pazienza e la fatica erano amiche di Rocco Cotromeo fin dai tempi della sua infanzia. Tutti quelli che passavano di là lo vedevano intenso al lavoro, sempre solo, che cantava, negli intervalli tra una passata di cazzuola e l’altra, una canzone imparata laggiù, in Bulgaria, con delle parole incomprensibili e un ritmo di culla e di guerra. Sul principio qualcuno diceva: “Tu non la vedrai la tua casa!”, oppure “Per chi la fai? Per i figli? ”. E ridevano, pensando che Rocco non aveva moglie e non aveva figli. Per chi si affaticava, allora? In passato aveva conosciuto in paese un fratello. Un cattivo soggetto che era andato lontano, e che dicevano fosse finito in prigione. Questo, sì, aveva moglie: e l’aveva anche piantata, ed era morta. Figli? Chissà. E se Rocco lavorasse per i nipoti? Ma le primavere e gli autunni passavano, e la casa cresceva. Adesso la gente non rideva più. Quel diavolo di Rocco, come era svelto! Tutta l’estate lavorava sempre con i bauli in spalla, o sul carretto, per la via che dall’albergo conduceva alla stazione: e trovava poi modo, negli altri mesi, di non oziare e di non bersi quei pochi soldi che guadagnava all’osteria. Che ci aveva nel sangue quel piccolo uomo che pareva frusto e finito e pure forniva da solo il lavoro di due o più giovanotti? Ecco il piano terreno, tutto di pietre, con la sua porta grande e le sue finestre, che pareva proprio una casa per bene, come quella del pittore, lassù, che se l’era fatta fabbricare da un capomastro della città. Dove aveva imparato quel diavolo di Rocco? E la casa cresceva sempre.  Dopo quattro anni, adesso poteva dirsi finita. Non mancava che il tetto. Lo avrebbe messo di mattoni o di lastre? “Di mattoni”, diceva il notaio del paese che aveva anche lui la sua casa sul fiume, e ammirava quel tenace solitario. “Di lastre”, diceva il farmacista che tutte le sere faceva la partita a scopa col notaio nel caffè del paese. “Ma vedrete che la lascerà così senza tetto, per non pagare le imposte”.

Finì che invece, una primavera, proprio l’aprile del quinto anno, la casa fu tutta finita col suo tetto di belle tegole rosse, che erano arrivate alla stazione un mese prima e che Rocco sempre serio e sempre taciturno s’era caricate sul suo carrello una a una, andando poi a scaricarle sulla riva. Un lavoro da certosino. Finita, finita. Una casina ad un piano, che pareva accovacciata, ma che pure aveva un aspetto gaio, a ridosso del ciglio verde, col bosco che le si arrampicava di dietro, e su cui la calcina bianca e gli embrici rossi la facevano sembrare come un immobile tricolore. Un terrazzino davanti, due finestre sopra e due sotto. Quattro stanze. Non era un palazzo; ma per Rocco, lo era. Poi, Rocco chiamò un falegname e si fece fare le persiane e i battenti della porta. Il fabbro gli tornì la ringhiera. Pensava a tutto, quel diavolo! Lavorava febbrilmente; si vedeva che voleva finire prima dell’estate, prima che l’altro suo lavoro, quello di facchino dell’albergo lo assorbisse di nuovo. Ma quante mance ci vorrebbero per pagare tutti quei lavori? Il notaio e il farmacista calcolavano, con un certo rispetto. Doveva averne messi da parte, di quattrini. Chi l’avrebbe detto? E quando lo vedevano passare, lo chiamavano, volevano sapere da lui un mondo di cose.  Ma Rocco non si sbottonava. Metaforicamente parlando, s’intende; che materialmente sbottonato lo era, oh quanto; con la camicia che gli slabbrava tutta sul petto, con la blusa che gli cascava da tutte le parti. Pareva di pietra e di mattoni anche lui. Egli salutava le due autorità del paese, rideva, si sberrettava. Ma di cifre, niente. Aveva la casa, adesso. Era ben sua, è vero? E allora lo lasciassero tranquillo. Se ci andava a dormire. Eh, chi lo sa?

Chi lo avesse visto, quella notte che la casa era finita, starsene così davanti ad essa, seduto sopra un lastrone superstite, contemplarla, avrebbe certo pensato che ci sarebbe entrato a dormirci, da padrone. Invece non ci entrò. La notte era alta, calma, taciturna. Il paesello dormiva, con le sue trenta o quaranta case disseminate qua e là, le più, povere e rozze, due o tre, linde e carine. Due o tre sembravano più orgogliose di tutte, parevano, nella notte, più grandi. Una era l’albergo, l’altra la stazione, l’altra un caseggiato che serviva da casa comunale, da scuola, e dov’era la farmacia. Ma queste non attiravano gli sguardi di Rocco. Erano tutte le altre, quelle in cui la gente viveva e dormiva. Fino ad allora egli aveva avuto la sua cuccia in una di quelle; ora era padrone in casa sua. Gli entrava nel cuore come un senso nuovo, che glielo dilatava. Il sogno di tutta la sua vita si avverava, il desiderio della sua giovinezza e dei suoi anni più tardi, diventava pietra e realtà. Quanto aveva sofferto andando così ramingo per il mondo; o ad avere il suo tetto in casa altrui, dov’era tollerato, dove non aveva il diritto di muoversi a suo agio e di far tutto quello che voleva. Nella stanzetta che abitava in paese, nella casa della fruttivendola, egli doveva rientrare la sera carponi, a piedi scalzi, per non svegliare i bambini che dormivano nel sottoscala. E la sua stanza era così piccola! Cosa strana, in quell’uomo che viveva di niente, ma che aveva attraversato il mondo. Adesso, almeno, tra le quattro pareti della sua casa egli era libero e solo. Poteva muoversi, andare, venire, far suonare il pavimento coi suoi zoccoli, dare magari, se ciò gli garbava, dei pugni o dei colpi di scalpello al muro. Poteva. E’ vero; adesso la casa era ancora vuota; un letto, una tavola, una madia, una catinella, e qualche altra cosa. Che ci voleva per quello? Il falegname gli faceva tutto a credito; ormai aveva fiducia in lui; e il domani, il domani, “Poi si vedrà!”, disse fra sé.  Si alzò, data l’ora tarda, e andò ancora a dormire nella sua stanzetta, in paese. E vi dormì meglio, come non vi aveva mai dormito in tanti anni. L’idea di avere una casa non gli faceva più sentire la strettezza dei muri, né la costrizione della sua libertà. Possedere, gli bastava; non aveva bisogno di godere il suo possesso. E senza affrettarsi, andò dal falegname, gli commissionò i mobili e ricominciò ad aspettare. Il paese lo approvò. Che ci sarebbe andato a fare lui, tutto solo, povero diavolo, in quella casa di quattro camere? Quella era per signori.

E un giorno il notaio lo mandò a chiamare. C’era un signore, appunto, che voleva comprarla. Era il farmacista; voleva sapere quanto ne volesse. Una buona occasione: “Rocco, vedete come vi capita il cacio sui maccheroni? Siete fortunato, su, ditemi la cifra. Ah! Volete pensarci? Volete fare i vostri conti? Sta bene: tornate domani!”

Ma Rocco non tornò: evitò anche di passare per i luoghi ove sapeva che avrebbe incontrato il notaio. Pensava che poteva chiedere magari seimila lire: poi si pentiva e pensava che il farmacista gliel’avrebbe pagata anche sette. Ma ripeteva queste cifre tra sé meccanicamente, senza quasi intenderle, senza quasi valutarle, che ne avrebbe fatto dei soldi? Prima gli erano serviti per farsi la casa: adesso a che potrebbero servirgli? Non poteva ricominciare a fare tutto quel gran lavoro che aveva fatto in tanti anni. Le sue spalle e le sue braccia non gli sarebbero bastate più. E allora? Il notaio tornò alla carica, stupito. Perché rifiutava, perché esitava? O che se ne faceva della casa che non ci andava neppure a stare? Era diventato matto? Matto o no, Rocco non volle saperne. Tutte le sere, quando aveva finito il suo lavoro, andava a sedersi al solito posto, sulla riva del fiume, davanti alla sua casa e gli pareva di essere felice e di sentirsi un altro. Come un innamorato senza speranza, che sa di non poter penetrare nel cuore della sua donna e pure se ne gode la vita, egli rimaneva lì, senza neanche aprire la porta, tenendosi in tasca la chiave. Tanto, le stanze le conosceva; le aveva imparate passo per passo, saggiate punto per punto. E di giorno, quando passava sulla riva, spingendo il carretto colmo di bauli o di valigie, egli la contemplava laggiù, la sua piccola casa accovacciata in riva al fiume, che lo salutava come dicendogli: “Non mi muovo, sta tranquillo!”

Venne un’altra occasione. Della gente che voleva affittarla, per villeggiarvi; una piccola famiglia della città, che gli mandò il proprietario dell’albergo. Offrivano duecento lire per i tre mesi: sarebbero arrivati fino a duecentocinquanta. Questa volta Rocco si disse subito: “Accetterò”. Ma non diede la risposta su due piedi. Si riservò di dire di sì l’indomani. E il proprietario che lo aveva sempre conosciuto per un uomo di senno, avvicinando il suo amico della città gli disse: “E’ cosa fatta!” Così fatta, che l’indomani Rocco non si fece vedere all’albergo: e successe il finimondo. Lo cercarono per mare e per terra e non lo trovarono. Era andato su, sull’Appennino, a vagabondare come un fuggiasco. Anche di lassù vedeva la sua casa piccola piccola, che pareva un giocattolo. Mai così bella, così fresca! Affittarla? E se gliela tenevano male? No, no! Tanto, che ne faceva di duecentocinquanta lire? Da mangiare ne aveva. E quando ridiscese le sue idee erano cambiate … Il padrone dell’albergo andò su tutte le furie e lo trattò da bestia e da fannullone. Rocco non rispose nulla e se ne andò senza reagire. Tanto, non poteva lavorare, quel giorno. Si sentiva male, stanco, con un dolore al costato. E per la prima volta le gambe gli cedettero sotto, proibendogli di scendere al fiume per andare come tutte le sere a contemplare, di fuori, la sua casa.

“E’ matto! E’ matto!” Ripeterono tutti in paese. E la voce corse. Ma Rocco non la sentì. Era a letto, nel suo stambugio, con la febbre alta. La fruttivendola andò a vederlo e gli disse: “ Eh, Rocco, a chi volete lasciarla, la casa, voi che non avete parenti? Ricordatevi di me!” Ma Rocco scrollò la testa, rabbiosamente. Quelle parole gli avevano messo  la paura addosso; la paura di morire.

Una volta morto, sarebbe venuto qualcuno da lontano, un nipote, forse, che non aveva mai conosciuto, a prendersi la sua casa, e ad abitarvi. Ah, no! Come fare? Come fare? Il notaio capitò per lui, fin lassù. Veniva a ripetere l’offerta, e anche per curiosità. Ma Rocco lo mandò via in malo modo. No: non voleva vendere. Poi lo richiamò.  E, rabbonito, gli disse: “ Vorrei fare testamento”. Il notaio si avvicinò: “Ho capito” – pensò fra sé – “La lascia ai suoi parenti ”. E, forte, gli disse: “ Per la casa, è vero? A chi la vuoi lasciare? ”. Rocco rispose : “ A nessuno! ”. Il notaio sobbalzò. Che cosa era questa eresia? Come si poteva lasciare una casa a nessuno? Decisamente Rocco era matto, matto da legare.“ – “A nessuno! A nessuno!” –  Ripeté il malato, tutto acceso in viso e scalmanato. “Ma non si può! Non si può! A qualcuno bisogna che la lasciate. Avete dei nipoti; Voi, anche se non fate testamento, se la piglieranno lo stesso! Capite? Lo stesso!” Il viso di Rocco espresse un profondo dolore, uno smarrimento infinito. Poi, come se nel suo cervello intorpidito un raggio d’intelligenza balenasse improvvisamente, egli disse: “Allora scriva, signor notaio.” – “E i testimoni?” – “Che? Che testimoni?” – “Ma certo”, seguitò il notaio sorridendo per tanta ignoranza. – “Non lo sai che ci vogliono i testimoni? Dove li piglio?” – Poi, di fronte all’espressione smarrita di Rocco, egli aggiunse:  “Tornerò domattina, va bene così? E porterò i testimoni. Siamo intesi?” – Il malato accennò di sì, rassegnandosi. E rimase solo. Non voleva vedere nessuno. Si pentiva amaramente, adesso, di quanto aveva fatto. Tutta la sua fatica per gli altri! Neppure lui aveva avuto la soddisfazione di godersela, la sua casa. Adesso non la vedeva più; non l’avrebbe più vista. E altri l’avrebbero goduta, senza nemmeno pensare più a lui, senza nemmeno ringraziarlo! Come fare, come fare, mio Dio? Gli balenò di nuovo, improvviso, lo stesso raggio che gli era balenato quando c’era il notaio. C’era, c’era, il mezzo! E quasi a quell’idea egli non sentiva più il male, non sentiva più la febbre che lo divorava. C’era un mezzo; e i suoi eredi sarebbero stati ben giocati. Per la prima volta, un sorriso, quasi, gli increspava le labbra. Ah! Quella bestia di notaio! Questo non si può, e quest’altro nemmeno! Lo avrebbe visto lui se si poteva!

L’indomani mattina, quando il notaio arrivò con i testimoni, Rocco stava peggio. Aveva il respiro corto, la voce grossa. Ma si sollevò sul gomito, a stento, e andò subito al fatto: “Lascio la mia casa …” – “Adagio!” – disse il notaio – “ ih, ih, che furia! Aspetta che scrivo. Se tu sapessi scrivere vedresti che ci vuol tempo. Dunque, hai detto?” –  “Ai miei nipoti.” – “Avanti! Parla!” – “Col patto … Col patto … Col patto che non possano né venderla, né abitarla, né affittarla …” – “Eh! Adagio!” -urlò questa volta il notaio, fermandosi di colpo, e guardandolo come sbigottito … “Ma questo non si può – Che?! Che dice? ” – “Dico che non si può, corpo del diavolo! Il testamento non sarebbe valido. Una casa! Ma di una casa bisogna ben farne qualche cosa. Che ti piglia? Che idee sono queste? Stai fantasticando? ” – Ma Rocco non sentiva più. Aveva chiuso gli occhi come tramortito; e vedeva la sua casa sfuggirgli, farsi piccina piccina, svanire. L’idea di una ingiustizia atroce, enorme, poggiata contro di lui, contro di lui solo, da tutto il mondo, da tutti gli uomini, da tutti i codici, da tutte le scritture, lo avvolse, lo trascinò, lo squassò. Ebbe un ultimo gesto della mano, quasi un colpo di piccone che volesse demolire in un attimo quanto aveva messo vent’anni ad edificare; poi si riversò sul lettuccio, rantolando, come oppresso dal peso della sua stessa demolizione.

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