L’ULTIMA ESTATE DI GUERRA

L’ULTIMA ESTATE DI GUERRA

L’estate del 1945 la trascorsi al mare, in una casetta tutta bianca, a circa dieci chilometri dal paese, con mia madre ed i miei fratelli. Mio padre lavorava al Municipio e veniva a trovarci quando poteva, con la bicicletta dello zio Rocco. La domenica mattina lo aspettavamo alla via della Serra e gli facevamo grande festa quando appariva sulla salita della collina e si accingeva a montare in bicicletta per iniziare la discesa verso di noi. Di solito aveva due elastici all’estremità dei pantaloni, per tenerli ben stretti alle caviglie, e per non farli sbattere fra i raggi delle ruote. Sulla testa non gli mancava mai la coppola color panna, fresca e leggera. Noi gli andavamo incontro e lo accompagnavamo fino a casa chiedendo caramelle e biscotti, quando c’erano. Il più piccolo di tutti reclamava con forza il suo posto sull’asta della bicicletta. Ricordo che in quel periodo venivano al mare molti soldati,  per fare i bagni e prendere il sole sugli scogli. Alcuni parlavano in modo strano e salutavano tutti, col viso sempre sorridente. Si chiamavano con nomi mai sentiti prima e correvano mezzi nudi sulla spiaggia assolata per tuffarsi nel mare azzurro e spruzzarsi l’acqua addosso. Avevo sentito dire che erano polacchi, fuggiti dalla loro terra per combattere i tedeschi che l’avevano occupata e che ora, con l’aiuto degli alleati, l’avevano liberata. Aspettavano l’ordine per ritornare alle loro case ed alle loro famiglie, perciò erano felici. I pochi bagnanti li salutavano festosi ed essi rispondevano al loro saluto con gioia e si avvicinavano per dare la mano a tutti e per parlare, in un italiano quasi incomprensibile, della fine della guerra, della pace e della  libertà riconquistata dopo tanta morte e tanta distruzione. Amavano molto i bambini ; li accarezzavano, li  prendevano in braccio e li portavano in acqua per farli giocare e farli ridere con i loro scherzi. A noi ragazzi erano molto simpatici ! E poi ci offrivano sempre tavolette di cioccolata e gomma da masticare. A quel tempo la costa era tutta fortificata. Durante la guerra, infatti, ogni due o tre chilometri i nostri soldati avevano costruito delle casematte con la feritoia orizzontale per la mitragliatrice ed avevano scavato dei lunghi camminamenti che collegavano fra di loro le casematte e le grandi piazzole in cemento armato sulle quali venivano sistemati i cannoni delle batterie costiere. Sui punti più alti della costa avevano costruito dei posti di osservazione con torrette in cemento da cui si poteva scrutare tutto l’orizzonte. Ai lati della strada, che veniva giù dalla Serra in direzione del mare, avevano scavato delle enormi fosse anticarro che a guardarle facevano paura. Tutte queste opere dovevano contrastare gli alleati in caso di sbarco sulle coste dello Ionio. Ma non servirono a niente perché la guerra non arrivò qui da noi. Però servirono ai ragazzi per giocare…alla guerra ! Infatti, la mattina uscivamo presto da casa e, sotto il sole cocente, ci nascondevamo nei camminamenti e nelle casematte per poi andare all’assalto, con spade e fucili di legno, contro immaginarie truppe da sbarco nemiche. Un pomeriggio, era di domenica,  il cielo chiaro cominciava a tingersi di rosso attorno alla palla infuocata del sole, pronta a tuffarsi nell’immensa distesa del mare, si fermò nella piazzetta, di fronte a casa, una “jeep” americana con attaccato dietro un rimorchio a due ruote. Era carica di soldati polacchi e di ragazzi e ragazze delle nostre parti che cantavano, gridavano e ridevano felici. Subito dopo arrivò la vecchia “topolino” dello zio Antonio, stipata di giovani che uscirono in fretta per unirsi agli altri. Giulia e Peppino, cugini di mia madre, ci chiamarono a gran voce, mentre un grammofono portatile, sistemato sul cofano della “jeep”,  incominciò a suonare all’impazzata musica jazz. Raggiungemmo la piazzetta di corsa e ci arrampicammo veloci sulla “jeep” per osservare quella strana valigia che emetteva suoni a tutta forza. I militari polacchi, intanto, distribuivano cioccolata e “chewing-gum” ai ragazzi, che s’affollavano urlando intorno alle macchine. In breve tempo tutta la zona si animò ; dalle case vicine e dalla spiaggia  accorreva gente incuriosita dall’assembramento e dallo schiamazzo ;  le coppie di giovani, sollecitate dalla musica frenetica, incominciarono a ballare. Si dimenavano e si agitavano, come tanti forsennati : sembravano proprio degli invasati. Il grammofono suonava senza tregua. Notai che i polacchi si passavano l’un l’altro dei piccoli dischi, di colore marrone e molto leggeri, fatti di cartone pressato : li chiamavano “Victory” ed in poco tempo si diffusero anche nei nostri paesi con i soldati alleati. Noi ragazzi guardavamo imbambolati, senza capire cosa stesse facendo tutta quella gente raccolta nella piazzetta, intorno alle macchine, che applaudiva, gridava, ballava e sembrava impazzita : ma ci divertivamo tanto. All’improvviso ci accorgemmo che il sole era tramontato e che sopraggiungeva il buio. Alcune donne portarono in fretta i lumi a petrolio e li sistemarono  sopra  un tavolo improvvisato. Furono portate anche delle grosse  angurie, raccolte fresche dai campi vicini. La Giovanna e la Vincenza, due belle contadine del posto, si dettero da fare, con dei grossi coltelli, per tagliare a fette le angurie, offrendole poi, in grossi piatti di creta, ai militari ed alle coppie che si dimenavano al ritmo del “boogie-woogie”, il nuovo ballo che aveva conquistato i giovani di tutto il mondo, al seguito delle truppe americane. Ci fu una breve pausa per dissetarsi e rinfrescarsi con le fette d’anguria, appena tagliate : riempivano l’aria del loro fragrante profumo. I soldati polacchi mangiavano l’anguria con grande avidità : le fette sparivano veloci, una dietro l’altra. Ciccio, il figlio del fattore, mentre li guardava divertito, disse che  sembravano delle “carolle”. Scoppiò una grande risata. Faceva caldo. Gli abiti s’appiccicavano addosso per il sudore : specialmente ai giovani che avevano ballato per tanto tempo, accompagnati da quella musica indiavolata. Subito dopo fu portato del vino rosso, in recipienti di terracotta, tenuti al fresco nelle cisterne. Trascorse così tutta la sera : fra balli, canti, giochi e risate. Poi, noi ragazzi, stanchi per il gran giocare che avevamo fatto, ed ormai sazi di tavolette di cioccolata, ci addormentammo sulla “jeep”, ed uno alla volta fummo portati a letto. I giovani, alla spicciolata, si avviarono verso la spiaggia per guardare il mare calmo, punteggiato, qua e là, di tremolanti lampare, e le stelle che numerose scintillavano in cielo. Alcuni cantavano con passione. Altri correvano ridendo a piedi nudi sulla sabbia : fra poco avrebbero fatto il bagno, immergendosi nell’acqua fresca e profumata di alghe. Le persone che erano rimaste nella piazzetta, a chiacchierare,  sbadigliando ed augurandosi la buona notte, si avviarono lentamente alle proprie case, perché s’era fatto tardi e l’indomani mattina dovevano levarsi presto per lavorare. Durante la notte, agitandomi nel sonno, sentivo il grammofono che suonava nella piazzetta ed i ragazzi e le ragazze che cantavano e ridevano sulla spiaggia. Ne conclusi che era stata proprio una bella serata ! Qualche giorno dopo, al mare, si sparse la notizia che la famiglia di Peppe Centonze aveva occupato la casamatta che sovrastava la zona delle “canne”, a circa cento metri dalla villa di don Patrizio. Era una delle casematte più grandi, con quattro feritoie orizzontali ed un vano sottostante di circa quattro metri quadrati, basso, che doveva servire ai soldati di guardia per dormire. Peppe Centonze era conosciuto in paese perché praticava la pesca clandestina con rudimentali bombe a mano che si costruiva da solo, utilizzando le scatolette vuote di conserva di pomodoro : le caricava poi con esplosivo che si procurava al mercato nero. Lo chiamavano Peppe “manimuzzu”, perché uno di quegli ordigni maledetti gli era scoppiato in mano, all’improvviso, spappolandogliela completamente. Si trovava in barca, con due dei suoi numerosi figli, che, per fortuna, rimasero illesi, anche se molto scioccati. Riuscirono a portarlo a riva, coperto di sangue, e a dare subito l’allarme. Portato di gran corsa all’ospedale, i medici dovettero amputargli la mano destra, ridotta in poltiglia, e cucirlo alla meglio : aveva il petto ed il volto cosparsi di piccole schegge. Appena guarito, Peppe “manimuzzu” riprese l’attività di pescatore clandestino, aiutato dalla moglie e dai numerosi figli, che, in qualche modo, doveva pur sfamare ed aiutare, nonostante la grave mutilazione. La gente del paese lo ignorava, faceva finta di niente ; però si chiedeva come facesse, privo della mano destra, a preparare quelle pericolose bombe di latta che poi esplodevano in mare con grande rumore. Quando Peppe vendeva il pesce, lungo la spiaggia, o in paese, bussando porta per porta, i suoi figli gli stavano sempre attorno, con le ceste di vimini  piene di scorfani, spigole, orate, cernie, che offrivano a prezzi “stracciati”. Stavano sempre all’erta, per segnalare l’avvicinarsi di guardie municipali  o di carabinieri, e quindi scappare. Insomma, Peppe “manimuzzu”, per noi ragazzi, era un personaggio straordinario e quando si presentava nella piazzetta o sulla spiaggia, gli andavamo subito incontro per guardargli il moncherino del braccio destro e per osservare tutti i suoi movimenti. La mattina che si parlò dell’occupazione della casamatta, andammo tutti a vedere come  la famiglia di Peppe si era sistemata nella nuova residenza estiva.  Arrivati sul posto, notammo che  le feritoie erano in parte chiuse con delle grosse pietre e che sulla casamatta erano stesi alcuni panni ad asciugare. Vicino all’imbocco del bunker erano ammassate casse, padelle, vasche, damigiane e legna pronta per accendere il fuoco. La moglie di Peppe, piuttosto bassa e tozza, in costume da bagno, era intenta a pulire il pesce da fare arrosto sulla brace. I ragazzi, una vera tribù, giocavano intorno alle fortificazioni. Ci unimmo a loro e subito fu battaglia lungo i camminamenti, nelle casematte e sulle piazzole deserte, lanciando urli di guerra e caricando il nemico “fantasma” che avanzava sulla spiaggia. Verso tardi sentimmo la voce della moglie di Peppe che, tra il fumo della brace, chiamava, in lunga fila, i nomi dei suoi ragazzi. Nell’aria si diffondeva il profumo del pesce arrostito col timo. In breve tempo la spiaggia si spopolò e ritornammo tutti a casa, con una fame da lupi. Da qualche giorno, nel pomeriggio, mentre tutti si chiudevano in casa per il caldo insopportabile e per fare il consueto pisolino pomeridiano, noi andavamo a spiare, nascondendoci dietro il muricciolo di confine, la bella moglie del vecchio avvocato Piccolo che prendeva il sole sulla terrazza della villa, distesa sul materassino di gomma,  a seno nudo e col capo coperto da un grande cappello di paglia. Avevamo sentito dire che, almeno tre volte la settimana, il giovane Andrea, brillante studente di legge all’Università di Napoli e figlio del notaio De Carlo, proprietario di terre e di frantoi, subito dopo pranzo, si arrampicava sulla terrazza di villa Piccolo per fare all’amore con l’affascinante Signora Adele. Noi, tutti i pomeriggi eravamo lì, dietro il muricciolo, ad aspettare il giovane Andrea che puntualmente compariva fra le vigne e, come una scimmia, si tirava sull’albero di fico e da lì saltava sulla terrazza per incontrarsi di nascosto con la moglie dell’avvocato Piccolo. Ma, dopo il quarto appostamento, ci rendemmo subito conto che non eravamo i soli a nasconderci per spiare la coppia che faceva all’amore. Dietro gli alberi, nel vicino vigneto e dietro il muricciolo di confine, riconoscemmo compare Titta ed i suoi amici, alcuni provvisti di binocolo, i giovani colleghi di Andrea, il rag. Bruno, con alcuni soci del Circolo cittadino. Insomma la villa, sembrava presa d’assedio, e quindi decidemmo di scomparire alla chetichella, prima che venisse segnalata a casa, la nostra presenza in quel “luogo di peccato”… come fu definito, qualche tempo dopo, dalle pie donne del paese.

Taviano, estate 1958

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